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Ripensare l’oppressione femminile

di Johanna Brenner e Maria Ramas

Nell’ultimo decennio si è assistito ad un’espansione straordinaria delle analisi e dei dibattiti marxisti-femministi. La recente opera di Michèle Barrett, Women’s Oppression Today, costituisce un tentativo ambizioso di presentare e sintetizzare queste ricerche. Attraverso un dialogo con le correnti più influenti del pensiero socialista-femminista, la Barrett cerca di elaborare, senza alcun riduzionismo o idealismo, un’analisi marxista del rapporto tra oppressione femminile e sfruttamento di classe in seno al capitalismo. In questo senso, il progetto della Barrett si integra non solo a quello del femminismo marxista, ma anche alle rivalutazioni contemporanee dell’insieme della teoria marxista, nelle quali hanno una rinnovata importanza l’ideologia, lo stato e la lotta di classe. Due interrogativi teorici, in particolare, si sono ritrovati al cuore dei dibattiti marxisti-femministi dell’ultimo decennio.

In quale misura l’oppressione femminile si costituisce indipendentemente dalle più generali operazione della produzione capitalista?

In quale misura l’oppressione femminile si colloca al livello dell’ideologia? Barrett, nell’identificare il dilemma centrale che la sua analisi mira a superare, sostiene che gli approcci marxisti-femministi tendono verso il riduzionismo poiché presuppongono, come le teorie del lavoro domestico, che l’oppressione femminile, in quanto parte integrante del capitalismo, non può avere determinazioni indipendenti. È impossibile mostrare in maniera convincente che la riproduzione privatizzata, fondata sul lavoro domestico, sia in grado di fornire al capitale i mezzi per riprodurre la forza lavoro ad un costo più basso. Inoltre, il fatto di vedere in tale sistema di riproduzione un effetto, o una condizione, dei rapporti di classe capitalistici non consente di spiegare perché siano proprio le donne a rimanere in casa, né tiene conto del dominio maschile sulle donne all’interno della classe operaia. Le teorie marxiste, sfociano naturalmente in una strategia politica che dissolve la lotta per l’emancipazione femminile nella lotta di classe: la posizione sociale delle donne esprime il loro sfruttamento da parte del capitale, anziché una relazione di dipendenza e impotenza rispetto ai loro mariti e padri.

Gli approcci marxisti-femministi che hanno utilizzato il concetto di patriarcato come strumento analitico si sono giustamente preoccupati di integrare il fatto del potere maschile in un’analisi di classe. L’interesse di questo concetto deriva dal suo riconoscere il fatto che gli uomini, in quanto tali, possiedono determinati privilegi ed esercitano quindi un potere sule donne, anche in seno alla classe operaia. La difficoltà è consistita, tuttavia, nel districare il rapporto tra le gerarchie di classe e quelle di genere. Stiamo parlando di due sistemi, uno governante la «produzione» e la’altro la «riproduzione», o di uno solo? La Barrett rimarca che i tentativi di costruire un sistema semplice tendono verso il riduzionismo e il funzionalismo, nel loro voler dimostrare che il patriarcato si mantiene a beneficio della classe detentrice del capitale. Le analisi dualiste, d’altra parte, non hanno ancora stabilito in maniera soddisfacente la relazione tra i due tipi di gerarchia. Sono queste in conflitto o si accomodano l’un l’altra? E ancor più importante, tramite quale processo un simile accomodamento può realizzarsi? Secondo la Barrett, il principale difetto delle teorie dualiste risiede nel loro limitare inutilmente la portata della teoria marxista cercando una compensazione nel concetto di patriarcato, al fine di colmare le presunte insufficienze delle categorie marxiste, ritenute «avulse rispetto al genere». In fin dei conti, l’introduzione di tale concetto non risolve niente, quantomeno dal punto di vista marxista-femminista, poiché allontana da intuizioni fondamentali del quadro teorico marxista, conducendo fermamente sul terreno della sociologia empirica. Per la Barrett, il progetto marxista-femminista deve invece ratificare e sviluppare la teoria marxista affinché essa possa abbracciare diverse strutture sociali e demistificarne i rapporti reciproci. Confinando la teoria marxista al dominio della produzione, le teorie dualiste impediscono di costruire sulla base delle fondamenta gettate da una concezione materialista della società – vale a dire il rapporto determinante esistente tra i diversi livelli dell’esperienza e dell’organizzazione umana.

 

L’ultimo approccio marxista-femminista valutato dalla Barrett si concentra sulla creazione delle soggettività maschile e femminile, così come sulla rappresentazione delle differenze tra i generi nella produzione culturale. Questo approccio è stato influenzato considerevolmente dallo spostamento del pensiero marxista sul tema del’ideologia, in particolare grazia a l’impulso fornito da Althusser. Il rigetto dell’economicismo e la rivalutazione dell’ideologia hanno aperto la porta al marxismo-femminismo mirante a situare i rapporti tra generi al centro dell’analisi marxista., evitando al contempo i problemi del riduzionismo e dell’empirismo che affliggono gli approcci organizzati attorno ai concetti di riproduzione e patriarcato.

