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I lavoratori egiziani: un soggetto attivo e centrale nel processo rivoluzionario in corso.

I lavoratori egiziani: un soggetto attivo e centrale nel processo rivoluzionario in corso.

di Iside Gjergji

 

1. Introduzione: I lavoratori egiziani, questi sconosciuti!

 

Il 30 giugno scorso, a distanza di un anno dall’elezione a presidente di Mohammed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, un nuovo e imponente moto di massa ha preteso, da centinaia di piazze egiziane, il suo allontanamento, decretando nel contempo anche la fine del tentativo della sua organizzazione di impossessarsi in modo stabile delle leve del potere. Per alcuni questa nuova sollevazione egiziana, a seguito della campagna di mobilitazione, denominata “Tamarrud” (Ribellione), ha rappresentato un fulmine a ciel sereno, qualcosa di completamente inaspettato, considerato sia l’alto gradimento accreditato a Morsi dai sondaggi nel mese di settembre del 2012 (78%) sia l’appoggio internazionale al suo governo da parte delle cancellerie occidentali. Per altri, più accorti e attenti su ciò che si muove nelle viscere della società egiziana, la sollevazione di giugno era più che prevedibile, visto che nell’anno di presidenza di Morsi un’eccezionale mobilitazione operaia e popolare aveva fatto vibrare a lungo strade, piazze e fabbriche nei quattro angoli del paese. Nei primi cinque mesi del 2013 sono state contate, infatti, 5.544 azioni di protesta: scioperi, sit-in, manifestazioni di piazza, blocchi stradali e ferroviari. Gli analisti hanno individuato almeno 60 tipi diversi di protesta popolare. Questa straordinaria mobilitazione ha reso l’Egitto la nazione a più alta densità di scioperi, manifestazioni e proteste a livello mondiale nel 2013. Eppure questa incredibile intensità delle lotte dal basso – grazie alla quale si sono potuti cacciare ben due governi nel giro di due anni e mezzo (il governo di Mubarak e, in seguito, quello di Morsi) – spesso sfugge agli osservatori e agli analisti politici occidentali. Ad essere particolarmente trascurate sono le mobilitazioni dei lavoratori, i loro scioperi giganteschi e le loro incessanti lotte decennali. Scarseggiano, infatti, gli scritti che indagano ed analizzano il ruolo dei lavoratori egiziani nelle recenti sollevazioni, a partire da quella del 2011. Questo scritto, seppur assai brevemente, proverà a fornire qualche informazione in tal senso, al fine di inquadrare le recenti rivolte in un processo storico più ampio e complesso, con una particolare attenzione verso i processi sviluppati dal basso. Anche perché, proprio come accadde durante l’imponente sollevazione del 2011, lo sguardo di molti analisti si concentra prevalentemente in alto, si focalizza cioè soltanto sugli attori più in vista della scena politica egiziana (l’esercito, i Fratelli Musulmani, alcuni partiti politici e personalità di spicco), dimenticando o tralasciando le lotte quotidiane e decennali di milioni di egiziani nelle strade e nei luoghi di lavoro.

Infatti, anche la descrizione più in voga della sollevazione egiziana del 2011 cancella l’esistenza di tali lotte, affermando essenzialmente che, attraverso l’uso dei social network, i giovani egiziani, appartenenti per lo più alle classi medie, sono stati capaci di mobilitare ed organizzare velocemente milioni di manifestanti. Così, la sollevazione egiziana in particolare, e la cd. “primavera araba” in generale, sono spesso rappresentate come fenomeni fomentati per lo più dalle classi medie e dai giovani istruiti e disoccupati che chiedono sostanzialmente un cambio della classe politica (Acedo, 2011; Bottazzi and Hamaui, 2011). Bisognerebbe avere la vista molto corta, oppure essere sprovvisti degli strumenti basici nell’analisi dei fenomeni sociali, per giungere a tali superficiali conclusioni. Come giustamente osserva Gilbert Achcar:

 

“Il fatto stesso che l’ondata rivoluzionaria, sorta in Tunisia, si sia poi espansa in tutta la regione di lingua araba dimostra che le sue cause non sono confinate alla dimensione politica. Esse sono più profonde. E non basta il fattore linguistico a spiegare la situazione: la rivoluzione per contagio si verifica solo quando esiste già un terreno ad essa favorevole. Affinché la scintilla faccia scoppiare un incendio, e che si diffonda poi da una estremità di una zona geopolitica e culturale all’altra, ci deve essere una predisposizione alla rivoluzione. Data la diversità dei regimi politici della regione, la logica suggerisce che occorre guardare ai sottostanti fattori socio-economici come elementi preparatori del terreno comune per l’onda d’urto regionale. Il dispotismo di per sé, del resto, difficilmente può essere considerata causa sufficiente per la rottura ed il consecutivo successo di una rivoluzione democratica. In caso contrario, non si spiegherebbe perché ha trionfato nel 2011 e non prima” (2012).

Escludere dall’analisi degli eventi arabi degli ultimi anni gli aspetti socio-economici, significa non solo non comprendere ciò che sta alla base del processo rivoluzionario in corso, ma anche contribuire a riprodurre alcuni cliché neo-orientalisti sulle popolazioni arabe. Infatti, quello che da circa tre anni (e tuttora) vediamo dispiegarsi in Nord Africa e Medio Oriente richiede anche una breve riflessione sul modo in cui diversi osservatori e studiosi occidentali rappresentano la “primavera araba”. Vecchi e nuovi cliché orientalisti stanno modellando una nuova campagna intellettuale contro le popolazioni arabe, nel tentativo di distorcere la realtà dei fatti. Lo stesso concetto di stagione (primavera araba?) del resto “appartiene ad una lunga storia di orientalizzazione della regione” (Shihade et al., 2012: 1). Ma è nelle parole di Thomas Friedman, pronunciate durante un’intervista pubblicata dal New York Times il 14 maggio 2011, che si può trovare un esempio tipico di questa diffamante campagna intellettuale in corso:

“questa sollevazione [ndr. la sollevazione del 2011], in radice, non è politica. E’ esistenziale. E’ molto più Albert Camus che Che Guevara”.

Della stessa opinione è apparso anche Bernard Lewis, il rinomato studioso dell’Islam, che, durante un’intervista rilasciata al The Jerusalem Post, nel 2011, così dichiarava:

“Le masse arabe vogliono senz’altro un cambiamento. E vogliono un miglioramento. Ma se ti chiedi se vogliono la democrazia, questa è una domanda difficile a cui rispondere. Che cosa significa ‘democrazia’? Questa è una parola che ha assunto diversi significati persino nei paesi occidentali. Ma è un concetto politico che non ha storia in nessun paese del mondo arabo e islamico” (Horovitz, 2011).

Quindi, il mondo arabo è spesso rappresentato – persino nel mezzo di una gigantesca era rivoluzionaria – come un mondo astorico e monolitico, in cui i popoli arabi sono visti come costituzionalmente arretrati ed incapaci. Come Shihade, Flesher Fominaya e Cox hanno opportunamente sottolineato nel loro scritto:

“In molti documenti, discorsi, conferenze e articoli sulla rivoluzione araba, le narrative orientaliste e neo-orientaliste continuano a rappresentare il mondo arabo come un mondo pericoloso, caotico e violento o stagnate, passivo, e sempre in cerca di aiuto dall’esterno (dall’Occidente)” (2012: 2).

