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LEV TOLSTOJ

La nostra posizione sulla crisi finanziaria

da Monthly Reviewhttp://mrzine.monthlyreview.org/mage061008.html

di John Mage

Domenica pomeriggio 5 ottobre 2008: un momento di culmine della crisi globale del credito, che chi abbia meno di ottant’anni non aveva ancora potuto vedere. Verrà il momento in cui tornerà la calma e noi al Monthly Review potremo dimostrare il miglior tentativo – in termini di precisione e credibilità rispetto a chiunque altro – di persuasione degli ultimi anni (di scarso successo) e di lungimiranza (di ben maggior successo). Ma in questo momento, stiamo ricevendo impetuose richieste da parte dei nostri amici e degli abbonati affinché affrontiamo la congiuntura attuale, la combinazione di circostanze passeggere e di eventi che hanno causato gli scossoni quotidiani dell’attuale crisi.

Anche a breve distanza, il quadro si delinea con chiarezza. Già possiamo dire che quasi nessuno crede più al trionfo finale del capitalismo liberale e alla “fine della storia”, o che i mercati finanziari possano auto-regolamentarsi, o che “[un] mercato finanziario aperto, competitivo e liberalizzato [possa] efficacemente allocare risorse scarse per promuovere stabilità e prosperità in modo di gran lunga superiore rispetto all’intervento governativo” (Henry Paulson, marzo 2007), o, più in generale, che il capitalismo dominato dalla finanzia possa offrire il miglior percorso di sviluppo globale e di prosperità.

E per chi continua a credere che i padroni della finanzia abbiano creato la vera ricchezza tramite la produzione di “esotici prodotti finanziari”, beh, non c’è nulla da dire che li possa convincere se i fatti non li hanno persuasi. Ma questo non è il nostro pubblico, o almeno non è il pubblico a cui ci rivolgiamo. Certo il pubblico auspicato e quello effettivo non corrispondono pienamente, lo sappiamo. Eppure, nel rispondere alle richieste di affrontare e spiegare la congiuntura economica (persino se i governanti degli Stati Uniti ci chiedessero come salvare il capitalismo, casomai noi lo sapessimo e loro ci ascoltassero), sarebbe utile per noi del Monthly Review fare una breve pausa di riflessione per considerare il pubblico a cui intendiamo rivolgerci.

Nella sezione “Informazioni” sulla nostra pagina web diciamo: “Monthly Review ha mantenuto una posizione coerente. Essa è frutto di un sincero tentativo di impostare le questioni odierne dando priorità a specifici interessi: quelli della grande maggioranza del genere umano, i proletari”. Naturalmente, però, quel pubblico non può permettersi l’abbonamento che rende possibile l’esistenza di Monthly Review, né, probabilmente, l’accesso a Internet che consentirebbe loro di leggere la nostra rivista online. Quelli su cui contiamo per il sostegno finanziario, temono ora soprattutto e senza dubbio per i loro fondi pensione in pericolo, ed è logico che sia così. Eppure, qui sta la contraddizione, non è a loro che, in ultima analisi, noi vorremmo rivolgerci.

Allora, che senso ha questa crisi del sistema del credito per la stragrande maggioranza del genere umano, per i proletari? Ovviamente non ci riferiamo solo ai nullatenenti nudi e affamati, ma a quelli senza risorse finanziarie (aldilà dei risparmi che gli consentirebbero di sopra vivere per pochi mesi) o con un patrimonio netto negativo, i cui debiti sono più o meno uguali, se non superiori, al valore della loro auto o bicicletta, della loro casa o baracca o appezzamento di terreno. Non abbiamo le cifre di tutto il mondo, ma persino negli Stati Uniti, il governo ammette che più di un terzo dei nuclei familiari neri e ispanici rientrano in questa categoria ed è probabile che i numeri siano sottostimati.

Guardando agli Stati Uniti, anche la situazione di quelli con piccoli patrimoni non è rosea. Per l’80% delle famiglie il reddito è rimasto fermo (con salari reali ancora ai livelli del 1970), i risparmi netti sono inesistenti, e le spese di gestione dei debiti si avvicinano al 20% del reddito annuo. I pignoramenti da parte delle banche e i casi di bancarotta sono in rapido aumento. I fondi pensione vengono sistematicamente derubati. L’assistenza sanitaria è inesistente o in progressiva diminuzione. I sindacati, con poche eccezioni, stanno scomparendo. Le scuole pubbliche sono in decadenza e sotto l’attacco di tutti. Il Paese sta combattendo una interminabile guerra che serve solo all’attuale struttura di potere. Il chiaro rifiuto da parte della maggioranza dei lavoratori degli Stati Uniti al piano di salvataggio delle banche ideato da Paulson, non è semplicemente una risposta arrabbiata, confusa e irrazionale (che altro ci si poteva aspettare, visto il tenore dell’informazione?) ma riflette almeno in parte il riconoscimento che il vero salvataggio sociale doveva essere indirizzato a quelli in basso, dove la necessità è più grande, e non alle ricche élite in alto. Nel frattempo, in Africa, India, Cina, America Latina, Indonesia, Bangladesh, c’è indubbiamente una grande maggioranza di popolazione priva delle risorse finanziarie necessarie alla sussistenza che per pochi mesi: per loro il salvataggio e la crisi finanziaria hanno la stessa discutibile rilevanza.