 

La Barrett identifica in questo punto di vista due problemi interdipendenti, il primo consistente in una forte tendenza astorica, causata da una massiccia mobilitazione del pensiero psicanalitico. Tale approccio non è ancora pervenuto a fornire un’analisi dell’ideologia e della soggettività di genere in grado di mostrare come questi ultimi si sono evoluti nel tempo, o come hanno potuto connettersi a formazioni sociali specifiche nel corso della storia. In secondo luogo, si tratta di un approccio che tende a dimenticare l’affermazione di Althusser, senza dubbio nebulosa ma essenziale, secondo la quale «in ultima istanza» la priorità va alla dimensione economica, al fine di difendere più efficacemente l’autonomia assoluta dell’ideologia – una tendenza che si rivela con maggiore chiarezza nelle teorie del discorso, qui estesamente criticate. Per la Barrett, l’ideologia non possiede alcuna utilità analitica laddove è separata dalla realtà materiale, poiché diviene impossibile proporre una teoria della determinazione – ossia del mutamento storico, fondata sul principio di contraddizione. Simili approcci, come le teorie dualiste, portano in fin dei conti ad una teoria borghese della determinazione frammentata in diversi fattori – politico, ideologico, economico e via dicendo.

 

Dopo aver identificato i problemi principali dell’attuale riflessione teorica, la Barrett tenta di risolverli tramite un’analisi che riconosca l’importanza degli elementi ideologici – la costruzione della soggettività di genere, le sue determinazioni e conseguenze – senza strappare l’ideologia al suo ancoraggio ai rapporti materiali. Allo stesso tempo, propone di utilizzare un’analisi di tipo storico allo scopo di navigare tra la Scilla del riduzionismo e la Cariddi dell’empirismo. Per la Barrett la chiave dell’oppressione femminile è costituita da un complesso da lei definito come «sistema familiare domestico». Un complesso che integra una data struttura sociale – il nucleo familiare – ed un’ideologia – quella della famiglia – i quali, pur essendo connessi, non sono paralleli. Nella struttura del nucleo familiare, un certo numero di persone, generalmente unite da legami biologici, dipendono dal salario di qualcuno dei membri adulti, principalmente quello del marito/padre, ma anche dal lavoro non pagato della donna/madre per quanto riguarda la preparazione dei pasti, la cura dei figli e così via. L’ideologia della famiglia definisce la vita familiare come

 

«naturalmente» fondata su di una parentela stretta, e opportunamente organizzata attorno al guadagno di un uomo, dal quale la donna e i bambini saranno finanziariamente dipendenti. La vita familiare è così concepita come una sorta di rifugio del’intimità posto al di là del dominio pubblico del commercio e dell’industria (1).

L’ipotesi fondamentale della Barrett è che il sistema familiare domestico non sia inerente al capitalismo, sebbene nel corso della storia sia giunto a costituire un elemento dei suoi rapporti di classe. Una tale struttura non era inevitabile; essa è frutto di un processo storico, attraverso il quale una certa ideologia, presupponente il legame naturale tra le donne e la domesticità, è stato integrato ai rapporti di produzione capitalistici. Un’ideologia derivante in gran parte da concezioni pre-capitaliste sulla posizione sociale delle donne, e tuttavia una costruzione attribuibile sopratutto alla borghesia, corrispondente ai rapporti familiari borghesi. Essa è stata accettata dalla classe operaia organizzata del XIX secolo, al punto da risultare determinante nello sviluppo delle strategie politiche dei sindacati di mestiere. Secondo la Barrett, il punto di svolta nella formazione del sistema familiare domestico si situa alla metà del XIX secolo, nel momento in cui si svolge una lotta che contrappone una coalizione di capitalisti e lavoratori contro le lavoratrici, il cui esito ha consentito agli interessi comuni di sindacati di mestiere maschili e allo stato borghese di prevalere su quelli delle lavoratrici. L’esclusione delle donne dai sindacati di mestiere così come la legislazione concernente le condizioni di lavoro delle donne, votata in Inghilterra negli anni 1840-1860, hanno effettivamente confinato le donne alla sfera domestica, gettando contemporaneamente le basi di una divisione sessuale del mercato del lavoro salariato. Nel momento in cui il sistema famiglia-nucleare si è instaurato, questo tipo di divisione era pressoché inevitabile. La divisione sessuale del lavoro, in seno alla famiglia e al mercato, si sono rafforzate l’un l’altra. La bassa remunerazione delle donne nonché la loro segregazione ad un numero limitato di professioni hanno contribuito a fissare la loro posizione all’interno della famiglia, e vice versa.