 

Le energie, le speranze e le lotte dei popoli arabi per una vita migliore, attraverso i secoli, sembrano interessare pochi. Le loro vite e battaglie quotidiane restano spesso seppellite sotto tonnellate di libri e articoli in cui si celebra la supposta supremazia occidentale. Ciononostante, l’onda d’urto del nuovo scenario politico e sociale che sta emergendo dalle sollevazioni arabe degli ultimi anni sta colpendo duramente tutte queste rappresentazioni orientaliste, che iniziano a franare un po’ da tutte le parti. Come ha osservato Hamid Dabashi:

“Le sollevazioni arabe ci hanno respinto indietro nel campo di forze della storia. Queste sollevazioni rivoluzionarie provano, come minimo, quanto erano errate tutte quelle teorie sulla modernizzazione, l’occidentalizzazione, sull’eurocentrismo, sull’Ovest come misura del resto del mondo, sulla fine della storia e sullo scontro tra civiltà” (2012: 15).

I termini e le attuali rappresentazioni orientaliste delle sollevazioni arabe “non raccontano la trasformazione radicale in atto della politica e dei valori nel mondo arabo” (Hanafi, 2012: 198,199). Il modo migliore per far emergere questo nuovo scenario politico e sociale è, senz’altro, quello di portare al centro dell’analisi l’esistenza reale di milioni di individui che vivono e lavorano nel cosiddetto “mondo arabo” e, soprattutto, la mobilitazione ininterrotta di milioni di lavoratori, giovani senza prospettive e donne senza diritti. Come alcuni studiosi ed osservatori hanno sottolineato, le sollevazioni arabe del 2011 non sono nate in un vacuum storico e Hanafi ha ragione quando afferma che “bisognerebbe considerarle piuttosto come il proseguimento di una lunga storia di proteste nella regione che una totale rottura” (2012: 199).

Pertanto, le lotte dei lavoratori egiziani dovrebbero essere considerate parte di tutte le fasi, stadi e fattori delle sollevazioni del 2011 e, ancora di più, di quelle ancora in corso. Senza tenere in debito conto ciò sarebbe impossibile identificare e riconoscere gli attori sociali reali che ancora fanno vibrare le strade e le piazze d’Egitto. Perché la storia e le rivoluzioni non hanno nulla a che fare con gli schematismi pedanti e, perciò, sarebbe più utile concentrarsi maggiormente su quella vita pulsante, che non smette di riempire le piazze e di far tremare i palazzi del potere, ormai da diversi anni.

A tal fine, questo scritto propone un’analisi del ruolo del movimento dei lavoratori egiziani nelle ultime sollevazioni, dal 2011 ad oggi. L’obiettivo è quello di esplorare il processo evolutivo di questo specifico soggetto rivoluzionario così come le sue forme di partecipazione nelle sollevazioni. L’articolo si propone altresì di porre in luce le contraddizioni che emergono in alcune rappresentazioni della sollevazione egiziana, secondo cui essa sarebbe null’altro che una “Facebook-Revolution” (ormai già morta e sepolta), al fine di comprendere meglio quello che è stato invece definito un “processo rivoluzionario di lungo termine” (Achcar, 2012), e che è, dunque, ancora in atto. Le note conclusive, lungi dal proporre un riassunto di quanto già esposto nei primi paragrafi, puntano ad aprire e stimolare altri, più ampi, dibattiti teorici e politici.

L’approccio interdisciplinare si ritiene qui indispensabile al fine di esaminare con gli strumenti appropriati il contesto storico, sociale e politico in cui il movimento dei lavoratori in Egitto si è sviluppato. Questo articolo si avvale inoltre di 15 interviste in profondità realizzate nell’estate del 2012 con attivisti e lavoratori egiziani ad Alexandria, il Cairo, Suez e Port Said, oltre che di molte informazioni ricavate da incontri e riunioni informali con molti lavoratori e sindacalisti.

Infine, appare opportuno specificare qui le ragioni per cui si utilizzano in questo lavoro gli strumenti analitici tipici delle scienze sociali che studiano i movimenti sociali in altre parti del pianeta. Da più parti si insiste, infatti, a rimarcare una presunta ‘specificità’ dei movimenti sociali arabi, che escluderebbe, pertanto, l’utilizzo degli strumenti tipici delle teorie sui movimenti sociali. A questo proposito, occorre chiarire subito che, per quanto i movimenti sociali nei paesi arabi possano (all’apparenza) sembrare non somiglianti a quelli sviluppati in altre parti del mondo, questo non prova affatto che gli strumenti finora sviluppati nelle scienze sociali non siano adeguati per analizzarli e comprenderli. Al contrario, come giustamente osservano Joel Beinin e Frédéric Vairel:

“Il Medio Oriente ed il Nord Africa possono essere compresi usando gli strumenti che le scienze sociali hanno sviluppato per il resto del mondo. E noi sosteniamo che il Medio Oriente ed il Nord Africa sono un laboratorio complesso ed affascinante, che non solo conferma l’applicabilità degli strumenti della teoria sui movimenti sociali, ma che addirittura arricchisce il nostro sapere sui movimenti sociali ed altre forme di contestazione politica” (2011: 2).

Dunque, seguendo il ragionamento di Beinin e Vairel, ciò che questo lavoro tenta di esplorare non solo può rendere leggibile le recenti sollevazioni egiziane, dal 2011 ad oggi, ma potrebbe anche contribuire a sviluppare ulteriormente, o perfino aggiornare, il sapere teorico sui movimenti sociali.

 

2. Le lotte operaie in corso.

Come già accennato, nei primi 5 mesi del 2013 in Egitto ci sono state 5.544 azioni di protesta, la maggior parte delle quali era costituita da scioperi e proteste di lavoratori. Le richieste avanzate dai lavoratori, che hanno toccatto tutti gli angoli del paese, erano sostanzialmente quattro: la questione salariale, con la fissazione della paga minima e massima; la libertà di organizzazione sindacale, con l’approvazione di una legge che garantisca il diritto allo sciopero e l’organizzazione di sindacati indipendenti; il no alle privatizzazioni, richieste dal Fondo Monetario Internazionale, in cambio di un prestito di 4,8 miliardi di dollari; infine, la rimozione dei dirigenti di fabbrica e sindacali corrotti.

Queste lotte hanno ottenuto dei risultati parziali, specialmente sul piano salariale nel settore pubblico, con aumenti anche dell’80% del salario, nonché la stabilizzazione dei contratti di circa 400.000 lavoratori. A questi risultati di parziale successo si è accompagnata, però, una durissima repressione: arresti, violenze, aggressioni con i cani poliziotto, licenziamenti arbitrari (650 in sei mesi, contro 35 negli ultimi 5 anni del regime di Mubarak), oltre al tentativo di imporre personaggi legati ai Fratelli Musulmani ai vertici del sindacato di stato. L’ILO, non a caso, ha nuovamente iscritto l’Egitto nella lista nera dei paesi che non rispettano i diritti dei lavoratori.

Questo incandescente contesto di lotte operaie non è affatto un’eccezione. Le lotte che si sono sviluppate nel 2013 sono state precedute da migliaia di scioperi e proteste realizzati nell’arco del 2012 e del 2011. Si sono contati 1.400 azioni collettive dei lavoratori nel 2011 e 1.969 nel 2012 (Beinin, 2013).

