N. 8 Settembre 2015

Italian Style

di Lello Lopez

Questo progetto nasce da una riflessione su un breve racconto che scrissi nel 2005 su un venditore ambulante di nome Ibrahim, che incontrai per caso, e che m’incantò col suo italiano.

Materialmente è costituito da trenta collage e tecnica mista su fotografie realizzati nel 2013 di cm25x35 circa.

 

Ibrahim

Gira instancabile tra il bar, l’emporio-tabacchi e la macelleria cercando di vendere la sua merce. Le persone, non molto interessate alla qualità della mercanzia, si dedicano soprattutto a fissarlo. Non comprano niente ma in compenso non smettono di guardarlo. Lo trovano simpatico e persino originale: mette allegria quando si avvicina, e non infastidisce più di tanto. Sembra quasi ammaestrato e poi, quando giocano a carte, in quella saletta maleodorante, lui non vi mette piede: sa bene che non lo vogliono troppo intorno. Opportunamente si adegua, anche se vorrebbe raccontare che viene da un paese bellissimo, che è istruito (più di loro), che è quasi laureato in ingegneria e che, se non avesse avuto i fratelli piccoli da mantenere, ora starebbe in Africa, a vivere un altro tempo e un’altra storia. Quando è stanco si siede nel giardinetto di palme di fronte al bar.

E pensa lontano.

Un giorno le nuvole passavano veloci sul caseggiato e una fastidiosa polvere si sollevava con insistenza. Le solite voci precedevano l’arrivo del bus che riportava a casa gli uomini. Osservava incantato le piante piegarsi con gentilezza. C’erano i fratelli, gli animali, le grasse zie, il nonno con la pipa. E i soldati.

E pensa lontano.

Lontano c’è un muro squarciato e le piante rosse che spuntano dal cuore di sua madre.

 

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La traiettoria del capitalismo storico e la vocazione tricontinentale del marxismo

di Samir Amin

da Monthly Review, Volume 62, Numero 09 Febbraio 2011

 

La lunga ascesa del capitalismo

La lunga storia del capitalismo si compone di tre fasi distinte e successive: (1) una lunga preparazione – la transizione dal modo tributario [*], la forma consueta di organizzazione delle società pre-moderne – che durò otto secoli, dal 1000 al 1800; (2) un breve periodo di maturità (XIX secolo), durante il quale l’ “Occidente” ha affermato il proprio dominio, (3) il lungo “declino” causato dal “Risveglio del Sud” (per usare il titolo del mio libro, pubblicato nel 2007) in cui i popoli ed i loro Stati hanno riguadagnato l’iniziativa nella trasformazione del mondo e la cui prima ondata ha avuto luogo nel XX secolo. Questa lotta contro un ordine imperialista, che è inseparabile dalla espansione globale del capitalismo, è di per sé il potenziale fattore operante nel lungo cammino di transizione, oltre il capitalismo, verso il socialismo. Nel XXI secolo, assistiamo ora agli inizi di una seconda ondata di iniziative indipendenti da parte dei popoli e degli Stati del Sud. Le contraddizioni interne che erano caratteristiche di tutte le società avanzate nel mondo pre-moderno – e non solo quelle specifiche dell’Europa “feudale” – spiegano quelle successive ondate di innovazione socio-tecnologica che avrebbero costituito la modernità capitalistica.