 

Gli uomini della classe operaia hanno lottato per il sistema familiare-domestico, che si accordava ai loro interessi a breve termine. Alla lunga, a detta della Barrett, tale strategia ha però rappresentato una vera e propria disfatta per la classe nel suo insieme, poiché divideva gli interessi di lavoratori e lavoratrici. Gli uomini avrebbero potuto mobilitarsi per un aumento dei salari delle donne, il che avrebbe unito e dunque consolidato la classe operaia. Al contrario, essi hanno lottato al fine di ottenere una remunerazione familiare, delle organizzazioni sindacali strettamente maschili ed una legislazione protettiva nei confronti delle donne, con l’obiettivo di eliminare la competizione di una mano d’opera a buon mercato e di confinare le donne nella sfera domestica.

 

D’altra parte, proprio perché il sistema familiare-domestico divideva la classe operaia e rappresentava una forza sociale fondamentalmente conservatrice, la sua adozione era nell’interesse a lungo termine della borghesia, anche se non necessariamente nel suo interesse economico. La classe capitalista ha così utilizzato la propria posizione egemonica all’interno dello stato per imporre il sistema tramite una legislazione protettiva applicata durante tutto il corso del XIX secolo, e ancora oggi nel contesto dello Stato-provvidenza.

 

La Barrett ne trae la conclusione che l’oppressione femminile, senza per questo avere fondamento nel periodo storico nel quale si è costituito il sistema familiare-domestico, «ha trovato la sua base materiale di produzione e riproduzione del capitalismo odierno». Essa così si spiega:

 

Un certo modello di dipendenza femminile si è stabilita nei rapporti di produzione capitalistici, nelle divisioni che strutturano il lavoro salariato e l’oppongono e l’oppongono a quello domestico. Come tale, l’oppressione femminile, la quale non è essenzialmente inerente alla logica dello sviluppo capitalistico, è divenuta necessaria ai fini della riproduzione del modo del modo di produzione nella sua forma attuale (2).

Poiché l’oppressione femminile non è un presupposto del capitalismo, non dovrebbe essere teoricamente impossibile per le donne pervenire all’emancipazione nella società capitalistica. Una simile emancipazione esigerebbe: 1. una nuova divisione del lavoro e delle responsabilità familiari; 2. la fine della dipendenza, reale o presunta, delle donne rispetto alla remunerazione degli uomini; 3. una trasformazione dell’ideologia del genere. Queste trasformazioni sarebbero tuttavia estremamente difficili da realizzare, dato il loro sistematico radicamento nel tessuto dei rapporti sociali capitalistici.

 

Come conclude la Barrett, tali divisioni si integrano sistematicamente alla struttura e alla tessitura dei rapporti sociali capitalistici in Inghilterra, e sono essenziali alla stabilità politica ed ideologica di questa società. Sono costitutive della nostra soggettività così come, in parte, dell’egemonia politica e culturale del capitalismo. Servono a stabilire il rapporto fondamentale tra il sistema del lavoro salariato e l’organizzazione della vita domestica, ed è impossibile pensare che possano essere sottratte ai rapporti capitalistici di produzione e riproduzione senza trasformarli profondamente. Ecco perché lo slogan «nessuna emancipazione femminile senza socialismo; nessun socialismo senza emancipazione femminile» è più che altro espressione di un pio desiderio (3).

Questo inventario della teoria femminista è impressionante, sopratutto perché consente alla Barrett di riamarcare in modo estremamente chiaro, sebbene un po’ schematico, l’impasse nella quale si trova il marxismo-femminismo. Pur non credendo che la sua analisi conduca fuori da questo vicolo cieco, siamo convinte vi sia indicata la direzione da seguire se vogliamo aprire nuovi spazi. È assolutamente essenziale per l’analisi marxista-femminista sottolineare, insieme alla Barrett, il fatto che il sistema familiare-domestico, luogo decisivo dell’oppressione femminile, non è determinato esclusivamente dalle esigenze funzionali del capitalismo; insieme all’autrice, è necessario promuovere un approccio storico, attento ai processi attraverso i quali la lotta di classe ha modellato la divisione sessuale dl lavoro. L’impegno della Barrett nello sviluppo di una teoria del genere non-riflessiva, ma materialista, è altrettanto cruciale.

 

Tuttavia, dal nostro punto di vista, l’analisi della Barrett manca il suo obiettivo, in quanto non è capace di risolvere l’enigma dell’accordo tra, da un lato, la dinamica «avulsa dal genere» del modo di produzione capitalistico così come descritto dalla teoria marxista e, dall’altro, le operazioni quotidiane profondamente sessiste della società capitalistica. Una delle principali ragioni di questo scacco è che la Barrett non è in grado di affrontare in maniera soddisfacente i principali problemi teorici ai quali ogni analisi marxista-femminista deve far fronte: com’è possibile, data la tendenza capitalistica all’accumulazione e al massimo utilizzo della forza lavoro, che le donne siano a tal punto escluse dalla produzione capitalistica e confinate all’ambiente domestico. Secondo le teorie del lavoro domestico, la spiegazione risiede nel fatto che il sistema familiare-domestico è generato dall’accumulazione del capitale stessa, il che elimina il problema iniziale. Come abbiamo visto, la Barrett rigetta un simile approccio con la sua teoria di un unico sistema (capitalista e sessista) e del suo sviluppo storico. Ma con ciò non viene comunque risolto il problema teorico in questione. Se la legge dell’accumulazione è avulsa dal genere, e su questo la Barrett conviene, come si perpetuano le divisioni tra generi? L’immagine proposta dall’autrice, secondo la quale tali divisioni «sarebbero integrate alla struttura […] dei rapporti sociali capitalistici» non aggiunge granché. Cosa vuol dire di preciso? Quali sonno esattamente i meccanismi che ricreano e rafforzano la divisione sessuale all’interno della forza lavoro? In quale maniera questi meccanismi sono correlati all’imperativo capitalistico della massimizzazione dei profitti? L’analisi dei processi storici non permette di ignorare il problema teorico soggiacente, vale a dire il fatto che tali divisioni su base sessuale vengono perpetuate, e non minate, dal capitalismo.