Le rivendicazioni dei lavoratori, in questi ultimi due anni e mezzo, non sono state però soltanto rivendicazioni aventi carattere meramente economico. In realtà, come afferma Anne Alexander, ancora prima della caduta di Mubarak, le lotte operaie in Egitto sono sempre state un mix di rivendicazioni economiche e politiche (Alexander, 2011). Tuttavia, il loro carattere politico è emerso con maggiore forza negli ultimi anni, dopo la caduta di Mubarak e la creazione dei sindacati federali indipendenti. Un segnale importante e forte in tal senso si è avuto quando i lavoratori della fabbrica tessile di Mahalla al-Kubra – da sempre il luogo in cui hanno avuto origine le più importanti lotte operaie negli ultimi quarant’anni in Egitto – hanno inviato al presidente Morsi, nell’estate 2012, una lettera dal titolo “Un messaggio al Presidente”:

“I lavoratori hanno sofferto la marginalizzazione, la povertà e l’umiliazione durante le ultime decadi. Dunque, sono i lavoratori che devono essere ora la prima preoccupazione del Presidente, poiché ciò che importa ai lavoratori è realizzare gli obiettivi della rivoluzione: libertà e giustizia sociale. Noi vogliamo ricordare al Presidente che sono stati i lavoratori ad aver rovesciato il regime oppressivo di Mubarak” (Atef, 2012).

Le esplicite rivendicazioni politiche ed il tono assertivo dei lavoratori di Mahalla, così come la grande ondata di scioperi dell’estate 2012, sono riusciti ad influenzare, da qual momento in poi, il dibattito politico che, fino ad allora, era tutto concentrato sul nuovo progetto di costituzione, le elezioni presidenziali e le regole imposte dai militari, all’epoca al governo del paese. Molte fuorono, infatti, le formazioni politiche ed i sindacati che diedero il loro appoggio alle domande dei lavoratori: dal Partito popolare dell’alleanza socialista (SPAP), al Partito dei socialisti rivoluzionari (SRP), dal Congresso democrativo del lavoro (EDLC) al Centro delle unioni sindacali e dei servizi per i lavoratori (CTUWS).

L’intreccio tra rivendicazioni economiche e politiche è divenuto ancor più evidente nel mese di ottobre 2012, con la pubblicazione di un rapporto realizzato dal Centro delle unioni sindacali e dei servizi per i lavoratori (CTUWS) e dal Congresso democrativo del lavoro (EDLC), in cui si condannava esplicitamente il presidente Morsi ed il suo governo per la politica antioperaia e repressiva adottata nei pochi mesi di governo:

“Il governo non ha finora risposto agli scioperi dei lavoratori come si addice ad un governo venuto dopo la rivoluzione. Al contrario, egli ha fatto ricorso alle stesse tattiche adottate a suo tempo dal vecchio regime” (Ahram Online, 2012a).

 

Nello stesso rapporto, Morsi ed il suo governo venivano accusati anche di aver impedito le modifiche alla legge n. 35 del 1976, che regola le attività sindacali e, naturalmente, per non aver intrapreso alcuna iniziativa significativa per garantire la libertà e l’indipendenza dei nuovi sindacati indipendenti, che secondo diverse fonti raggiungerebbero ora una cifra superiore a 1.200 (Ahram Online, 2012).

Le lotte e gli scioperi del 2013 sono in continuità con quelli che si sono sviluppati dal gennaio-febbraio 2011, ma vi sono, chiaramente, anche importanti differenze. Differenze che segnalano importanti passi in avanti rispetto al 2011: mobilitazione permanente, tentativi di auto-organizzazione e di organizzazione su scala nazionale, partecipazione diretta alla battaglia politica. Oggi si calcola che il movimento dei sindacati indipendenti raccoglie tra le sue file, ancorché divise in vari tronconi che rispecchiano la disomogeneità politica delle loro dirigenze, circa due milioni di lavoratori, mentre anche il sindacato di stato (a cui è obbligatorio appartenere nel settore del pubblico, pena la perdita del diritto alla pensione, alla assistenza sanitaria, ecc.) subisce una profonda contestazione al suo interno, con la messa in discussione della politica dei suoi vertici. Dunque, alla prevalente spontaneità della risposta operaia del 2011 si è sostituito un embrione di organizzazione a livello sindacale in cui non mancano i problemi a livello di risorse e al livello organizzativo e dove si ripresentano le contraddizioni tra vertice e base. Questo accade, secondo Beinin, anche perchè “l’Egitto non ha esperienza di democrazia sindacale nel periodo compreso tra il 1950 ed il 2011” (Beinin, 2013). Questo tipo di problemi e fragilità nelle azioni quotidiane delle nuove federazioni sindacali in Egitto è stato bene evidenziato anche da Gennaro Gervasio ed Andrea Teti, laddove essi sottolineano che:

“Con riferimento al movimento indipendente dei lavoratori, vi è il problema del raggiungimento di un ulteriore livello di coordinamento per un’azione unitaria. EFITU, la nuova federazione indipendente, è cresciuta rapidamente dal momento della sua fondazione il 31 gennaio 2011, ed ora comprende al suo interno più di duecento sindacati di diverse grandezze. Raggiungere un livello di ‘democrazia interna’ sarà per l’EFITU cruciale al fine di conservare il grado di legittimazione e mobilitazione che i lavoratori hanno raggiunto dalla sollevazione di gennaio ad oggi” (2012: 109).

Per quel che concerne invece le contraddizioni tra vertice e base dei sindacati, un esempio clamoroso è dato dalla recente nomina a ministro del lavoro del presidente dell’EFITU, Kamal Abu Eita. Nell’accettare la nomina, il neoministro Eita ha dichiarato che non è più tempo di scioperi in Egitto, ma che è necessario dedicarsi all’aumento della produzione. Questa posizione, tuttavia, che non è condivisa né da tutta la dirigenza né a livello di base dei sindacati, rappresenta un segnale significativo nella valutazione del reale stato di ambiguità politica del movimento sindacale in Egitto. La situazione all’interno del movimento lavorativo si presenta, pertanto, tutt’altro che lineare e univoca. Il che fa pensare che, molto probabilmente, nel suo percorso di sviluppo non mancheranno ulteriori spaccature e trasformazioni, ma che resta comunque innegabile il carattere sempre più politico delle rivendicazioni del movimento dei lavoratori egiziani.

 

3. Una breve storia delle lotte e degli scioperi dei lavoratori in Egitto.

 

Sulla base dei dati forniti dall’Agenzia Nazionale di Statistica (CAPMAS), la popolazione egiziana ha superato 82,3 milioni l’11 luglio 2012. Il Cairo, la capitale, che è anche una delle città più popolate ed inquinate del mondo, ha circa 8,8 milioni di abitanti. La maggior parte degli egiziani vive in città, all’incirca il 57% della popolazione. Il settore manifatturiero rappresenta il secondo settore maggiormente sviluppato dell’economia del paese, subito dopo quello dell’agricoltura. Nel 2010, secondo le statistiche ufficiali, la forza lavoro impiegata in agricoltura rappresentava circa il 28,2% del totale della forza lavoro, contribuendo a produrre circa il 13,2% del Pil nazionale (CAPMAS, 2011). Il numero degli occupati alla fine del 2010, secondo CAPMAS, era pari a 23,8 milioni (di cui 19,1 milioni di uomini e 4,6 milioni di donne). Le statistiche ufficiali riportano che il numero dei disoccupati in Egitto è pari a 2,3 milioni, con un tasso di disoccupazione pari a 9% (CAPMAS, 2011), ma secondo i dati forniti dal rapporto di Egyptian Solidarity Centre: “60% di tutti i lavoratori è impiegato in nero” (2010: 5).

