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Il mito del catastrofismo ambientale

da Monthly Review  Settembre 2013

Ian Angus è redattore della rivista online Clima e Capitalismo (http://climateandcapitalism.com) E co-autore di Troppe persone? Popolazione, immigrazione e la crisi ambientale (Haymarket, 2011), e curatore della lotta globale per la giustizia climatica (Fernwood, 2010). Si ringrazia Simon Butler, Martin Empson, John Bellamy Foster, John Riddell, Javier Sethness, e Chris Williams per i commenti e suggerimenti.

Il Mito del Catastrofismo Ambientale

di Ian Angus

 

Introduzione

Tra ottobre 2010 e aprile 2012, più di 250.000 persone, tra cui 133.000 bambini sotto i cinque anni, sono morti di fame, causata dalla siccità in Somalia. Altri milioni sono sopravvissuti solo perché hanno ricevuto aiuti alimentari. Gli scienziati del Met Regno Unito, hanno dimostrato che i cambiamenti climatici indotti dall’uomo hanno reso questa catastrofe peggio di quella che sarebbe stato1. Questo è solo l’inizio: il Rapporto sullo sviluppo umano delle Nazioni Unite 2013 afferma che senza un’azione globale coordinata per evitare disastri ambientali, in particolare il riscaldamento globale, il numero di persone che vivono in estrema povertà potrebbe aumentare fino a 3 miliardi entro il 20502. Un numero imprecisato di bambini moriranno, uccisi dai cambiamenti climatici.

Se un treno in corsa sta ammazzando i bambini, la semplice solidarietà umana impone che chi lo vede deve lanciare un avvertimento, che chiunque possa deve cercare di fermarlo. E’ difficile immaginare come si possa essere in disaccordo con questo elementare imperativo morale.

Eppure alcuni lo fanno. Sempre più spesso, gli attivisti avvertono che il mondo deve affrontare un pericolo ambientale senza precedenti, ma, sono accusati di catastrofismo, di sollevare allarmi che fanno più male che bene. Le accuse, tipica di attacchi della destra al movimento ambientalista, sono state recentemente avanzate anche da alcuni critici di sinistra. Ritengo che le loro critiche, del cosiddetto catastrofismo ambientale, non reggono.

Dalla destra….

La parola “catastrofismo” ha origine in geologia nel XIX secolo, nel dibattito tra chi sosteneva che il cambiamento geologico era stato graduale e chi il risultato di un rapido cambiamento. Oggi, il termine è utilizzato dalla destra come sinonimo di “allarmismo”. Alcuni riferimenti di seguito indicati possono chiarire il pensiero. L’ Istituto Heartland: “Climate Catastrophism Picking Up Again in the U.S. and Across the World,”3 un blog Tedesco di destra: “The Climate Catastrophism Cult,”4 la rivista Australiana Quadrant: “The Chilling Costs of Climate Catastrophism,” Quadrant: “The Chilling Costs of Climate Catastrophism.”5 Come scrive lo storico ambientale Franz Mauelshagen: “Nel dibattito sul clima esistono circoli negazionisti, la parola “catastrofe” è diventata sinonimo di “bugia”, presentano l’effetto serra come una truffa”.6

Coloro che detengono quest’ opinione amano definirsi “scettici del cambiamento climatico”, ma il termine più preciso è “negazionisti climatici.” Anche se ci sono incertezze circa la velocità del cambiamento e dei suoi effetti precisi, non vi è dubbio che il riscaldamento globale è guidato dalle emissioni di gas serra causate dalle attività umane, e se continua, le temperature raggiungeranno livelli superiori partendo da prima che gli esseri umani si sono evoluti. Coloro che non sono d’accordo non sono scettici, ma negano le migliori prove scientifiche e di analisi disponibili.

Il diritto e il consenso scientifico etichettano queste tematiche come “catastrofismo” per sminuire l’ambientalismo, soffocare le considerazione che vogliono ritardare o prevenire la crisi. Il vero problema, infatti non è tanto “il treno che corre”, ma le persone che stanno urlando “abbondonare la pista!” L’abbandono della pista potrebbe sconvolgere tutto e questo è da evitare ad ogni costi.

…..E dalla Sinistra

Fino a poco tempo fa, “catastrofismo”, come espressione politica era più o meno di proprietà esclusiva dei conservatori. La sinistra quando usava questo termine, si riferiva alla dimensione economica e non ecologica. Ma, nel 2007 due differenti impostazioni entrambe di sinistra hanno quasi contemporaneamente adottato il “catastrofismo” come termine per esprimere le idee radicali sul cambiamento climatico anche se non erano d’accordo tra loro.