 

La stessa Barrett riconosce quanto sia problematico affermare che il sistema del lavoro domestico non si accorda necessariamente agli interessi economici della borghesia. Ma se i lavoro domestico serve sopratutto agli interessi politici borghesi, come pretende l’autrice, come spiegare il fatto che i capitalisti subordinino i propri interessi a breve termine, ossia la ricerca del massimo profitto, a quelli a lungo termine. Allo stesso modo, quando sostiene che le divisioni su base sessuale non derivano da un sistema patriarcale separato, la Barrett si vede costretta a ridefinire i rapporti di produzione. A suo modo di vedere, il concetto non si riferisce semplicemente ai rapporti di classe, bensì «dovrebbe comprendere le divisioni sessuali, o razziali, le definizioni di diverse forme di lavoro, ovvero chi deve lavorare e in quali professioni» (4). Ma qual è il legame tra questi rapporti e quelli di classe capitalistici? La questione si pone tanto più urgentemente, considerando che per la Barrett «i rapporti creati dal lavoro salariato così come la contraddizione tra lavoro e capitale – le due caratteristiche definenti il modo di produzione capitalistico – possono essere intese come «avulse dal genere» e funzionanti, di fatto, indipendentemente da esso» (5). Malgrado questo gioco di prestigio, simo ritornati alle teorie dualiste – nonché al problema iniziale: in quale modo la contraddizione tra lavoro e capitale, che si voleva «avulsa dal genere», è legata ai rapporti di produzione, nei quali la differenza sessuale gioca un ruolo significativo? A nostro avviso, la semplice affermazione secondo la quale i rapporti di produzione sono evoluti nel corso della storia non è sufficiente.

 

Detto altrimenti, l’analisi della Barrett, per quanto materialista nel suo approccio, non giunge ad identificare dei fondamenti materiali per l’oppressione femminile nel capitalismo. Essa, infatti, rigetta non solo le spiegazioni che giustificano l’oppressione sulla base dell’esigenza capitalista della riproduzione della forza lavoro, ma anche formulazioni femministe radicali che fanno della riproduzione biologica un fondamento materiale. Peraltro la Barret non riesce a mostrare senza ambiguità che il sistema familiare-domestico è nell’interesse vitale e materiale di un qualsiasi gruppo sociale. Non ne traggono sicuramente beneficio le donne e gli uomini della classe operaia: a) perché non vi è alcuna evidenza che il lavoro domestico delle donne migliori le condizioni di vita della classe nel suo complesso; b) perché tale sistema divide la classe operaia mettendo gli uomini e le donne in competizione in seno alla famiglia in quanto lavoratori salariati; e c) perché niente di tutto ciò e mai stato stabilito rigorosamente. Anche se gli uomini della classe operaia hanno interesse, appunto in quanto uomini, al mantenimento del sistema familiare-domestico, la Barrett non ritiene questo interesse così forte quanto sostengono invece alcune femministe. Il ruolo dell’uomo come sostegno della famiglia a) intrappola in realtà gli uomini nel lavoro salariato; b) li priva di un rapporto più stretto coi propri figli; e c) li opprime imponendo loro una definizione rigida della mascolinità. Il marito, dunque, non può essere definito, come proposto da Christine Delphy, come «colui che si appropria coscientemente della forza lavoro della moglie, rendendosi con ciò responsabile dello sfruttamento dal lavoro domestico da essa svolto» (6).

 

Infine, non si può dire che il sistema familiare-domestico serva senza ambiguità gli interessi della classe capitalista, sebbene, dal punto di vista della Barrett, i capitalisti ne beneficino più di qualunque altro gruppo sociale. In effetti, se il sistema non va nel senso del loro interesse economico, li avvantaggia decisamente dl punto di vista politico, poiché «divide e indebolisce la classe operaia, e ne riduce la militanza» (7). È innanzitutto per questa ragione che la borghesia, tramite enormi investimenti statali, ha appoggiato questa tipologia familiare.