Molti osservatori affermano che il tasso reale di disoccupazione è molto più alto di quanto riportato dalle statistiche ufficiali, specie ora, con l’aggravarsi della crisi economica globale, che ha già lasciato profonde ferite nel paese dal 2008 in poi. Non a caso, del resto, diversi analisti individuano proprio nell’aggravarsi della crisi economica e della disoccupazione la causa di fondo delle ultime ondate di scioperi e proteste.

In ogni caso, le ultime ondate di scioperi in Egitto non dovrebbero essere considerate eventi eccezionali. Le lotte e gli scioperi per un salario migliore e per migliori condizioni lavorative possono considerarsi quasi una ‘vecchia tradizione’. Il primo sciopero documentato nella storia dell’umanità ha avuto luogo proprio in Egitto: si trattava di uno sciopero di tre giorni dei costruttori delle piramidi, come forma di protesta contro le condizioni salariali (Trumka, 2010: 3).

Il movimento operaio moderno in Egitto nasce al Cairo con lo sciopero degli operai delle manifatture dei tabacchi nel 1899 contro le misere condizioni di lavoro. Fu proprio in quella circostanza che nacque anche il primo sindacato nella storia del paese. Nell’ambito di pochi altri decenni, molti altri sindacati – prevalentemente concentrati nel settore ferroviario – furono formati al Cairo e Alessandria. Sin dai primi giorni della loro formazione, questi sindacati si caratterizzavano per un forte sentimento anticoloniale, anche perché quasi tutti i ruoli di responsabilità nei luoghi di lavoro erano coperti da stranieri. E perciò, protestare contro i padroni o i capicantiere significava, sostanzialmente, protestare contro i colonizzatori (Egyptian Solidarity Centre, 2010: 8).

La prima legge sul lavoro in Egitto fu approvata nel 1909. Questa legge proibiva formalmente l’impiego dei minori (al di sotto dei nove anni) nelle fabbriche di cottone, tabacco e tessili. Un’altra legge, che prevedeva una maggiore tutela nei confronti delle donne e dei minori, fu approvata nel 1933. Nonostante però le garanzie formali, queste leggi non furono mai realmente applicate nei luoghi di lavoro. Anche per cambiare questa situazione che, nel 1937, venne formata una Commissione organizzatrice del movimento dei lavoratori (Commission to Organize the Workers’ Movement – COWM) ed in seguito, nel 1938, alcuni suoi rappresentanti fondarono la Federazione Generale dei Sindacati del Regno d’Egitto (GFLUKE), che era anche la prima federazione sindacale del paese.

Durante la seconda guerra mondiale, nel 1942, i sindacati egiziani furono legalmente riconosciuti, ma furono sottoposti, nel contempo, anche ad un forte controllo statale e fu formalmente proibita la creazione di federazioni sindacali. Ciononostante, il numero dei sindacati crebbe notevolmente in quel periodo. Nel 1944 si contavano, infatti, più di 350 sindacati formalmente registrati con più di 120 mila iscritti nelle loro fila (Egyptian Solidarity Centre, 2010: 13). Un forte impulso fu registrato nelle lotte dei lavoratori, così come anche nel loro carattere anticoloniale, tra il 1945 ed il 1952.

Quando Gamal Abdel Nasser ed altri ufficiali dell’esercito rovesciarono la monarchia il 23 luglio 1952, portando al potere il Consiglio del Comando Rivoluzionario, molti lavoratori ne furono entusiasti e diedero il loro appoggio. Gli ufficiali promisero non soltanto una piena indipendenza dell’Egitto, ma anche la realizzazione di una giustizia sociale. Infatti, con Nasser come presidente d’Egitto, una serie di profonde riforme sociali, politiche ed economiche si avviarono, dando così vita ad una trasformazione radicale del paese. Queste riforme includevano: la riforma della legislazione del lavoro; l’elettrificazione del paese; ampio accesso all’istruzione; un sistema sanitario moderno ed inclusivo. Nel 1954, tutte le banche, le ampie proprietà terriere e tutte le imprese con più di 200 dipendenti furono nazionalizzati (talvolta con previsione di risarcimento). I lavoratori delle aziende nazionalizzate divennero dipendenti statali ed il loro standard di vita migliorò notevolmente. I salari reali aumentarono di un terzo dal 1960 al 1964, mentre il tempo lavorativo settimanale diminuì del 10%. Lo stato garantiva, inoltre, a tutti i laureati e diplomati un impiego. Ci fu preò un prezzo da pagare per tutte queste riforme. Prima di tutto l’eliminazione della partecipazione dei lavoratori nella vita politica del paese e la repressione dura e violenta delle loro lotte e scioperi: “non ci sono stati scioperi legali in Egitto da quando Nasser consolidò il suo potere nel 1954” (Beinin, 2009: 69).

Nonostante l’economia politica di Nasser, il livello dei salari reali iniziò a scendere: tra il 1964 ed il 1976 ci furono molte azioni collettive di lavoratori in tutto il paese, come protesta per laperdità del potere di acquisto dei loro salari (Beinin, 1993). La più importante protesta fu realizzata dai lavoratori della fabbrica tessile di Mahalla al-Kubra, che è anche il più grande complesso tessile in tutta l’Africa:

“Uno sciopero di tre giorni nel mese di marzo del 1975 ebbe come risultato un aumento da 9 a 15 sterline egiziane al giorno per tutti i dipendenti del settore pubblico in Egitto” (Beinin, 2009: 70).

La fine delle politiche nasseriane si avviò nel 1970, con l’arrivo al potere di Saddat. Da allora in poi un radicale cambiamento – a livello sociale, politico ed economico – ebbe luogo in Egitto. Il lancio del programma Infitah (programma della “porta aperta”) segno il rilancio del settore privato nell’economia del paese (Hinnebusch, 1985: 69,70). Le condizioni economiche della popolazione peggiorarono rapidamente ed in pochi anni ci fuorno diverse rivolte per il pane nei quattro angoli del paese, in particolare nel 1977. I lavoratori considerarono queste riforme come un attacco diretto nei loro confronti: “milioni di persone protestarono e, al Cairo, molti simboli della nuova ricchezza – alberghi di lusso, negozi, locali notturni e casinò – furono rasi al suolo e bruciati” (Marfleet, 2009: 21). Secondo Beinin, i lavoratori dell’industria ebbero un ruolo chiave in queste proteste popolari – che ebbero un carattere nazionale, anche se non bene organizzate – e le loro azioni non furono altro che “una immediata risposta alle riforme imposte dal FMI” (Beinin, 2009: 70). Secondo diversi osservatori, queste rivolte popolari furono molto importanti per le classi popolari, poiché forzarono il governo di allora di cancellare diversi tagli ai sussidi a loro prima garantiti dallo Stato (Posusney, 1993: 222).

Con la morte di Saddat nel 1981 e l’arrivo al potere di Hosni Mubarak, l’economia di mercato si consolidò ulteriormente nel paese. A seguito dell’accordo firmato con il Fondo Monetario Internazionale, il governo egiziano diede il via libera alla privatizzazione di tutto il resto del settore pubblico non ancora privatizzato, oltre che alla liberalizzazione dei prezzi e degli affitti:

“Mubarak perseguì una liberalizzazione più aggressiva dell’economia. Nel 1991, si imbarcò in un ampio programma di aggiustamento strutturale. La trascuratezza del governo nei confronti del settore dell’agricoltura durante 1980 ed il 1990 impoverì e marginalizzò i piccoli agricoltori. Allo stesso tempo, le politiche neoliberali crearono tensioni all’interno delle stesse classi dominanti” (Munif, 2013: 206).