Il più importante è stato il compianto Alexander Cockburn, che nel 2007 scriveva per la nazione ed era coediting di Counter Punch newsletter. Dichiarava, creando un profondo shock tra i suoi lettori, che: “Non vi è ancora evidenza empirica in merito all’idea che la produzione antropica di CO2 contribuisca in modo tangibile all’attuale tendenza al riscaldamento del mondo”, e che “l’impronta ecologica umana è pari a zero in relazione alle conseguenze”.7

La preoccupazione per il cambiamento climatico è stata, ha scritto, il risultato di una cospirazione “tra la paura dell’effetto serra e l’industria nucleare, ora in gran parte di proprietà di compagnie petrolifere.” 8

Come i critici di destra, Cockburn addebita alla sinistra l’idea di presentare il cambiamento climatico attraverso le riforme da realizzare, altrimenti non potrebbe vincere: “La sinistra ha comprato il catastrofismo ambientale perché pensa di convincere il mondo che c’è davvero una catastrofe, quindi è necessaria una prima risposta di emergenza e questo nel lungo periodo porterà a sviluppi positivi in termini di giustizia sociale e ambientale “.9

La posizione di Cockburn sul “catastrofismo ambientale” è stata scioccanti per i suoi lettori, per la sinistra, le sue argomentazioni non hanno aggiunto nulla di nuovo al dibattito sul clima. Erano le stesse critiche che avevamo a lungo sentito dai negazionisti di destra, anche se con un vocabolario sinistroide.

Differenti sono le posizioni di Leo Panitch e Colin Leys. Questi illustri studiosi marxisti non sono negazionisti. Hanno iniziato la loro prefazione al Registro Socialista 2007 sottolineando che “i problemi ambientali possono essere così gravi da minacciare potenzialmente la continuazione di tutto ciò che potrebbe essere considerato vita umana tollerabile”, e insistendo sul fatto che “la velocità di sviluppo del capitalismo globalizzato, esemplificato dalla drammatica accelerazione dei cambiamenti climatici, rende imperativo per i socialisti affrontare seriamente questi problemi”. Ma poi hanno scritto: “Ciò nonostante, è importante cercare di evitare un catastrofismo ecologico guidato dall’ansia, parallelamente al tipo di crisi guidata dal catastrofismo economico che annuncia la fine inevitabile del capitalismo.” 10

Hanno continuato sostenendo che “il dinamismo e l’innovazione” del capitalismo potrebbero consentire di utilizzare “il commercio verde” e sfuggire alle trappole ambientali.

Il problema, con la formulazione Panitch-Leys, è che la minaccia di una catastrofe ecologica non è “parallela” all’idea che il capitalismo distrugge se stesso. Il desiderio di evitare il tipo di determinismo meccanico che ha spesso caratterizzato la politica marxista, dove ogni crisi è stata proclamata come la battaglia finale, ha portato questi scrittori a confondere due tipi molto diversi di catastrofe.

L’idea che il capitalismo inevitabilmente affronterà una crisi economica insormontabile e di conseguenza il crollo, si basa su un fraintendimento della teoria economica marxista. Mentre le crisi economiche sono endemiche nel capitalismo, il sistema può sempre continuare ad esistere perché sola la lotta di classe, solo la rivoluzione sociale è in grado di abbattere il capitalismo alla fine della crisi ciclica.

Danni ambientali su vasta scala sono causati dal nostro sistema economico distruttivo, ma il suo effetto è la rottura potenzialmente irreversibile dei sistemi naturali essenziali. L’esempio più drammatico è il riscaldamento globale: una recente ricerca dimostra che la terra è ora più calda che in qualsiasi momento negli ultimi 6000 anni e le temperature sono in aumento molto più velocemente che in qualsiasi momento dopo l’ultima era glaciale. Il ghiaccio e la calotta glaciale della Groenlandia stanno scomparendo più velocemente di quanto previsto, sollevando lo spettro di inondazioni nelle zone costiere, dove vivono più di un miliardo di persone. Eventi meteorologici estremi, quali tempeste gigantesche, ondate di calore e siccità stanno diventando sempre più frequenti. Molte specie sono in via di estinzione, molti scienziati classificano quest’evento come estinzione di massa, paragonabile alla situazione di 66.000 mila anni fa, quando il 75% di tutte le specie, tra cui i dinosauri, sono stati spazzati via. In proposito, gli editori di Monthly Review hanno scritto in risposta a Socialist Register, che se questa tendenza continuerà, “ci troveremo di fronte ad un mondo diverso, in cui la vita sul pianeta sarà massicciamente degradata come non si vedeva da decine di milioni di anni. 11

Questo “catastrofismo ecologico è parallelo al … catastrofismo economico” la necessità è quella di equiparare l’analisi astratta della teoria economica, con alcuni delle più forti conclusioni della scienza moderna.

Un nuovo catastrofismo critico

Un nuovo saggio, dal titolo provocatorio “The Politics of Failure” offre una critica di sinistra diversa e più ampia di “catastrofismo ambientale”. L’autore Eddie Yuen è associato con il programma radiofonico pacifica Against the Grain, ed è nella redazione della rivista Capitalismo Natura Socialismo. [traduzione Capitalism Nature Socialism] Il suo lavoro è parte di un più ampio sforzo per definire e criticare un corpo di pensiero politico chiamato catastrofismo. Nell’introduzione del libro, Sasha Lilley offre questa definizione:

Catastrophism presumes that society is headed for a collapse, whether economic, ecological, social, or spiritual. This collapse is frequently, but not always, regarded as a great cleansing, out of which a new society will be born. Catastrophists tend to believe that an ever-intensified rhetoric of disaster will awaken the masses from their long slumber—if the mechanical failure of the system does not make such struggles superfluous. On the left, catastrophism veers between the expectation that the worse things become, the better they will be for radical fortunes, and the prediction that capitalism will collapse under its own weight. For parts of the right, worsening conditions are welcomed, with the hope they will trigger divine intervention or allow the settling of scores for any modicum of social advance over the last century. 12

Una categoria che include sia la destra che la sinistra, e comprende persone le cui preoccupazioni potrebbe essere economiche, ecologiche, sociali o spirituali è, a dir poco, irragionevolmente ampia. E ‘difficile vedere qualsiasi valore analitico in una definizione che accomuna anarchici, fascisti, fondamentalisti cristiani, cospirazionisti di destra, gruppi trotskisti e Maoisti. La definizione di catastrofismo diventa ancora più problematica nel saggio di Yuen.

Una di queste cose non è come le altre …

Anni fa, i bambini nel programma televisivo dell’accesso dovevano mostrare quattro elementi: tre cerchi e un quadrato, tre cavalli e una sedia, e così via, mentre qualcuno cantava: “Una di queste cose non è come le altre, una di queste cose non può appartenerti…. ” Questo ho pensato quando ho letto il saggio di Yuen.

Lo scopo del libro è ampio, la maggior parte di esso si concentra, come scrive Yuen, sul tema delle “versioni strumentali, spurie, e talvolta maniacali di catastrofismo, tra cui l’estrema destra con la sua paranoia razziale, il millenarismo religioso, il panico liberale sul fascismo, la feticizzazione di sinistra del crollo del capitalismo, l’idea capitalistica della “scossa della dottrina” e il cliché della cultura popolare”.

Ma, come Yuen ammette nel suo primo paragrafo, l’ambientalismo è una cosa molto diversa, perché siamo in “ciò che è senza dubbio un vero e proprio momento catastrofico nella storia umana e planetaria …. Di tutte le forme di discorso catastrofico offerte, il collasso dei sistemi ecologici è unico in quanto viene verificato da un consenso all’interno della comunità scientifica …. E’ assolutamente urgente affrontare questo tema in modo efficace e rapido perché questo cambiamento modifica in modo strutturale la società, l’umanità”.

Se la scienza in proposito è chiara, se il diffuso collasso ecologico è verificabile, misurabile e se non si interviene ci sarà l’ulteriore peggioramento, perché questo argomento deve essere incluso in un libro dedicato a criticare le false idee? Ha senso dedicare la stessa attenzione alle persone che credono in un incidente di treno immaginario e alle persone che stanno cercando di fermare un vero e proprio incidente?

La risposta, anche se lui non lo dice, è che Yuen sta usando una definizione diversa da quella che Lilley ha dato nella sua introduzione.  Lilley evidenzia la convinzione che una qualunque forma di catastrofe avrà risultati positivi, ovvero che il capitalismo crollerà per  contraddizioni interne, che Dio punirà tutti i peccatori, che il picco del petrolio o il collasso industriale salveranno il pianeta. Yuen evidenzia l’idea che gli ambientalisti dovrebbero avvisare le persone della minaccia del cambiamento ambientale catastrofico e mobilitarle per prevenire o minimizzare i danni di questa catastrofe.

Così, quando si riferisce a “una nota stridula del catastrofismo” nel lavoro di James Hansen, forse il leader mondiale, certamente scienziato del clima, non è in discussione la precisione dell’analisi di Hansen, ma solo la “strategia narrativa” ovvero il descrivere i probabili risultati del continuare con la logica “business as usual”.

Yuen insiste sul fatto che “la veridicità delle affermazioni apocalittiche circa il collasso ecologico sono separate dai loro effetti sulla vita sociale, politica ed economica.” Anche se “analizziamo i migliori elementi di prova a cascata del disastro ambientale”, il suo parere in merito alla mobilitazione degli ambientalisti è riferito ad argomenti, che possiamo etichettare come “pratico” e “di principio”.

Il suo ragionamento pratico è che parlando di “scenari apocalittici” gli ambientalisti hanno reso le persone più apatiche, dunque hanno diminuito la volontà di lottare per il cambiamento. La sua tesi di principio è che l’esposizione continua del tema e la campagna per fermare le tendenze verso il collasso ambientale hanno “effetti dannosi sia verso destra che sinistra, perché promuove politiche reazionarie e rafforza la classe dirigente. A mio parere, si è sbagliato su entrambi i fronti

La verità vi renderà apatici?

Le considerazioni di Yuen, attengono alla domanda più importante in relazione alle persone che sono preoccupate per la distruzione ambientale: “quali strategie narrative hanno più probabilità di generare movimenti sociali efficaci e radicali?”

Lui è vago in merito alle “strategie narrative” e al come potrebbe funzionare, ma è fermo nel sostenere che gli ambientalisti si sono concentrati sulla spiegazione della crisi ambientale e dell’allarme, delle sue conseguenze, nella convinzione che questo porterà la gente a sollevarsi e chiedere il cambiamento, ma questo è un errore. In realtà, “una volta convinti di scenari apocalittici, molti americani diventano più apatici.”