Per coloro che sopravvivono in condizioni precarie (sebbene a livelli diversi di gravità) – e occorre ribadire che sono la maggioranza della popolazione globale – la crisi finanziaria potrebbe effettivamente aver già avuto un qualche impatto in determinate circostanze. I tagli alla già insufficiente spesa sociale avranno ripercussioni su molte persone povere negli Stati Uniti, e sono i nostri amici e vicini di casa: dobbiamo fare tutto il possibile per aiutarli. È possibile che lavoratori mal pagati cinesi che producono per l’esportazione verso gli Stati Uniti potrebbero anche affrontare circostanze peggiori. Tuttavia, nel complesso, la conclusione è chiara: farà poca differenza se nell’immediato questa crisi produrrà qualche differenza nella vita della maggioranza delle persone in altri paesi; la loro sopravvivenza precaria dipende da rapporti sociali ed economici lontani dagli interrotti circuiti della finanza globale.

Prendendo in considerazione un periodo appena più lungo, le prospettive – che fanno supporre che alla crisi finanziaria seguirà una crisi economica a livello mondiale – potrebbero essere meno sfavorevoli. In alcuni dei paesi più prosperi, un ritorno al capitalismo razionale keynesiano significherebbe un aumento della spesa sociale con beneficio dei poveri, duramente colpiti dalle scelte “riformatrici” neoliberali, ora screditate. Ma la lezione più importante viene dall’America Latina, che tanto ha da insegnare a nostro beneficio. Nel mezzo della crisi, il paese meno colpito è, e continuerà a essere, Cuba; è già fuor di qualsiasi dubbio che il posto migliore in tutto il mondo dove poter contare sull’equità sociale, piuttosto che sui miseri risparmi individuali, il posto migliore dove essere proletari, è Cuba.

E in Cina, India, Sud Africa il percorso da compiere è oggetto di un profondo e animato dibattito e di lotta, con un esito tutt’altro che certo. La fine della egemonia intellettuale neoliberista, il discredito della “riforma” nell’interesse dei banchieri e dei ricchi, costituiscono i più sicuri segni di speranza per la grande maggioranza. Al Monthly Review, pertanto, dovremmo fare nostra la missione di conficcare un paletto nel cuore del neoliberismo mortalmente ferito. Raduniamoci per cantare le nenie dei Trevor Manuel, dei Chidambaram e dei Paulson su “l’aprire i mercati finanziari competitivi e liberalizzati”. Ridicolizziamo spietatamente tutti gli anni di questo disonesto e incomprensibile gergo di “libertà economica” e “riforma” sputato sul pubblico dagli economisti e dai giornalisti, quali prostitute dei banchieri. Sgombriamo il terreno per un ritorno al cammino socialista, l’unica speranza per la maggior parte del genere umano: i proletari.

 

 

I difetti dell’euro spiegati 30 anni prima che nascesse dall’economista keynesiano Nicholas Kaldor

Questo testo è stato scritto dall’economista post Keynesiano Nicholas Kaldor nel 1971 (quando la moneta unica europea era solo un progetto sulla carta che si sarebbe realizzato circa 30 anni dopo) in “Effetti Dinamici del Mercato Comune” pubblicato inizialmente su New Statesman il 12 marzo 1971 e ristampato anche (come capitolo 12, pp 187 – 220) in “Altri Saggi di Economia Applicata” – volume 6 della Raccolta di saggi economici di Nicholas Kaldor. Trent’anni prima che l’euro nascesse presentava dubbi e perplessità, critiche.

……. Un giorno le nazioni d’Europa saranno pronte ad unire le loro identità nazionali e a creare una nuova Unione Europea – gli Stati Uniti d’Europa. Se e quando lo faranno, ci sarà un Governo Europeo che assumerà tutte le funzioni che fanno capo al Governo Federale degli Stati Uniti d’America, o del Canada o dell’Australia. Questo implicherà la creazione di una “piena unione economica e monetaria”. Ma si commette un errore pericoloso nel credere che l’unione politica e monetaria possa precedere l’unione politica o che opererà (come si legge nelle parole del rapporto Werner) “un agente di fermentazione per la creazione di una unione politica della quale nel lungo non sarà in ogni caso in grado di fare a meno”. Poiché se la creazione di una unione monetaria e il controllo della Comunità sui bilanci nazionali saranno tali da generare pressioni che conducono ad una rottura dell’intero sistema, è chiaro che lo sviluppo dell’unione politica sarà ostacolato e non promosso.