Le riforme neoliberali di questi anni spazzarono via completamente tutte le riforme introdotte negli anni di Nasser. Ciò che sopravisse fu soltanto l’apparato repressivo ed il carattere autoritario dello stato. Questo non fermò, però, le lotte dei lavoratori egiziani, i quali riempirono nuovamente le strade, le piazze ed i luoghi di lavoro con le loro proteste. Tra il 1984-1989 ed il 1995 ci furono all’incirca dalle 25 alle 80 azioni collettive all’anno (El Shafei, 1995):

“Decine di migliaia di lavoratori tessili di Kafr al-Dawar parteciparono ad una sollevazione di tre giorni, tagliando le linee telefoniche, bruciando, bloccando i trasporti, bruciando i treni e le macchine, prima che una massiccia repressione da parte delle forze dell’ordine restaurasse di nuovo l’ordine” (Egypt Solidarity Centre, 2010: 13).

Una ulteriore campagna di privatizzazioni e liberalizzazioni si avviò nel 2004 e ciò indusse la Banca Mondiale a mettere l’Egitto tra i primi posti nella lista dei paesi “riformatori” (World Bank, 2007: 1). Eppure, nello stesso periodo, il paese conosceva un aumento esponenziale dei prezi degli alimenti, nel mentre i salari restavano sostanzialmente invariati. Questa situazione sfociò ben presto in altre massicce proteste contro il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Dal 1998 al 2009, si è calcolato che quasi due milioni di lavoratori parteciparono in più di “3.300 occupazioni di fabbriche, scioperi, proteste ed altre azioni collettive” (Beinin, 2011: 181). La risposta del governo di Mubarak cercò inizialmente di svilupparsi su due livelli: da un lato disperdere le proteste con la repressione e, dall’altro, cercare di scoraggiare la partecipazione attraverso piccole e parciali concessioni. Va da sè, che ad essere maggiormente incisiva fu la pesante e repressiva “mano destra” del governo, per usare una efficace metafora di Bourdieu dello stato (1999). Ciononostante, a partire dal 2006 una nuova massiccia ondata di scioperi si espanse in tutto il paese. La più grande ebbe inizio nella fabbrica tessile di Mahalla al-Kubra nel mese di dicembre 2006. A farla partire furono le donne. Furono loro ad incrociare le braccia e a mettersi in marcia sfidando i loro colleghi uomi cantando: “Le donne sono qui. Dove sono gli uomini?”. Il successo di questo sciopero spinse poi altri lavoratori, di diverse categorie e in altre parti del paese, ad indire altri sioperi, giungendo quasi a paralizzare l’intero paese.

Il 6 aprile 2008, giorno da cui prende il nome il movimento “6 aprile”, vi fu poi uno sforzo – inedito fino ad allora – di organizzare il primo sciopero generale in Egitto, con i giovani membri del movimento che decidevano di fornire sostegno e supporto allo siopero dei lavoratori di Mahalla contro l’aumento del prezzo del pane. Lo sciopero generale non si realizzò, ma una massiccia ed ampia protesta nella città di Mahalla, che vide accanto cittadini e lavoratori, bloccò la città per diversi giorni, prima che la polizia di Mubarak intervenisse con tutta la forza repressiva di cui disponeva.

Quest’ultima protesta rappresenta, secondo molti osservatori, non soltanto un punto di svolta nella storia del movimento dei lavoratori in Egitto, creando le condizioni favorevoli per la rapida formazione dei primi sindacati indipendenti, ma anche un momento cruciale nelle lotte dell’opposizione politica egiziana. Munif sostiene, infatti, che fu proprio quello sciopero e quelle proteste a “spianare la strada per la rivoluzione del 2011” (2013: 207). Invero, immediatamente dopo le giornate di sciopero e proteste dell’aprile 2008, una serie ininterotta di manifestazioni e sit-in ebbe luogo in piazza Tahrir, così come in tutto il resto del paese.

 

4. Facebook-Revolution o Street-Revolution?

 

“Prima di iniziare a discutere della rivoluzione egiziana dobbiamo definire il concetto di rivoluzione. Quando inizia una rivoluzione? Le rivoluzioni arrivano dal nulla oppure sono il risultato di anni di lotte?”.

Furono queste le frasi di Fatma Ramadan, una dei più importanti dirigenti della Federazione dei sindacati indipendenti in Egitto, quando le chiesi, un anno fa, di descrivermi i soggetti rivoluzionari nella sollevazione del 2011.

Queste provocatorie domande possono essere un buon punto di partenza per un dibattito sul ruolo dei lavoratori egiziani nelle sollevazioni del 2011 e, in generale, nel processo rivoluzionario in atto in Egitto. Prima, però, di procedere in tal senso, occorre sgomberare il campo di analisi sul carattere della sollevazione egiziana del 2011, rispondendo ad un’altra, preliminare, domanda: la sollevazione egiziana è stata una “Facebook-Revolution”, come spesso si è sentito dire in Occidente, oppure deve considerarsi una sollevazione popolare, dal basso, che affonda le sue radici nelle decennali lotte popolari e operaie?

Se si analizzano con obiettiva e meticolosa precisione i fatti, l’enfasi posta sul ruolo dei social media nella sollevazione del 2011 inizia a fare un po’ acqua da tutte le parti:

 

“Già il 25 gennaio i cellulari non potevano essere utilizzati dai manifestanti che si stavano riunendo in piazza Tahrir. Il giorno dopo, gli operatori telefonici ricevettero istruzioni dalle autorità di rallentare la velocità di trasmissione di dati – un modo per ridurre la velocità di Internet. La sera del 27 gennaio Internet già non funzionava più. Non si potevano inviare neanche i messaggi via cellulare. Il mattino seguente nessun cellulare aveva più campo in Egitto. Funzionari di Vodafone, uno dei più grandi operatori telefonici nel paese, dissero che furono obbligati ad obbedire agli ordini del governo, a causa delle leggi in vigore in Egitto, che durante lo stato di emergenza riconoscono poteri eccezionali alle autorità” (Lindsey, 2012: 53).

 

Dunque, mentre il 28 gennaio 2011, il “giorno della rabbia” (come fu poi battezzato quel giorno dai manifestanti e dai media), si avvicinava, l’unico modo che avevano gli egiziani per comunicare era vedersi in piazza. Non c’era Facebook, non c’era Twitter, niente Youtube e neanche cellulari. Tra gli analisti politici che tendono a ridimensionare il ruolo dei social media nella sollevazione egiziana del 2011 c’è anche Richard Haass, presidente del Council on Foreign Relations ed ex direttore della programmazione politica del dipartimento degli Stati Uniti, il quale sottolinea che:

 

“I social media sono un fattore significativo, ma il loro ruolo è stato esagerato. Non è di certo la prima tecnologia dirompente che si affaccia nella storia: la stampa, il telegrafo, il telefono, la radio, la televisione e le cassette hanno posto sfide all’ordine esistente del loro tempo. E proprio come accadde per queste ormai datate tecnologie, anche i social media non sono decisivi: possono essere soppressi dai governi, oppure essere utilizzati per motivare i loro sostenitori” (2011: 115).