Data una tale affermazione, è sorprendente scoprire che l’unica prova che Yuen offre è un comunicato stampa, riferito ad un documento accademico, basato su un sondaggio telefonico statunitense condotto nel 2008, che pretendeva di dimostrare che “gli intervistati più informati si percepiscono meno responsabili per il riscaldamento globale e mostrano anche minori preoccupazione per il riscaldamento globale. “13

Si noti anzitutto che essere “più informato” non è lo stesso che essere “convinti di scenari apocalittici” o essere bombardati da “appelli sempre più pressanti riguardanti le problematiche ecologiche.” Questa impostazione non sembra contribuire alla nostra comprensione degli effetti del “catastrofismo”.

Leggendo è possibile verificare che gli intervistati descritti come “più informati” erano un focus orientato sul tema, una sorta di auto – segnalazione. Se, questo gruppo di intervistati ha dichiarato di essere orientato sul tema, di rappresentare posizioni politiche, in particolare influenzate da scienziati del clima o leader politici, questo rende la conclusione del sondaggio privo di significato.

Più tardi, nel suo saggio, Yuen critica correttamente alcuni ambientalisti e scienziati che “parlano di tutti come soggetto unitario,” accettando come credibile uno studio che pretende di mostrare come tutti gli americani rispondono alle informazioni sul cambiamento climatico, a prescindere dalla classe, dal genere, razza e orientamento politico.

Il problema, è presentato in uno studio del 2011 che ha esaminato l’impatto delle opinioni politiche degli americani sui loro sentimenti e cambiamento climatico. Si è riscontrato che i liberali e democratici che affermano di essere ben informati sono più preoccupati per il cambiamento climatico, mentre i conservatori e repubblicani, che affermano di essere ben informati sono meno preoccupati. 14

Ovviamente i due gruppi con l’affermazione “ben informati” evidenziano significati profondamente diversi.

Lo studio citato da Yuen non prevede un monitoraggio continuo, dunque, non evidenzia eventuali cambiamenti di pensiero e quanto la radicalità di quelle posizioni sia duratura nel tempo. Un sondaggio più utile è quello che gli studiosi della Yale University e la George Mason University hanno condotto sette volte dal 2008 per mostrare i cambiamenti di opinione pubblica degli Stati Uniti in materia di riscaldamento ambientale e catastrofismo. 15

Sulla base delle risposte, gli intervistati sono stati classificati in base al loro atteggiamento nei confronti del riscaldamento globale. I dati evidenziano che: il numero di persone identificate come “apatici” o “prudenti” è variato molto poco, rappresentando il 31% – 35% degli intervistati. La categoria dei  “dubbiosi”, è aumentata tra il 2008 e il 2010. Da allora, questo gruppo si è ridotto al livello del 2008.

In parallelo, il gruppo degli “allarmati” si è ridotto tra il 2008 e il 2010. Nel settembre del 2012, prima dell’uragano Sandy, si è registrata una presenza più che doppia di americani in questa categoria. Un altro studio, pubblicato sulla rivista Climatic Change, ha utilizzato settantaquattro indagini indipendenti condotte tra il 2002 e il 2011 creando un significativo Indice del cambiamento climatico (CCTI) e ha mostrato come è cambiata la risposta degli intervistati in relazione agli eventi concreti. Si è riscontrato che la preoccupazione dell’opinione pubblica per il cambiamento climatico ha raggiunto un massimo storico nel 2006-2007, quando il documentario di Al Gore An Inconvenient Truth è stato visto nelle sale da milioni di persone e ha vinto un Academy Award.

Gli autori concludono: “I nostri risultati mostrano che … gli sforzi di diffusione del tema, producono cambiamenti sostanziali nella percezione pubblica legati ai cambiamenti climatici. In particolare, il film An Inconvenient Truth e la pubblicità che circonda la sua uscita ha prodotto un significativo salto positivo del CCTI “.16

Questo contraddice la posizione di Yuen, in particolare, in merito all’idea che ulteriori informazioni sul cambiamento climatico inducono gli americani a diventare più apatici. Non ci sono prove di un aumento a lungo termine dell’apatia o riduzione della preoccupazione e quando le informazioni scientifiche sul cambiamento climatico hanno raggiunto milioni di persone, il risultato non è l’apatia, ma un aumento del sostegno alle azioni per ridurre le emissioni di gas serra.

I due miti più grandi

Yuen afferma che gli ambientalisti hanno inondato gli americani con avvisi catastrofici, e questa strategia ha prodotto apatia e non azione. L’analista del cambiamento climatico Joseph Romm afferma: “I due miti più grandi relativi alla comunicazione in materia di riscaldamento globale sono: 1) la ripetizione costante di messaggi apocalittici e 2) che la strategia del non dovete farlo più è in realtà controproducente! Romm ricorda che il pubblico americano è stato esposto a qualcosa di simile e scrive:

The broad American public is exposed to virtually no doomsday messages, let alone constant ones, on climate change in popular culture (TV and the movies and even online)…. The major energy companies bombard the airwaves with millions and millions of dollars of repetitious pro-fossil-fuel ads. The environmentalists spend far, far less money…. Environmentalists when they do appear in popular culture, especially TV, are routinely mocked…. It is total BS that somehow the American public has been scared and overwhelmed by repeated doomsday messaging into some sort of climate fatigue. 17