L’ ondata più antica è giunta dalla Cina, dove i cambiamenti cominciarono nell’era Sung (XI secolo) con ulteriori sviluppi nelle epoche Ming e Qing, che diedero alla Cina un vantaggio in termini di creatività tecnologica e produttività sociale del lavoro collettivo – che l’Europa non supererà fino al XIX secolo. L’onda “cinese” doveva essere seguita da una “mediorientale”, che ha avuto luogo nel califfato arabo-persiano e poi, attraverso le Crociate e le loro conseguenze, nelle città dell’Italia. L’ultima ondata riguarda la lunga transizione dell’antico mondo tributario a quello capitalista moderno. Questo è iniziato in modo esplicito nella parte atlantica dell’Europa in seguito alla conquista/scoperta delle Americhe, e per tre secoli (1500-1800) ha preso la forma del mercantilismo. Il capitalismo, che gradualmente è giunto a dominare il mondo, è il prodotto di quest’ultima ondata di innovazione socio-tecnologica. La forma europea (“occidentale”) di capitalismo storico che è emersa nell’Europa centrale e atlantica, nella sua derivazione statunitense e, più tardi, in Giappone, ha sviluppato le proprie caratteristiche, in particolare un modo di accumulazione basato sulla spoliazione, in primo luogo, dei contadini e dei popoli delle periferie, che sono stati integrati come dipendenti nel quadro del suo sistema globale. Questa forma storica è dunque inseparabile dalla contraddizione centro/periferia, che essa crea all’infinito, riproducendola e approfondendola.

Il capitalismo storico ha assunto la sua forma definitiva alla fine del XVIII secolo con la Rivoluzione industriale inglese che ha inventato la nuova “industria meccanizzata” (insieme con la creazione del nuovo proletariato industriale) e la Rivoluzione francese che ha dato luogo alla politica moderna. Il capitalismo maturo si è sviluppato nel corso del breve periodo che ha segnato l’apogeo di questo sistema nel XIX secolo. L’accumulazione di capitale poi ha preso la sua forma definitiva diventando legge fondamentale che governa la società. Fin dall’inizio, questa forma di accumulazione è stata sia costruttiva (ha consentito una prodigiosa e continua accelerazione della produttività del lavoro sociale) che, allo stesso tempo, distruttiva. Marx osservò che l’accumulazione distrugge le due basi della ricchezza: l’essere umano (vittima dell’alienazione della merce) e la natura.

Nella mia analisi del capitalismo storico ho sottolineato in particolare una terza dimensione della distruttività dell’accumulazione: l’espropriazione materiale e culturale dei popoli dominati della periferia, che Marx ha in qualche modo trascurato. Non ci sono dubbi in questo senso perché, nel breve periodo in cui Marx stava concependo le sue opere, l’Europa sembrava quasi esclusivamente dedicata alle esigenze di accumulazione interna. Marx così circoscrisse questa espropriazione a una fase temporanea di “accumulazione primitiva” che io, al contrario, ho descritto come permanente. Resta il fatto che durante il suo breve periodo di maturità, il capitalismo ha innegabilmente assolto funzioni progressive. Ha creato le condizioni che hanno reso possibile e necessario il suo superamento da parte del socialismo/comunismo, sia sul piano materiale che su quello della nuova coscienza politica e culturale che lo accompagnava. Il socialismo (e ancora di più, il comunismo) non va concepito, come alcuni hanno pensato, come un superiore “modo di produzione” perché capace di accelerare lo sviluppo delle forze produttive e di associarle a una “equa” distribuzione del reddito. Il socialismo è qualcosa d’altro ancora: un superiore stadio di sviluppo della civiltà umana. Non è dunque un caso che il movimento operaio abbia messo radici nella popolazione sfruttata e impegnata nella lotta per il socialismo, come verificatosi nell’Europa del XIX secolo e spiegato nel Manifesto del Partito Comunista del 1848. Né è un caso che questo scontro abbia preso la forma della prima rivoluzione socialista della storia: la Comune di Parigi del 1871. Continua a leggere

Soggetti, media e godimenti nell’età del biocapitalismo

di Pasquale Stanziale

Stanziale

 

Scene e scenari spettacolari

Condannati al godimento

Elogio della retorica

La felicità è una gabbia mediale

Il totalitarismo dell’outlet

L’estasi del comsumAttore

 

«II biocapitalismo è la forma più avanzata di evoluzione del modello economico capitalistico. Una forma che si caratterizza per il suo crescente intreccio con le vite degli esseri umani. In precedenza, il capitalismo faceva principalmente ricorso alle funzioni di trasformazione delle materie prime svolte dai macchinari e dai corpi dei lavo­ratori. Il biocapitalismo invece produce valore estraendolo, oltre che dal corpo operante come strumento materiale di lavoro, anche dal corpo inteso nella sua globalità. Dunque agisce su tutte le componenti biologiche e sulle dimensioni mentali, relazionali e affettive degli individui. Ne consegue che deve presentarsi agli esseri umani in modo nuovo rispetto al passato, evidenziando un volto umano accattivante.»