Dello stesso parere sembrano anche Beinin e Vairel, quando affermano che sia nel caso tunisino che egiziano:

“L’analisi immediata di gran parte dei mass media si concentrò sul social media Web 2.0 – blog, Facebook, Twitter, Flickr, ecc. – considerandoli meccanismi che agevolavano la mobilitazione dei movimenti insurrezionali. […] Alcuni hanno citato il flusso relativamente libero di informazioni in tutto il mondo arabo a causa delle reti televisive satellitari, in particolare Al-Jazeera e Al-Arabiya. Anche questo è senza dubbio parte della spiegazione. Ma occorre ricordare che Al-Jazeera ha iniziato a trasmettere nel 1996. Potrebbe considerarsi un leader virtuale per la rivolta tunisina. Ma è stato lento nel coprire gli eventi del 25 gennaio in Egitto, e molti sospettavano fosse dovuta alle pressioni del mecenate della rete, l’emiro del Qatar. Successivamente, Al-Jazeera ha più che compensato il tempo perduto, anche se i suoi giornalisti furono arrestati e le loro macchine fotografiche furono confiscate il 30 gennaio. I telefoni cellulari, che furono utilizzati per la mobilitazione politica, molto più di Facebook e Twitter, erano disponibili in Egitto dal 1998” (2011: 248).

 

Una prova evidente del ruolo effettivo dei social media nell’organizzazione o mobilitazione di manifestazioni di piazza o rivoluzioni, la si è avuta il 24 agosto del 2012, giorno in cui una manifestazione organizzata da “militanti di Facebook” si rivelò un fiasco totale. A riprova del fatto che i social media non bastano ad organizzare una rivoluzione e, ovviamente, che le rivoluzioni non si materializzano su richiesta (specie se proveniente da Facebook).

Ciononostante, non bisogna sottovalutare il ruolo che hanno assunto i social media, come mezzo di comunicazione, nella società egiziana. Come riportava Ahram Online il 18 luglio del 2012:

 

“L’Egitto ha un totale di 11,3 milioni di utenti di Facebook, con 1,6 milioni di nuovi account creati tra gennaio e giugno 2012, secondo le statistiche del Rapporto sui Social Media Arabi (ASMR). Questo rende l’Egitto il paese con il maggior numero di utenti del social networking della regione. Il mondo arabo aveva un totale di 45,2 milioni di utenti di Facebook, alla fine di giugno 2012, contro 37,4 milioni registrati nel mese di gennaio. Nel giugno 2011, il dato si è attestato a 29,8 milioni, il che suggerisce un aumento annuo del 50 per cento. Il rapporto mostra anche come il numero di utenti arabi di Facebook si sia triplicato negli ultimi due anni, passando da 16 milioni a metà del 2010 ai 45 milioni di questa estate. I giovani arabi – quelli di età compresa tra i 15 ei 29 anni – costituiscono circa il 70 per cento del totale degli utenti di Facebook, una percentuale da considerarsi relativamente stabile” (2012b).

Probabilmente, la considerazione più corretta sul ruolo dei social media nella sollevazione egiziana del 2011 è quella espressa da Abdulla Rasha, il quale specifica come i nuovi mezzi di comunicazione abbiano più che altro agevolato, assai prima della rivolta di gennaio 2011, una comunicazione alternativa, non del tutto controllata e che sfuggiva alla manipolazione del regime:

“Internet è stato lo strumento che ha mostrato ad ogni voce dissidente in Egitto, che lui o lei non erano soli e che, al contrario, erano affiancati da centinaia di migliaia di persone che cercavano il cambiamento. Facebook non è andato a Tahrir Square. La gente ci è andata. Twitter non è andato al-Qaied Ibrahim Square. La gente ci è andata. Più di un terzo degli di ottanta milioni di egiziani è analfabeta, e solo il 25 per cento degli egiziani usa Internet” (2011: 41).

Ma anche il ruolo dei media tradizionali e la loro interazione con i social media non deve essere sottovalutato. Analizzando il ruolo di Al-Jazeera e di molti altri canali televisivi che hanno riportato le notizie delle rivolte arabe, Manuel Castells ha sottolineato che:

“Al-Jazeera ha raccolto le informazioni diffuse su Internet da persone che lo utilizzano come fonte e da gruppi organizzati su Facebook, per poi ritrasmettere notizie gratis sui telefoni cellulari. Così è nato un nuovo sistema di comunicazione di massa costruito come un mix tra una televisione interattiva, Internet, radio e sistemi di comunicazione mobili. La comunicazione del futuro è già stato utilizzato dalle rivoluzioni del presente. […] Ovviamente le tecnologie di comunicazione non hanno dato vita alla rivolta. La ribellione è nata dalla povertà e dall’esclusione sociale che affliggono gran parte della popolazione in questa finta democrazia” (2011).

Prendendo in considerazione tutto ciò, si dovrebbe dedurre che il ruolo dei social media nelle rivolte egiziane è stato senza dubbio rilevante, ma non decisivo. Le soggettività rivoluzionarie non devono essere ricercate tra i cyber-attivisti di Facebook o Twitter, ma nelle incessanti lotte popolari nelle proteste di piazza e negli scioperi che hanno scosso nel profondo l’Egitto degli ultimi decenni. Inoltre, non va dimenticato un dato molto importante: molti di coloro che hanno partecipato alle rivolte del 2011 provenivano dalle classi subalterne (El-Mahdi, 2011), che, ovviamente, hanno un accesso limitato a Internet e social media.

Una prova di ciò, del resto, la si è avuta con la gigantesca manifestazione del 30 giugno scorso. La campagna “Tamarrod” (ribellione), che mirava a raccogliere entro due mesi quindici milioni di firme per dimissionare Morsi e indire nuove elezioni, iniziò il 1° maggio, nel quadro e nel mezzo di una profonda ondata di proteste e di lotte che attraversava il paese. L’iniziativa partì da un gruppo di giovani legati al Fronte di salvezza nazionale (FSN). Il successo fu rapidissimo e raccolse un’adesione popolare trasversale, ben al di là degli utenti di internet. Si trattò, infatti, di una campagna decentrata e capillare. Tutto il paese ne fu coinvolto, fino nell’Alto Egitto, rimasto ai margini nelle precedenti fasi della sollevazione egiziana. Se ne fecero promotori i comitati locali e tutte le piccole o grandi organizzazioni di base createsi nel territorio durante gli ultimi tre anni.

 

5. Il ruolo dei lavoratori nelle sollevazioni egiziane.

 

Molti studiosi e attivisti egiziani sostengono che i primi segnali di una diffusa opposizione politica devono essere ricercate nel settembre del 2000, quando decine di migliaia di egiziani scesero in piazza in solidarietà con l’Intifada palestinese. E’ importante ricordare, a questo proposito, che ciò è accaduto quando le proteste di piazza erano ufficialmente vietate dal regime. Di conseguenza, le manifestazioni in solidarietà con i palestinesi rappresentavano in quel momento anche un atto di coraggio collettivo, che, non a caso, ben presto guadagnò un carattere anti-regime. Tuttavia, la rabbia contro il regime esplose su scala più ampia con lo scoppio della guerra in Iraq, durante il mese di marzo 2003. In questa occasione:

“Gli egiziani occuparono Piazza Tahrir con una protesta che ebbe inizio nel corso dell’invasione americana dell’Iraq, la quale ben presto si trasformò in una protesta contro il presidente Hosni Mubarak ed il suo regime” (Schemm, 2012, p. 85).