 

Si il sistema familiare-domestico fragile come suggerisce l’analisi della Barrett, risulta difficile spiegarne il radicamento profondo nella società capitalistica. Effettivamente, anche ammettendo che serva gli interessi politici della borghesia, esso non è necessario alla sopravvivenza di quest’ultima, almeno secondo l’analisi della Barrett. Ancora una volta, l’autrice si trova a confronto con la sospensione degli interessi a breve termine dei capitalisti in quanto classe, a favore di quelli politici. Inoltre, nonostante gli interessi degli uomini della classe operaia, sia come maschi che come proletari, non si accordino in definitiva con tale sistema, e se non vi è alcun fondamento materiale nei rapporti sociali di produzione e riproduzione che spinga la classe operaia a difenderlo, è difficile rendere conto di ciò che impedisce ai movimenti operai l’adozione di una strategia più avanzata in materia.

 

La Barrett è cosciente del problema, e la sua soluzione consiste nel concedere maggior peso all’ideologia. A sua detta, l’ideologia del genere va concepita come una forza materiale poiché si trasforma in identità di genere ed esiste al livello della nostra soggettività. Anche se il sistema familiare-domestico non favorisce gli interessi di uomini e donne della classe operaia, «non ne consegue che tutte le donne, o tutta la classe operaia, soffrono semplicemente di falsa coscienza, o ignorano i propri interessi. L’identità di genere e l’ideologia della famiglia sono integrati alla nostra soggettività e ai nostri desideri, ad un livello ben più profondo rispetto a quello della “falsa coscienza”» (8). La Barret suggerisce quindi che l’ideologia del genere è abbastanza potente da contrastare e incassare i colpi della legge dell’accumulazione, per quanto quest’ultima possa esser «avulsa dal genere».

 

Una simile ipotesi, ovviamente, fa appello ad un’analisi della produzione di ideologia del genere e delle sue dinamiche, così come delle condizioni necessarie a modificarne il contenuto. La Barrett nel suo libro non fornisce risposte dettagliate in proposito. Probabilmente esplorerà in futuro tali questioni (9).

 

Per il momento, l’autrice ci lascia supporre che l’ideologia della differenza tra i generi, prodotta da meccanismi che ancora non comprendiamo, ma che, sembrerebbe, operano indipendentemente dai rapporti sociali capitalisti, è stata forte a sufficienza da influenzare la formazione di questi stessi rapporti nella storia e lo rimane tutt’ora continuando a riprodurre questa situazione. Va da sé che tale analisi presta il fianco a critiche formulate nei confronti delle teorie dualiste, comprese quelle della Barrett stessa.

E ora necessario discutere più estesamente il resoconto storico proposto dalla Barrett, oggetto di un consenso inedito nell’ambito del marxismo-femminismo – nello specifico il fatto che il sistema familiare-domestico, e la segregazione conseguente delle donne nei settori meno pagati della produzione capitalistica, sarebbero la conseguenza della legislazione protettiva e delle politiche di esclusione dei sindacati di mestiere (10). La legislazione protettiva, con la proscrizione del lavoro notturno per le donne e l’impedimento al lavoro in certe industrie, ha contribuito a strutturare la divisione sessuale del lavoro sottraendo alle donne la possibilità di competere con gli uomini su un piano di uguaglianza in alcuni mestieri qualificati – come l’estrazione mineraria e la tipografia – e, più in generale, rendendo il lavoro degli uomini più conveniente per i capitalisti. La Barrett sostiene che la posizione precaria delle donne nel lavoro capitalistico ne ha in seguito assicurato il mantenimento del ruolo domestico nella famiglia e la dipendenza dagli uomini.

 

È estremamente difficile difendere l’idea che un edificio sociopolitico così precario abbia potuto giocare un ruolo simile nella determinazione della divisione sessuale del lavoro o del sistema familiare-domestico, in Inghilterra e negli Stati Uniti. L’esempio degli Stati Uniti è ancor più problematico in ragione del forte ritardo col quale la legislazione protettiva è stata votata nel XX secolo. Una prima legge, atta a restringere la giornata lavorativa delle donne a dieci ore, veniva approvata in Ohio nel 1852. Venticinque anni più tardi, solo altri due stati ed un territorio avevano votato leggi concernenti la durata massima del lavoro; nel 1908 soltanto dieci stati avevano simili leggi (11). Inoltre, se l’applicazione della legislazione protettiva era già un processo lento ed arduo, lo sforzo dedicato affinché venissero rispettate le leggi votate nel XIX secolo e nel XX furono minimi. Prima del 1908, solo cinque o sei stati prevedevano nella loro legislazione la presenza di ispettori di fabbrica (12). E anche laddove tali disposizioni erano previste, il loro effetto era pesantemente indebolito da una supervisione insufficiente e da un trattamento assai indulgente nei confronti dei trasgressori (13).