(V. CODELUPPI 2008:7)

 

 

1- Scene e scenari spettacolari

Stanziale2

1.1

Una ricerca sul biocapitalismo non può iniziare senza chiamare in causa la Società dello Spettacolo di G. Debord (G. Debord 2002), un’analisi che rimane, a nostro avviso, una riferimento imprescindibile per comprendere gli esiti strumentalistico-spettacolari del biocapitalismo.

La società dello spettacolo costituisce lo sfondo sul quale, ieri come oggi, prendono forma le dinamiche e i processi relativi al desiderio, al consumo delle immagini, all’immaginario ed alla fiction economy.

-Gran parte di quello che è successo sulla scena sociale, politica, comunicativa ed anche urbanistica degli ultimi cinquant’anni era profeticamente presente nelle intuizioni di Debord e dei suoi amici situazionisti come opportunamente ha sostenuto Agamben (1988.)

-Per Debord «Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale» (G. Debord 2002:58), compreso la merce-spettacolo umana.

La società dello spettacolo, nella sua ideologia di fondo, si presenta come quell’Ordine (l’Immaginario) in grado di generare consenso collettivo (S. Žižek 2004).

 

1.2

La società dello spettacolo (SdS) di Debord rappresenta inconfutabilmente un punto di non ritorno nell’ambito di una teoria critica della società pure nell’assetto biocapitalistico, critica, nel senso che sarà sempre della Sds che occorrerà tener conto per comprendere correttamente le strategie di autoriproduzione e accumulazione capitalistiche.

Proposte di analisi come quelle contenute nei concetti di accesso rifkiniano, di new economy, di alienazione biotecnologica, di economia finzionale, viste in una loro collocazione critica, non possono non essere ricondotte alle concezioni di fondo della Sds, unitamente alle analisi di R. Vaneigem e degli altri situazionisti ortodossi e non.

La Sds corrisponde, ad una fase storica di ristrutturazione del capitale – nella seconda metà del ‘900 – che consolida talune strategie di dominio nell’ambito produttivo e dà origine a nuove direttrici di consumo relative al passaggio all’avere e al baudrillardiano simulare. Per Debord, inoltre, il divenire immagine del capitale si realizza nella metamorfosi della merce in generale che tende a perdere il suo valore d’uso acquistando valore a partire dall’immaginario sociale.

 

1.3

È possibile inoltre verificare come vi sia una corrispondenza tra elementi teorici debordiani ed alcuni significativi ambiti analitici contemporanei. In particolare la distinzione debordiana tra società in cui lo spettacolo si presenta concentrato, diffuso o integrato (Sds e Commentari del 1997) viene, per molti aspetti ad avere un riscontro con le fasi dello sviluppo del capitalismo dei consumi esaminate da Lipovetsky (2007) ovvero:

1) la fase della nascita dei mercati di massa, Continua a leggere

L’inchiesta prima di tutto: Vittorio Rieser

di Damiano Palano

 