Il sito web Daily Climate, sito dove è possibile ascoltare le notizie degli Stati Uniti per il cambiamento climatico, ha raggiunto il picco nel 2009, durante i colloqui di Copenaghen, ma poi c’è stato un calo di ascolti del 30% nel 2010 e un altro 20% nel 2011. Nel 2012, nonostante le siccità diffuse e Hurricane Sandy il calo è stato di altri due punti percentuali e l’interesse della stampa, nello stesso anno per l’argomento, ha fatto registrare una presenza di editoriali sul cambiamento climatico come nel 2009 dopo Copenaghen. 18

Va notato che questi spostamenti si sono verificati nel quadro di una copertura già limitata di notizie in materia di clima. L’attenzione data al tema, rispetto ad altre questioni come la salute, la medicina, affari, criminalità e decisioni del governo, dai media ai cambiamenti climatici, rimane un semplice blip.19 Allo stesso modo, uno studio britannico descrive la copertura dei cambiamenti climatici sui giornali come “deplorevole e sottile”, un problema aggravato dal fatto che gran parte della copertura è costituito dal tema della “preoccupante e persistente attenzione alla negoziazione del clima.”: “La copertura è limitata perché i lettori sono convinti che il cambiamento climatico è un problema grave e bisogna avviare azioni immediate, decise e potenzialmente costose. “20

Data la preoccupazione di Yuen: gli americani non riconoscono la gravità della crisi ambientale, è sorprendente quanto poco egli affermi circa i massicci finanziamenti delle compagnie petrolifere ai media, finanziamenti che di fatto disinformano o non informano in materia di cambiamenti climatici. E’ possibile  trovare solo quattro frasi sull’argomento nel suo testo di 9.000 parole, al contrario, si minimizza l’influenza di “lobby negazioniste dei cambiamenti climatici ben finanziate”, affermando che “l’energia è stata convogliata di gran lunga, verso la generazione di ansia per il riscaldamento globale,” e che “il movimento della scienza per il clima è molto finanziata. L’autore non fornisce alcuna prova per tutte le sue affermazioni.

Naturalmente, la lobby dei combustibili fossili non è l’unica forza da utilizzare per minare la  preoccupazione dell’opinione pubblica in materia di cambiamento climatico. E’ importante riconoscere l’impatto della riluttanza prevedibile di Obama nell’affrontare le forze dominanti del capitalismo degli Stati Uniti, e del fallimento dei gruppi ambientalisti tradizionali e delle ONG per esporre e sfidare le politiche anti-ambientali dei Democratici.

Con i negazionisti del combustibile fossili da un lato, e il pallido verde di Obama, dall’altro, gli attivisti che vogliono la verità non sono stati ascoltati. In tale contesto, non ha molto senso incolpare gli ambientalisti di voler sabotare l’ambientalismo.

La verità aiuterà la destra ?

A metà del suo saggio, Yuen cambia bruscamente direzione, lasciandosi l’argomento alle spalle, ritornando al tema principale. Yuen sostiene che il catastrofismo porta le persone a sostenere le politiche reazionarie e promuove “le soluzioni più autoritarie a livello statale.” Focalizzando l’attenzione su ciò che definisce “disastro ambientale” come pericoloso perché “disabilita i benefici, i  diritti e il capitale”. Afferma: “una maggiore consapevolezza della crisi ambientale non può probabilmente tradursi in uno stile di vita più ecologico, figuriamoci un orientamento attivo contro le cause di degrado ambientale.” In realtà, la politica ambientale di destra e dei nazionalisti hanno molto più da guadagnare da un abbraccio al catastrofismo.

Yuen dice che molti ambientalisti, tra cui anche gli studiosi, non si rendono conto che “alcune élite economiche e politiche ritengono che essi possono evitare le peggiori conseguenze della crisi ambientale e anche essere in grado di trarne benefici.” Yuen pensa a quanta parte di quelle élites sono a destra, mentre il settore assicurativo è comprensibilmente preoccupato per i rischi di eventuali catastrofi ambientali, afferma: “le opportunità di altri settori del capitalismo sono minime in relazione al tema.”

Dedica gran parte del suo saggio a descrivere gli sforzi delle forze capitaliste, conservatori e liberali, nell’utilizzare la preoccupazione circa i potenziali disastri ambientali per promuovere i propri interessi, che vanno dai sistemi di scambio delle emissioni, all’ espansione militare, agli attacchi malthusiani sul mondo delle persone più povere. La soluzione offerta dalle élite globali per la catastrofe è un ulteriore programma di austerità, dunque, stringere la cinghia, aumentare il sacrificio, il peso a carico del mondo dei poveri.