Nell’inverno del 2004, nacque il “movimento Kefaya”, che univa vari partiti e movimenti politici che domandavano un cambiamento politico. In un primo momento, Kefaya (Kefaya è la parola araba per “basta”) riuscì a mobilitare con successo larghi segmenti della società egiziana che criticavano Mubarak e si opponevano alla successione ereditaria del figlio di Mubarak, ma, alla fine, il movimento si dimostrò non in grado di superare gli ostacoli (Al-Sayyid, 2009; Al-Din Arafat, 2009). Nonostante il suo fallimento, il movimento Kefaya ispirò importanti riforme (seppur parziali), di tipo sociale e giuridico. Il movimentò contribuì anche a creare una ‘comunità online’, integrando per la prima volta social media e movimenti di opposizione (Levinson, 2005).

Un altro importante movimento nacque nel mese di aprile 2008: il movimento “6 aprile”, composto prevalentemente da giovani provenienti dalla classi medie. Il movimentò nacque più o meno spontaneamente attorno al tentativo di realizzare uno sciopero nazionale generale contro l’aumento dei prezzi degli alimenti e sostenendo gli scioperi dei lavoratori nella città di Mahalla:

 

“Dal momento della seconda Intifada, nel 2000, diversi gruppi formarono coalizioni per sostenere la lotta dei palestinesi e per opporsi alla guerra in Iraq. Due gruppi importanti emersero da queste lotte: (1) Kefaya, una coalizione di gruppi liberali, di sinistra e islamico, che organizzarono proteste e azioni simboliche per sfidare il regime autoritario di Mubarak, e (2) il Movimento ‘6 aprile’, composto maggiormente da giovani provenienti dalle classi medie, che iniziarono a sostenere le lotte operaie nel mese di aprile 2008. Sono stati questi movimenti sociali ad aver aiutato a sfidare l’egemonia politica delle élites” (Munif, 2013: 208).

In questo nascente movimento di opposizione, il ruolo dei lavoratori è stato fondamentale. Tuttavia, è importante essere chiari sulla specificità di questo ruolo. Attualmente, come già anticipato nei paragrafi precedenti, in Egitto esistono più di 1.200 sindacati indipendenti, ma prima del 2011 ce n’erano pochi e quelli esistenti erano (e lo sono ancora) troppo piccoli e non bene organizzati, cioè non erano in grado di modellare o guidare il movimento di opposizione. Come giustamente sottolinea Joel Beinin:

“Il movimento operaio indipendente era impreparato a prendere l’iniziativa quando i disordini travolsero il mondo arabo nel gennaio 2011. Non aveva una leadership riconosciuta a livello nazionale, poche risorse organizzative e finanziarie, un sostegno internazionale limitato, nessun programma politico e solo un programma economico minimo” (2012: 1).

Ciò non significa che i lavoratori non furono presenti durante i 18 giorni delle rivolte egiziane. Al contrario, come Fatma Ramadan ha spiegato durante l’intervista:

“Mentre i lavoratori di quasi tutte le acciaierie erano in piazza Tahrir, o protestando a Giza, altri lavoratori della fabbrica di zucchero erano in al-Fayyum, o nelle strade di Ismailia e Kafr Sheikh. Come si può pensare non c’erano lavoratori che protestavano in una città operaia come quella di Mahalla al-Kubra, dove più di 500.000 persone scesero in piazza tutti i giorni durante la rivoluzione? Se non erano lavoratori, chi erano quei due milioni di persone che protestarono e combatterono ogni giorno ad Alessandria?”.

Altri lavoratori intervistati hanno descritto la stessa situazione. Uno di loro, A.A., che lavora per il Suez Canal Authority, ha dichiarato durante l’intervista:

“Eravamo tutti in strada durante i gloriosi 18 giorni della rivoluzione. Nessuno di noi è rimasto a casa o è andato a lavorare. Eravamo tutti insieme, anche se non così ben organizzati all’inizio. Non eravamo in strada come membri di un sindacato, ma come individui. […] Certo, abbiamo portato alcune bandiere, ma non erano bandiere dei sindacati”.

Si è stimato che tra il 25 gennaio, giorno in cui iniziarono le manifestazioni, e l’11 febbraio, giorno in cui Hosni Mubarak diede le dimissioni, almeno 15 milioni di persone, su una popolazione di circa 80 milioni – cioè oltre il 20 per cento della popolazione – partecipò alle mobilitazioni di massa (Amin, 2011: 13).

Come è stato confermato da tutti gli attivisti intervistati, la sollevazione egiziana ebbe un carattere nazionale e popolare; piazza Tahrir al Cairo divenne il simbolo della rivoluzione, attirando la maggior parte dell’attenzione dei media in Occidente, ma in realtà non era piazza Tahrir il luogo della rivoluzione per eccellenza: ogni città, provincia e angolo del paese fu travolto dagli eventi e dalle mobilitazioni. I manifestanti di altre città, come Suez, Port Said e Alessandria, secondo quanto raccontato dagli intervistati, furono persino più audaci e coraggiosi di quelli di piazza Tahrir. Ad Alessandria, per esempio, i manifestanti non occuparono soltanto un’unica piazza, come accadde al Cairo. Essi riuscirono ad occupare molte strade e piazze di ogni quartiere, affrontando ogni giorno la polizia ed i gas lacrimogeni, sconfiggendo e spingendo fuori dalla città la polizia di Mubarak. Ecco cosa riferisce uno degli attivisti sindacali di Alessandria intervistati:

 

“E’ stato bellissimo! Abbiamo dovuto lottare duramente per liberare la nostra città, alcuni di noi sono morti, altri sono scomparsi all’interno degli edifici della polizia, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Gli abitanti di Alessandria erano così cordiali e diversi senza i ‘cani di Mubarak’ [ndr. poliziotti]. Ognuno di noi era finalmente libero. […] Ovviamente, ad un certo punto abbiamo dovuto organizzare le nostre pattuglie popolari nei quartieri, per garantire la sicurezza agli abitanti dalle incursioni dei teppisti. […] Questa è stata la mia prima esperienza di auto-organizzazione ed ha completamente cambiato la mia vita. Ora so che possiamo essere felici”.

Ogni singola persona che ho potuto intervistare ad Alessandria ha definito i 18 giorni della rivoluzione come “i 18 giorni di felicità” o “i 18 giorni senza paura”. Sorprendentemente, nessuno dal Cairo, Port Said o Suez ha usato la stessa espressione per descrivere le esperienze di rivolta in altre città. Ciò significa che le strategie di partecipazione e dello stare in piazza erano diverse in luoghi diversi. Tuttavia, è alquanto difficile negare la partecipazione dei lavoratori nella sollevazione egiziana del 2011, specie se si considera che quasi decine di milioni di persone scesero in piazza chiedono “libertà, dignità e giustizia sociale”.

I lavoratori non solo erano presenti, seppur soltanto a livello individuale o come piccoli gruppi, nelle rivolte del 2011, ma i loro scioperi, nei primi giorni del mese di febbraio 2011, si rivelarono fondamentali per il successo della stessa rivolta. Come molti intervistatori hanno sostenuto, furono quegli scioperi a dare il colpo di grazia al governo di Mubarak e che contribuirono a spostare, in modo determinante, l’equilibrio tra le forze rivoluzionarie e quelle controrivoluzionarie in campo.