In una famosa fotografia scattata all’inizio degli anni Sessanta, probabilmente nel settembre 1962, si trova fissato un frammento della vita dei «Quaderni rossi», una delle riviste che più ha inciso nella storia intellettuale italiana del secondo dopoguerra (e forse dell’intero Novecento). L’uno accanto all’altro, con le spalle rivolte al muro e gli occhi diretti verso un oggetto che rimane fuori dal campo, nella foto sono ritratti Gaspare De Caro, Raniero Panzieri, Toni Negri e Mario Tronti. Con l’eccezione di De Caro, che dopo aver fornito alcuni contributi importanti negli anni Sessanta preferì assumere una posizione più defilata, gli altri tre protagonisti dell’immagine sarebbero stati ricordati – e sono ancora oggi in gran parte considerati – come i principali esponenti del cosiddetto «operaismo» italiano. E una simile ricostruzione ha senza dubbio più di qualche fondamento, perché il contributo dei tre intellettuali – ognuno dei quali ha proceduto peraltro in direzioni politiche molto differenti – ha davvero impresso un’impronta indelebile a quella rilettura del marxismo in cui si può intravedere il tratto forse più originale della «Italian Theory» (sempre che una simile formula abbia davvero qualche utilità). Ma se si volesse ricostruire la genesi dell’operaismo, e se si volesse dar conto della sua ricchezza, sarebbe necessario riconoscere anche la pluralità di prospettive e di percorsi che convissero all’interno di un filone assai più eterogeneo di quanto le etichette facciano talvolta supporre. A dispetto del ruolo che Panzieri e Tronti ebbero nel definire le ipotesi iniziali, e degli sviluppi apportati da Negri tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, sarebbe per esempio indispensabile riconoscere che il concetto di «composizione di classe» – un concetto davvero centrale per l’operaismo – ebbe la sua genesi soprattutto nelle ipotesi e nelle ricerche condotte da Romano Alquati nella prima metà degli anni Sessanta, e che molte intuizioni di Sergio Bologna ebbero una funzione essenziale nell’indirizzare il suo sviluppo ulteriore, così come per la sua problematizzazione critica. Ma un quadro che volesse davvero restituire la complessità e la ricchezza dell’operaismo italiano non potrebbe neppure dimenticare il contributo di Vittorio Rieser. Nonostante il percorso teorico e politico di questo «intellettuale militante» si sia ben presto allontanato da quelle traiettorie che abitualmente sono considerate come una filiazione (più o meno diretta) dell’esperienza avviata dai «Quaderni rossi», Rieser mantenne infatti ben salde alcune delle idee maturate all’inizio degli anni Sessanta. E, soprattutto, non abbandonò mai la convinzione che l’«inchiesta», che Panzieri indicò come punto di partenza del lavoro dei «Qr», fosse lo strumento imprescindibile per avviare qualsiasi progetto politico.

A pochi mesi dalla sua scomparsa – avvenuta il 22 maggio 2014 – un ricco volume curato da Matteo Gaddi offre l’occasione per ricostruire il percorso di Rieser, ripubblicando alcuni suoi interventi recenti, ma raccogliendo soprattutto le testimonianze di quanti ebbero occasione di lavorare con lui nel corso di più di mezzo secolo, come per esempio Goffredo Fofi, Giovanni Mottura, Francesco Ciafaloni, Liliana Lanzardo e Bianca Beccalli[1]. I contributi accolti nel volume non sono comunque interessanti solo perché forniscono una testimonianza umana, ma anche perché iniziano a offrire alcuni elementi preziosi per la ricostruzione dell’itinerario di quello che – con le parole di Fofi – può essere considerato come «uno dei più bei personaggi espressi dalla storia del movimento operaio nella seconda metà del Novecento»[2].

 

 

Un intellettuale militante

 

Nato a Torino nel 1939, Rieser cominciò molto presto il suo impegno politico, già nella seconda metà degli anni Cinquanta, all’interno dell’Unione Socialisti Indipendenti (Usi), una piccola formazione antistalinista fondata nel 1951 da Valdo Magnani e Aldo Cucchi. La prima esperienza che avvicinò Rieser al metodo dell’inchiesta – uno strumento che sarebbe poi rimasto centrale – avvenne però in Sicilia, al seguito di Danilo Dolci, nel 1956. Alcuni giovani militanti torinesi che avranno poi un ruolo importante nella nascita dei «Quaderni rossi» – come Giovanni Mottura ed Emilio Soave – svolsero a Palermo e in alcuni piccoli centri siciliani un’inchiesta, cui Dolci fornì comunque una chiave molto diversa da quella in seguito adottata per le inchieste operaie[3]. Continua a leggere

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La Sinistra Rivista – Rivista Quadrimestrale - Autoriz. n. 23 depositata il 27.05.13 - ISSN 2282-3808 La Sinistra rivista - [Online]

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