Alcune di queste affermazioni risultano preoccupanti. Ad esempio, la sua affermazione in merito all’idea che “il malthusianesimo sia al centro della maggior parte delle analisi ambientali,” riflette un punto di una vista molto limitato o eccessivamente ampio in relazione alla definizione di malthusianesimo. Questa impostazione, sembra avallare la bizzarra teoria di David Noble per cui la preoccupazione pubblica per il riscaldamento globale è stato progettato da una cospirazione di lobby per promuovere sistemi di scambio di carbonio.21

Tuttavia, è vero che la classe dirigente farà del suo meglio per approfittare di questa esistente preoccupazione per il cambiamento climatico scaricando i costi sulla gente più povera del mondo.

La domanda è: chi sta discutendo con l’autore? Questo libro dice che mira a “stimolare il dibattito tra i radicali”, ma niente di tutto questo è nuovo per i radicali. L’idea teorica e verificata: che gli interessi della classe dominante sono in genere contrari agli interessi dei poveri è al centro delle riflessioni della sinistra da prima che Marx nascesse. I capitalisti cercano sempre di trasformare le crisi a proprio vantaggio, non importa chi si fa male, e cercano sempre di scaricare i costi della loro crisi sui poveri e gli oppressi.

Ciò che deve essere provato, non è che le forze pro-capitaliste stanno cercando di guidare il movimento ambientalista in canali redditizi, e non che molti ambientalisti sinceri hanno idee arretrate circa le cause sociali ed economiche della crisi ecologica. I radicali che sono attivi nei movimenti verdi conoscono il tema perfettamente. Ciò che deve essere dimostrato è l’opinione di Yuen che avverte in merito al disastro ambientale e alle campagne per evitare “effetti dannosi”, così gravi che i radicali non possono superare. Ma nessuna prova viene offerta.

Ciò che è particolarmente inquietante per la sua tesi è che egli dedica pagine a descrivere gli sforzi dei reazionari per sviare le preoccupazioni relative al cambiamento climatico e nessuna allo sforzo degli ambientalisti radicali per contrastare quelle forze. In precedenza nel suo saggio, ha ricordato che “le prospettive ambientali e della giustizia climatica guadagnando attenzione nei dibattiti interni”, ma queste dodici parole sono tutto quello che ha da dire sull’argomento.

L’autore non dice nulla circa la storica Conferenza di Cochabamba del 2010, dove 30.000 attivisti ambientali provenienti da 140 paesi hanno avvertito che se le emissioni di gas serra non vengono fermate, “i danni causati alla nostra Madre Terra saranno completamente irreversibile”, una dichiarazione che per Yuen sarebbe senza dubbio etichettata come “catastrofista.” Lungi dal cedere all’apatia o alle politiche reazionarie, i partecipanti hanno esplicitamente rifiutato soluzioni di mercato, il capitalismo identificato come la causa della crisi non è la cura, proponendo un programma radicale per trasformare l’economia globale.

L’autore è ugualmente silente in merito alla campagna contro il piano “economia verde” adottato a Rio +20, conferenza dello scorso anno. Uno dei principali organizzatori di questa opposizione è La Via Campesina, la più grande organizzazione al mondo di contadini e agricoltori, che avverte che i governi del mondo sono “la moltiplicazione dello stesso modello capitalista che ha causato il caos climatico e altre crisi ambientali e sociali profonde.”

Il suo saggio non contiene una parola su Idle No More, o Occupy, o la lotta indigena guidata contro le sabbie bituminose del Canada, o i movimenti anti-fracking e anti-carbone. Con queste omissione, Yuen lancia la falsa impressione che il movimento è incapace di resistere alle forze reazionarie.

Contrariamente al titolo del libro di Yuen, lo sforzo di costruire un movimento per salvare il pianeta non è fallito. Infatti, il volume è stato pubblicato appena quattro mesi prima del grande cambiamento climatico degli Stati Uniti.

La questione primaria per i radicali non è quella della “strategia narrativa” da adottare, ma piuttosto, come organizzarsi in relazione al crescente movimento ambientalista? Come sostenere i suoi obiettivi rafforzando le forze che vedono la necessità di soluzioni più radicali?

Cosa deve essere fatto?

Yuen si oppone ai tentativi di costruire un movimento che promuove raduni, marce e altre iniziative di massa per ottenere la verità e chiedere un’azione contro la distruzione dell’ambiente. Afferma che la strategia ha funzionato nel 1960, quando gli americani erano ingenui, ma non può essere replicata oggi, in piena  “cultura del cinismo atomizzato.”

Come molti che sono legati soltanto alla documentazione e apprendono dai libri di storia o da ricordi lontani, Yuen restringe l’esperienza: lui conosce le proteste di massa e il dissenso del tardo decennio, ma ignora i molti anni di lavoro all’educazione e lenta costruzione del movimento in una logica e cultura profondamente differente da quella reazionaria e razzista. Non è automatico affermare che la campagna contro il cambiamento climatico avrà, un percorso semplice e vincente, ma l’esperienza del 1960 dovrebbe almeno essere un monito contro le dichiarazioni premature di fallimento.