 

La questione è più complessa per quanto riguarda l’Inghilterra, dove la legislazione protettiva è stata votata a livello nazionale e imposta con maggiore efficacia. Il primo provvedimento di rilievo è stato il celebre Ten Hours Bill, approvato dal parlamento nel 1847, col quale si limitava il lavoro delle donne a dieci ore al giorno esclusivamente nelle fabbriche tessili. Nel corso dei due decenni successivi, nuove versioni modificate della stessa legge venivano applicate in altre industrie, e il parlamento estendeva le proprie disposizioni anche ai laboratori nel 1867. In aggiunta a tali progetti di legge limitanti la giornata di lavoro, il Mines Regulation Act del 1842 interdiceva l’impiego delle donne nelle miniere sotterranee (14).

 

Le testimonianze sinora raccolte, per quanto limitate e talvolta impressionistiche, suggeriscono che l’insieme di queste leggi non ha avuto un effetto determinante sulle strutture della divisione sessuale del lavoro. Il Ten Hours Bill, nella misura in cui è stato efficace, sembrerebbe aver limitato il lavoro degli uomini quanto quello delle donne (15). Se così è, il progetto di legge non ha potuto incidere negativamente sull’occupazione delle donne nell’industria. In effetti, è proprio perché esisteva già una divisione sessuale del lavoro nell’industria tessile – al punto che il lavoro di uomini, donne e bambini era interdipendente – , che il Ten Hours Bill era in grado di ridurre le ore di lavoro per tutti limitando soltanto quelle delle donne e quello minorile. La legge, inoltre, non parrebbe aver causato una massiccia sostituzione di lavoratori a lavoratrici, nell’industria nel suo complesso così come nei singoli settori. Nei fatti, la proporzione delle donne nell’industria tessile ha continuato ad aumentare nel corso dell’ultima parte del XIX secolo (16).

 

È probabile che l’estensione della legislazione protettiva alle altre industrie, durante la seconda metà del XIX secolo, non abbia avuto maggior successo nel trasformare la divisione sessuale del lavoro: Nell’insieme, le leggi erano meno restrittive di quelle prevalenti nel settore tessile, consentendo lunghe giornate lavorative, e imposte con scarsa efficacia. Tuttavia, quando queste leggi sono state infine applicate, gli operai specializzati avevano già delle giornate lavorative generalmente più corte rispetto a quelle fissate dalla legislazione: dagli anni Settanta del XIX secolo, numerosi sindacati avevano ottenuto una limitazione della giornata lavorativa nei rispettivi mestieri a nove ore. Alla fine del secolo, tale forma di legislazione protettiva era divenuta pressoché anacronistica, considerato il fatto che la giornata lavorativa normale, nella maggior parte delle industrie, si era ridotta a nove ore e mezza (17).

 

L’esclusione delle donne dai sindacati di mestiere, così come la legislazione protettiva, non è sufficiente a spiegare la divisione sessuale del lavoro. Non vi è alcun dubbio che i sindacati di mestiere abbiano applicato una stretta politica di esclusione in Inghilterra e negli Stati Uniti durante i primi tre quarti del XIX secolo. È altrettanto vero che una simile politica veniva spesso giustificata dall’ideologia patriarcale della differenza tra i sessi. Dubitiamo nondimeno che tale politica abbia potuto avere l’effetto suggerito dalla Barrett. Anche se i sindacati di mestiere fossero riusciti ad escludere le donne dal rispettivo mestiere – il che in ogni caso non è accaduto – risulta difficile pensare che questa politica abbia potuto influenzare l’insieme della divisione sessuale del lavoro capitalistico, poiché i mestieri qualificati organizzati in sindacati nel XIX secolo non ne costituivano che una piccola parte.

Le testimonianze storiche minano ugualmente l’ipotesi della Barrett, secondo la quale le modalità di sindacalizzazione degli uomini della classe operaia, nel XIX secolo, erano principalmente determinate dall’ideologia patriarcale precapitalista. La riforma legislativa e l’organizzazione industriale smentiscono questa affermazione. Il movimento in favore del Ten Hours Bill, uno dei primi sforzi di riforma ad aver successo, e estremamente rivelatore in tal senso. Per la Barrett, si tratta di un movimento che ha incarnato il desiderio da parte degli uomini di escludere le donne dalla produzione, esprimendo così la loro ideologia precapitalista della differenza tra i sessi. Tuttavia, numerosi storici sostengono che il primo obiettivo della frazione operaia del movimento consisteva nel ridurre la giornata lavorativa per tutti. Hutchins e Harrison, ad esempio, suggeriscono che la rivendicazione a favore di una diminuzione delle ore di lavoro delle donne, comparsa nel 1841, vale a dire assai tardivamente nella storia del movimento, non rappresentava altro che un nuovo approccio ai tentativi di restrizione del lavoro adulto: una rivendicazione che sarebbe stata adottata solo dopo lo scacco delle strategie precedenti, incentrate sulla restrizione del tempo di lavoro minorile e/o della forza motrice (18)

 