 

 

 

Altri estratti dal capitolo:

pag. 202

Gli eventi degli ultimi anni – in cui si evidenziava la necessità di una rivalutazione del marco tedesco e di una svalutazione del franco francese – hanno dimostrato l’insufficienza della Comunità stante l’attuale grado di integrazione economica. Il sistema presuppone piena convertibilità delle valute e cambi fissi tra gli stati membri, lasciando la politica monetaria e fiscale alla discrezione dei singoli stati. Sotto questo sistema, come gli eventi hanno dimostrato, alcuni paesi tenderanno ad acquisire crescenti (ed indesiderati) surplus commerciali nei confronti dei loro partner commerciali, mentre altri accumulano crescenti deficit. Ciò porta con sé due effetti indesiderati. Trasmette pressioni inflazionistiche da alcuni membri ad altri; e mette i paesi in surplus nelle condizioni di fornire finanziamenti in automatico ai paesi in deficit in scala crescente.

 

Pag. 205

…. Questo è un altro modo per dire che l’obiettivo di una piena unione monetaria ed economica non si può ottenere senza una unione politica; e la seconda presuppone integrazione fiscale e non mera armonizzazione fiscale. Essa richiede la creazione di un Governo e Parlamento della Comunità che si assumano la responsabilità almeno della maggior parte della spesa attualmente finanziata dai governi nazionali e la finanzi attraverso tasse equamente ripartite tra i membri comunitari. Con un sistema integrato di questo tipo le aree più ricche finanziano in automatico quelle più povere, e le aree che sperimentano un declino delle esportazioni sono automaticamente alleggerite pagando meno e ricevendo di più dalla Fisco centrale. La tendenze cumulative all’aumento e alla diminuzione sono così tenute sotto controllo da uno stabilizzatore fiscale costruito all’interno del sistema che consente alle aree in surplus di fornire automaticamente aiuto a quelle in deficit.

 

 

 

Pag. 206

…quel che il Rapporto sbaglia nel riconoscere è che l’esistenza di un sistema centrale di tassazione e spesa è uno strumento per l’erogazione di “aiuti regionali” molto più potente di qualunque cosa che l’“intervento speciale” per lo sviluppo delle regioni sia capace di fornire.

D’altra parte l’attuale piano della Comunità è come quella casa che “divisa contro se stessa non riesce a stare”. L’Unione monetaria e il controllo della Comunità sui bilanci impedirà ad ogni singolo stato membro di perseguire autonome politiche di piena occupazione – di intervenire per compensare le cadute del livello della produzione e dell’occupazione – eccetto che non beneficiando dell’appoggio di un forte Governo comunitario in grado di preservare i suoi cittadini dalle conseguenze peggiori.

 

Pag. 192

Myrdal coniò la locuzione “causazione circolare e cumulativa” per spiegare perché il tasso di sviluppo economico delle diverse aree del mondo non tende ad uno stato di equilibrio uniforme ma, al contrario, tende a cristallizzarsi in un numero limitato di aree ad elevata crescita il cui successo ha l’effetto di inibire lo sviluppo di altre aree. Questa tendenza non potrebbe operare se le variazioni dei salari monetari fossero sempre tali da compensare la differenza nei tassi di incremento della produttività. Tuttavia non è questo il caso che si verifica: per ragioni forse non pienamente comprese, la dispersione nei tassi di aumento dei salari tra le diverse aree tende sempre ad essere considerevolmente più piccola di quella relativa alle variazioni della produttività. E’ per questa ragione che in un’area valutaria comune, o in un sistema di valute convertibili con cambi fissi, le aree che crescono di più tendono ad acquisire un vantaggio competitivo cumulativo rispetto alle aree che crescono a tassi inferiori. I “salari efficienti” (calcolati come rapporto tra salari monetari e produttività) tenderanno, nel corso naturale degli eventi, a diminuire nel primo gruppo di paesi rispetto al secondo – anche nella situazione in cui nei due gruppi i salari monetari tendono contemporaneamente a crescere in termini assoluti. Proprio in ragione degli incrementi dei differenziali di produttività, i costi comparati di produzione nelle aree a maggior crescita tendono a diminuire nel tempo rispetto a quelli delle aree a minor crescita ed aumentano di conseguenza il vantaggio competitivo delle prime.

https://keynesblog.com/2012/10/08/i-difetti-delleuro-spiegati-30-anni-prima-che-nascesse-dalleconomista-keynesiano-nicholas-kaldor/

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