Yuen è molto meno esplicito su quello che pensa potrebbe essere una strategia efficace, ma egli cita come esempi positivi gli sforzi di alcuni per promuovere “un approccio bottom-up e di transizione egualitaria” di un numero sempre crescente di persone che sono volontariamente impegnate in comunità intenzionali, progetti di sostenibilità, la nascita dell’agricoltura urbana, l’attenzione al bene comunione e la resistenza militante al consumismo … la considerazione fondamentale in quest’ambito è all’esperienza della sinistra italiana del Novecento. L’esplosivo movimento anche popolare,  Slow Food è stato costruito sul presupposto che una buona vita può essere creata e sostenuta non per eccesso compulsivo, ma attraverso una maggiore convivialità e una comunità condivisa. Questi temi sono collegati, si confrontano con le riflessioni, identificabili con l’idea di una “lista di compiti essenziali”, preparati di recente da Pablo Solone, una figura di spicco del movimento per la giustizia globale sul clima, in particolare per ridurre le emissioni di gas serra ad un livello che eviti la catastrofe, abbiamo bisogno di:

* lasciare più di due terzi delle riserve di combustibili fossili sotto il suolo;

* fermare lo sfruttamento di sabbie bituminose,  del gas e carbone;

* supportare le comunità contadine piccole e locali, sostenere l’agricoltura di comunità dove è nata e favorire la nascita di queste esperienze, mettere al margine il grande agribusiness che deforesta e riscalda il pianeta;

* promuovere la produzione e il consumo di prodotti locali, riducendo il libero scambio delle merci che inviano milioni di tonnellate di CO2, mentre viaggiano in tutto il mondo;

* fermare le industrie estrattive che distruggono la natura e contaminano il nostro ambiente e la nostra terra;

* aumentare significativamente il trasporto pubblico per ridurre il “modello auto di vita” insostenibile;

* ridurre le emissioni di guerra, promuovendo la pace autentica smantellando l’industria bellica e le infrastrutture militari.22

I progetti che Yuen descrive, confrontati con queste idee, sono inutili e realizzabili senza partecipazione, dunque senza l’impegno alla costruzione di campagne ambientali di massa: senza questa impostazione gli obiettivi che Solone identifica non sono realizzabili. Le esperienze che le comunità locali e slow food propongono come alternative per la costruzione di un movimento contro il cambiamento climatico globale è effettivamente una proposta di lotta valida contro l’ecocidio capitalista a favore della creazione di enclave verdi, mentre il mondo brucia.

Non è utile né opportuno usare la parola catastrofismo come sinonimo per dire la verità circa i pericoli ambientali che dobbiamo affrontare. Utilizzando il medesimo linguaggio della destra, i finanziamenti delle lobby per la scienza e la ricerca in materia di cambiamento del clima, è impossibile essere differenti dall’idea che i pericoli sono inesistenti o esagerati. Utilizzare le stesse categoria, ovvero: apocalittico, fondamentalismo cristiano, oppure i travisamenti della teoria economica marxista, porta a sottovalutare i rischi che abbiamo di fronte e dirige gli sforzi da mobilitare in una controspinta inefficace.

L’argomento di Yuen in merito al consenso scientifico sul cambiamento climatico insieme alle posizioni dei politici liberali e di gruppi di giornalisti che giustificano la loro incapacità di sfidare i crimini del settore dei combustibili fossili è debole. La gente è stanca di tutto ciò che è morte e distruzione, dicono. E’ tempo di messaggi positivi! O, per usare il vocabolario di Yuen, gli ambientalisti devono smetterla con la loro “retorica apocalittica” e trovare migliori “strategie narrative.”

Questo è fondamentalmente una posizione elitaria: la gente non può gestire la verità, così una minoranza esperta deve proporsi e farlo per apportare le modifiche necessarie.

David Spratt dell’organizzazione australiana Clima Red chiama questo approccio “raccordo brillante”, un riferimento alla canzone satirica di Monty Python, “Guarda sempre il lato positivo della vita.”

Il problema è, Spratt scrive: “divulgare una valutazione onesta della scienza del clima e degli impatti, l’assenza di questo equilibrio – scevro da interessi economici – non informa la gente in modo comprensibile e non fornisce informazioni in merito al dove il sistema climatico si sta dirigendo e che cosa deve essere fatto per creare le condizioni idonee alla sicurezza del clima, piuttosto che aumentare l’idea e la paura del danno catastrofico”.23

Joe Romm riprende la riflessione: “Si potrebbe pensare che il pubblico è preoccupato per un problema a meno che non si spiega il motivo per cui dovrebbero non esserlo”.24

Naturalmente, questo non vuol dire che abbiamo solo bisogno di spiegare la teoria. Abbiamo bisogno di proporre obiettivi concreti, come Pablo Solone ha fatto. Dobbiamo mostrare come il consenso scientifico sul cambiamento climatico si riferisce alle preoccupazioni locali e nazionali, ad esempio gli oleodotti, le sabbie bituminose, fracking, e le condizioni meteorologiche estreme. Dobbiamo lavorare con tutti coloro che sono disposti ad affrontare qualsiasi aspetto della crisi, dalle persone che hanno ancora illusioni sul capitalismo al  rivoluzionario convinto. Gli attivisti nei paesi ricchi devono essere attenti alla solidarietà politica e pratica con le principali vittime dei cambiamenti climatici, le popolazioni indigene, e le masse dei poveri. Abbiamo bisogno di fare tutto questo e altro ancora.