La prima rivendicazione formulata dalla componente operaia del movimento – e anche la più costante – è stata la riduzione della giornata lavorativa per tutti (19). Ciò nonostante, l’opposizione inflessibile della borghesia a qualsiasi limitazione del lavoro maschile adulto, così come l’indignazione crescente della classe media contro le condizioni di lavoro dei bambini nelle fabbriche, e in seguito delle donne, hanno plasmato la strategia operaia a partire dagli anni Trenta dell’ottocento (20). Un strategia consistente nel ridurre la giornata lavorativa adulta indirettamente, tramite una legislazione limitante l’orario dei minori, e che impedisse allo stesso tempo agli adulti di lavorare più a lungo. Il progetto di legge Sadler, appoggiato dal movimento e presentato in parlamento nel 1832, avrebbe avuto un tale effetto, ponendo un tetto massimo di dieci ore per il lavoro giornaliero per i minori di diciotto anni, nonché l’interdizione del lavoro notturno per i minori di ventun anni. Il progetto di legge del governo, votato nel 1833 al posto di quello di Sadler, prevedeva limitazioni più severe del lavoro minorile, ma rappresentava una disfatta per lo Short-Time Movement poiché consentiva agli imprenditori di continuare ad impiegare gli adulti per molte ore lasciando che i minori facessero i turni (21). Lo Short-Time Movement rispose manifestando per una restrizione della forza motrice e per una nuova legge sulle manifatture, limitante a dieci ore la giornata lavorativa di tutti i minori di ventun anni, legge infine introdotta da Lord Ashley nel 1837. Il parlamento intuendo che si trattava di tentativi appena velati di limitare il tempo di lavoro di tutti, respingeva i due progetti di legge (22).

 

È in questo momento che la militanza a favore della limitazione dell’orario di lavoro delle donne si affermò per la prima volta nel movimento, il quale diede voce a questa nuova rivendicazione con una campagna dinamica nel corso degli anni Quaranta del XIX secolo. Il vigore dell’offensiva, unito alla depressione economica, furono sufficienti a persuadere il parlamento a votare il Ten Hours Bill nel 1847 (23). La Brrett è a conoscenza di questa lettura dei fatti, sebbene non ne tena conto in Women’s Oppression Today. In un articolo scritto con Mary McIntosh leggiamo:

 

È stato detto che il Ten Hours Movement, in un certo senso, ha costituito un compromesso con i filantropi, considerando la limitazione della giornata lavorativa di donne e minori in fabbrica come il solo mezzo per ottenere una riduzione di orario per tutti. Come affermato da Ray Strachey, gli uomini «si nascondevano dietro le gonne delle donne» nel momento in cui difendevano il Ten Hours Act del 1847 per «compassione» verso le donne e i bambini, ben consapevoli di ridurre allo stesso tempo la loro giornata lavorativa […]. Ma la legislazione sulle manifatture ha finito per accentuare la differenziazione del lavoro tra uomini e donne: ha consolidato, in un solo colpo, i modelli di segregazione nel lavoro, e confinato le donne a una serie limitata di mestieri mal pagati, spesso al di fuori delle manifatture (24).

La Barrett e la McIntosh non sembrano contestare l’ipotesi secondo la quale la motivazione primaria del movimento delle manifatture fosse limitare il lavoro adulto. Esse invece sostengono che, poco importa la motivazione, l’effetto della legge fu di contribuire ad una divisione discriminatoria del lavoro sulla base del genere. Ovviamente, l’argomento per cui la legislazione protettiva «ha finito per accentuare la differenziazione del lavoro tra uomini e donne» e « consolidato i modelli di segregazione nel lavoro» va distinto da quello proposto in Women’s Oppression Today – ovvero che la legislazione è la causa principale della segregazione nel lavoro sulla base del genere.

 

La storia dei sindacati di mestiere pone gli stessi problemi all’analisi della Barrett. Se si possono enumerare molteplici casi di politiche discriminatorie da parte dei sindacati, giustificate da eloquenti discorsi circa il «posto» della donna nella società, esistono anche un buon numero di esempi di appoggio, da parte degli stessi sindacati, alle attività di sindacalizzazione e sciopero delle donne, ed è possibile persino trovare conferenze e riviste sindacali che adottanti una prospettiva femminista (25). Non ci soffermeremo ulteriormente sul fatto che i sindacati di mestiere maschili appoggiavano sovente le lavoratrici al fine di occultare un incontestabile passato di discriminazioni. Tanto meno suggerire che il potere dell’ideologia patriarcale è manifestamente insufficiente al fine di spiegare l’attività dei sindacati di mestiere nei confronti delle donne. Una simile spiegazione renderebbe la storia dei sindacati di mestiere molto più omogenea di quanto nono sia stata realmente (26).

 

L’unanimità pressoché completa con la quale i sindacati di mestiere si sono opposti all’inclusione delle donne era parte integrante di un tentativo più generale di limitare la concorrenza, potenzialmente disastrosa, costituita da una mano d’opera disposta a lavorare a basso costo. Ancor più della meccanizzazione, sono i cosiddetti mestieri «indegni» – un eufemismo per indicare il lavoro non qualificato – ad aver rappresento la principale minaccia per gli operai di mestiere durante i primi due terzi del XIX secolo: il controllo sull’accesso ai mestieri è stata l’arma principale dei sindacalisti per preservare la loro posizione relativamente privilegiata nel mercato del lavoro. Il metodo consisteva nel rafforzare le regole dell’apprendistato, o ancora, nel caso di nuovi mestieri industriali come la filatura con la mule-jenny, nel creare un apprendistato artificiale (27).