Ma non solo! Durante i giorni della sollevazione i lavoratori furono in grado di raccogliere le loro forze e di creare la Federazione egiziana dei sindacati indipendenti (EFITU). Quindi, il primo atto rivoluzionario concreto della sollevazione del 2011 – che “violò il monopolio legale del FSE sulla organizzazione sindacale” (Beinin, 2012: 7) – fu la creazione della federazione dei sindacati indipendenti, vale a dire un’organizzazione di lavoratori. La sua fondazione fu significativamente annunciata il 30 gennaio 2011, in una conferenza stampa in piazza Tahrir, circondata da migliaia di manifestanti che cantavano a squarciagola contro Mubarak, chiedendo ancora e ancora: “Libertà, dignità, giustizia sociale”.

 

6. Conclusioni.

 

Le rivolte egiziane non sembrano emergere, dunque, dal nulla. Al contrario, esse sembrano essere il risultato di un processo articolato che si è sviluppato e diffuso negli ultimi anni. Sembrano essere più il risultato di una reazione a catena – che parte dalle rivolte per il pane e passa dalle lotte per i diritti civili e politici, dalle proteste in solidarietà con l’Intifada palestinese, dalle manifestazioni contro la guerra in Iraq, e ovviamente dagli incessanti e decennali scioperi dei lavoratori egiziani – che uno sparo al buio. Come il giornalista egiziano Hossam El-Hamalawy, nonché membro dei Socialisti rivoluzionari egiziani, sottolinea:

 

“La rivolta iniziata il 25 gennaio 2011 è stato il risultato di un lungo processo in cui il muro della paura è caduto, a poco a poco”(2011).

Questo non significa, però, che le sollevazioni egiziane non debbano essere considerate una rottura nel continuum storico più ampio. Al contrario, esse rappresentano una rottura e, probabilmente, una molto grande (che, forse, in questo momento, è solo al suo inizio), ma ciò non deve essere confuso con le condizioni della loro possibilità:

“Se l’evento rivoluzionario è tagliato fuori dalle sue condizioni di possibilità, dalla sua base materiale, dal suo ‘sito dell’evento’ (‘sito di e-ve-nementiel’, per usare la terminologia di Alain Badiou), con tutti i suoi elementi e la loro mobilitazione, poi esso appare come un miracolo metafisico che è caduto dal cielo” (Savas, 2011: 422).

Il movimento dei lavoratori egiziani è stato uno dei più importanti soggetti rivoluzionari – lottando nei luoghi di lavoro e nelle strade – che ha reso possibile l’evento rivoluzionario, anche se i lavoratori non erano in testa alle manifestazioni di massa di gennaio e febbraio del 2011. Gli scioperi e le lotte decennali dei lavoratori sono stati fondamentali perché sono riusciti a delegittimare, giorno dopo giorno, il regime dittatoriale, promuovendo presso le classi subalterne, presso i giovani ed i movimenti femministi, una cultura di protesta. Come Khaled Ali, avvocato lavorista ed ex candidato alla presidenza, ha spiegato in un’intervista a Democracy Now!:

“I lavoratori hanno lanciato e sostenuto la più grande ondata di mobilitazioni di successo in questo paese, dal 2004 fino al 2011. I lavoratori sono quelli che hanno buttato giù le strutture di questo regime negli anni passati. Sono quelli che si sono battuti per l’organizzazione indipendente sul territorio, e sono quelli che hanno creato, di fatto, il primo sindacato indipendente in Egitto. E hanno insistito sul diritto di avere il pluralismo sindacale, e non solo i sindacati del governo. Sono quelli che hanno portato le loro rivendicazioni nelle strade” (Democracy Now!, 2011).

L’Egitto, come è noto, è un paese chiave nella zona mediterranea e mediorientale. Come El-Mahdi e Marfleet sottolineano: “la sua influenza economica, politica e sociale può essere paragonata a quella del Brasile in Sud America o dell’India nell’Asia meridionale” (2009: 151). L’Egitto ha la più grande popolazione della regione, la più grande economia produttiva e un importante influenza politica e militare (Hashim, 2011) nel ‘mondo arabo’ e non solo. Pertanto, ciò che accade in Egitto ha un profondo impatto in Medio Oriente e, in generale, nel Sud del mondo, “al punto che una nuova crisi mondiale ha reso urgenti i dibattiti circa gli impatti del neoliberismo e l’efficacia della resistenza e delle alternative al modello del mercato globale” (El-Mahdi, Marfleet, 2009: 151).

I lavoratori egiziani con le loro – anche attuali! – rivendicazioni di tipo economico e politico, stanno mostrando al mondo che la sollevazione egiziana non era rivolta soltanto contro individui corrotti che impediscono al capitalismo e al libero mercato di funzionare correttamente. I manifestanti in Egitto, sia quelli delle rivolte del 2011 che delle manifestazioni e degli scioperi di oggi, non chiedono una “normale” democrazia garantita dal “mercato libero” (Maher, 2011: 41). Ovviamente, la gran massa dei manifestanti chiede libertà e riforme democratiche, ma i lavoratori e i poveri, cioè la vera forza propulsiva del processo rivoluzionario in atto, chiedono giustizia sociale e redistribuzione della ricchezza del paese dopo 30 anni di privatizzazioni, impoverimento e politiche neoliberiste. Come Samir Amin ha spiegato:

 

“I giovani e la sinistra radicale hanno tre obiettivi comuni: il ripristino della democrazia (che pone fine al regime di polizia/regime militare ), l’avvio di una nuova politica economica e sociale favorevole alle masse popolari (la rottura con la sottomissione alle richieste del liberismo globalizzato), e di una politica estera indipendente (rottura con la sottomissione alle esigenze di una egemonia degli Stati Uniti e l’estensione del controllo militare degli Stati Uniti per l’intero pianeta)” (Amin, 2011: 13).

In questa prospettiva, la partecipazione dei lavoratori egiziani nelle rivolte del 2011, ma anche nelle proteste e manifestazioni di oggi, deve essere considerata una risposta di classe alla ristrutturazione economica neoliberista in atto. Ignorare questi aspetti non aiuta a comprendere le radici del processo rivoluzionario in atto in Egitto. In particolare, non si riuscirebbe a comprendere che “la ‘primavera’ dei popoli arabi è simile a quella che i popoli dell’America Latina hanno sperimentato per due decenni”(Amin, 2011: 28) .

La ‘primavera’ del popolo egiziano sembra quindi rappresentare un ‘nuovo risveglio’ nel Sud del mondo:

“Se i fattori socio-economici sono al cuore della rivolta araba, ne consegue che ci sono ancora cambiamenti radicali a venire. Per lo meno, porteranno nella loro scia i nuovi episodi di rivoluzione e di contro-rivoluzione nei paesi che hanno già sperimentato sconvolgimenti, e in altri pure, e lo faranno per un periodo prolungato” (Achcar, 2013).

Saranno i movimenti di opposizione egiziani e, soprattutto, il movimento dei lavoratori in grado di realizzare i loro obiettivi, resistendo all’attuale sistema economico globalizzato e finanziarizzato e, allo stesso tempo, diventare un modello di resistenza all’aggressione neoliberista? Forse nessuno può prevederlo in questo momento, ma Tahrir e l’Egitto intero stanno ancora vibrando e, di sicuro, ci sarà molto altro da aspettarsi nel prossimo futuro.

 

 

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