Ma il primo passo è quello di dire la verità circa il pericolo che abbiamo di fronte, sulle sue cause e sulle misure che devono essere adottate per risolvere la minaccia. In tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.

Note

1   Fraser C. Lott, Nikolaos Christidis, and Peter A. Stott, “Can the 2011 East African Drought Be Attributed to Human-Induced Climate Change?,” Geophysical Research Letters 40, no. 6 ( March 2013): 1177–81.

2   UNDP, “’Rise of South’ Transforming Global Power Balance, Says 2013 Human Development Report,” March 14, 2013, http://undp.org.

3   Tom Harris, “Climate Catastrophism Picking Up Again in the U.S. and Across the World,” Somewhat Reasonable, October 10, 2012 http://blog.heartland.org.

4   Pierre Gosselin, “The Climate Catastrophism Cult,” NoTricksZone, February 12, 2011, http://notrickszone.com.

5   Ray Evans, “The Chilling Costs of Climate Catastrophism,” Quadrant Online, June 2008. http://quadrant.org.au.

6   Franz Mauelshagen, “Climate Catastrophism: The History of the Future of Climate Change,” in Andrea Janku, Gerrit Schenk, and Franz Mauelshagen, Historical Disasters in Context: Science, Religion, and Politics (New York: Routledge, 2012), 276.

7   Alexander Cockburn, “Is Global Warming a Sin?,” CounterPunch, April 28–30, 2007, http://counterpunch.org.

8   Alexander Cockburn, “Who are the Merchants of Fear?,” CounterPunch, May 12–14, 2007, http:// counterpunch.org.

9   Alexander Cockburn, “I Am An Intellectual Blasphemer,” Spiked Review of Books, January 9, 2008, http://spiked-online.com.

10              Leo Panitch and Colin Leys, “Preface,” Socialist Register 2007: Coming to Terms With Nature (London: Merlin Press/Monthly Review Press, 2006), ix–x.

11              “Notes from the Editors,” Monthly Review 58, no. 10 (March 2007), http://monthlyreview.org.

12              Sasha Lilley, David McNally, Eddie Yuen, and James Davis, Catastrophism: The Apocalyptic Politics of Collapse and Rebirth (Oakland: PM Press, 2012).

13              Yuen’s footnote cites an article which is identical to a news release issued the previous day by Texas A&M University; see “Increased Knowledge About Global Warming Leads to Apathy, Study Shows,” Science Daily, March 28, 2008, http://eurekalert.org. The original paper, which Yuen does not cite, is: P.M. Kellstedt, S. Zahran, and A. Vedlitz, “Personal Efficacy, the Information Environment, and Attitudes Towards Global Warming and Climate Change in the United State,” Risk Analysis 28, no. 1 (2008): 113–26.

14              Aaron M. McCright and Riley E. Dunlap, “The Politicization of Climate Change and Polarization in the American Public’s Views of Global Warming, 2001–2010,” The Sociological Quarterly 52 (2011): 155–94.

15              A. Leiserowitz, et. al., Global Warming’s Six Americas, September 2012 (New Haven, CT: Yale Project on Climate Change Communication, 2013), http://environment.yale.edu.

16              Robert J. Brulle, Jason Carmichael, and J. Craig Jenkins, “Shifting Public Opinion on Climate Change: An Empirical Assessment of Factors Influencing Concern Over Climate Change in the U.S., 2002–2010,” Climatic Change 114, no. 2 (September 2012): 169–88.

17              Joe Romm, “Apocalypse Not: The Oscars, The Media and the Myth of ‘Constant Repetition of Doomsday Messages’ on Climate,” Climate Progress, February 24, 2013, http://thinkprogress.org.

18              Douglas Fischer. “2010 in Review: The Year Climate Coverage ‘Fell off the Map,’” Daily Climate, January 3, 2011. http://dailyclimate.org; “Climate Coverage Down Again in 2011,” Daily Climate, January 3, 2012, http://dailyclimate.org; “Climate Coverage, Dominated by Weird Weather, Falls Further in 2012,” Daily Climate, January 2, 2013, http://dailyclimate.org.

19              Maxwell T. Boykoff, Who Speaks for the Climate?: Making Sense of Media Reporting on Climate Change (Cambridge: Cambridge University Press, 2011), 24.

20              Neil T. Gavin, “Addressing Climate Change: A Media Perspective,” Environmental Politics 18, no. 5 (September 2009): 765–80.

21              Two responses to David Noble are: Derrick O’Keefe, “Denying Time and Place in the Global Warming Debate,” Climate & Capitalism, June 7, 2007, http://climateandcapitalism.com; Justin Podur, “Global Warming Suspicions and Confusions,” ZNet, May 11, 2007, http://zcommunications.org.

22              Pablo Solón, “A Contribution to the Climate Space 2013: How to Overcome the Climate Crisis?,” Climate Space, March 14, 2013, http://climatespace2013.wordpress.com.

23              David Spratt, Always Look on the Bright Side of Life: Bright-siding Climate Advocacy and Its Consequences, April 2012, http://climatecodered.org.

24   Joe Romm, “Apocalypse Not.”

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