 

È del tutto superfluo ricorrere all’ideologia al fine di spiegare l’opposizione inflessibile dei sindacati di mestiere all’inclusione delle donne. È chiaro che quando i sindacati non riuscivano ad escludere le donne una rapida depressione dei salari e una degradazione del lavoro nel sono seguiti. Il resoconto fornito da Barbara Taylor dello sciopero della London Journeyman Tailors Union [Sindacato dei sarti di Londra] contro il lavoro a domicilio, nel 1833, illustra molto bene tale dinamica (28). La LJTU era, di fatto, uno dei sindacati più potenti della Gran Bretagna nel corso del XVIII secolo, e controllava gli orari, i prezzi e il reclutamento della mano d’opera. All’inizio del XIX secolo, questa posizione privilegiata era minacciata da una riorganizzazione della produzione, la quale permise ai capitalisti di rimpiazzare il lavoro relativamente costoso dei sarti con la mano d’opera a buon mercato delle lavoratrici a domicilio. La LJTU cercò di impedire la produzione al di fuori dei laboratori con un certo successo sino agli anni venti del XIX secolo. Tuttavia, la crescita dell’industria prêt-à-porter, basata sul lavoro a domicilio di donne pagate con salari da fame, finì col distruggere il sindacato negli anni Trenta. Lo sciopero del 1833 contro il lavoro a domicilio delle sarte fu l’ultimo tentativo da parte dei sarti per conservare la loro posizione.

 

Un sarto della metà del XIX secolo sintetizzava così gli effetti del lavoro femminile:

 

Quando ho iniziato in questo campo (la fabbricazione di gielet), non c’erano che poche donne che lavoravano. Qualche gilet bianco veniva affidato loro, con l’idea che le donne l’avrebbero fatto in modo più pulito degli uomini… Ma dopo che si è diffuso il sistema di sfruttamento dei laboratori, i capimastri hanno cercato ovunque questa mano d’opera che accetta di lavorare ad un costo più basso. Così la moglie si è trovata in competizione col marito, e la figlia con la moglie… Se l’uomo rifiuta di ridurre il costo del suo lavoro a quello della donna, beh allora, deve restare senza lavoro… (29).

Uno scenario che si sarebbe ripetuto in molti altri settori industriali nel corso del XIX secolo: nella tipografia a Edimburgo, nella sartoria, nella ceramica e nella fabbricazione di sigari in Scozia (30).

 

Che sia stata la concorrenza, più che l’ideologia, a determinare l’esclusivismo maschile, è tanto più evidente se si tiene conto che i sindacati hanno avuto la tendenza ad includere le donne e anche a offrire un importante appoggio ai loro sforzi di sindacalizzazione e sciopero, quando esse non erano in concorrenza con gli uomini o laddove erano impiegate in una branca da sempre.

 

Talvolta era lo stesso sindacato che interdiceva l’accesso delle donne al suo mestiere a sostenere gli sforzi di sindacalizzazione e sciopero delle donne in altre branche o settori della loro stessa branca. Per esempio, la London Union of Journaeyman Bookbinders [Sindacato dei rilegatori di Londra] appoggiò le stiratrici e le rilegatrici nella loro disputa con le Bibles Societies negli anni Trenta e Quaranta del XIX secolo, e i Glasgow Mulespinners [Filatori di Londra] fecero campagna per l’eguaglianza salariale delle donne negli anni Trenta (31). Un altro celebre esempio proviene dagli Stati Uniti, dove gli Iron Molders [Forgiatori di ferro], pur escludendo categoricamente le donne dal loro sindacato, fornirono importanti risorse finanziarie allo sciopero delle lavandaie Troy nel 1869 (32). I calzolai di Lynn, Massachusetts, i qual supportarono sistematicamente le calzolaie dagli anni Trenta ai Sessanta dell’Ottocento, costituiscono un altro esempio straordinario (33).

 

Nei mestieri non qualificati che impiegavano donne, i sindacati hanno quasi sempre applicato una politica di inclusione – i primi sindacati di questo genere in Inghilterra furono quelli dei tessitori. I «Nuovi sindacati» che organizzavano il lavoro non qualificato alla fine del XIX secolo integravano generalmente le donne su un piano di eguaglianza con gli uomini (34). Negli Stati Uniti l’esempio migliore è costituito, ovviamente, dai Knights of Labour [Cavalieri del lavoro], il solo sindacato del XIX secolo organizzato per settore manifatturiero anziché per mestiere (35).

 

Ribadiamolo, non si vuole suggerire che gli uomini nei sindacati di mestiere o che i lavoratori in generale appoggiavano l’uguaglianza delle donne nel lavoro e in altri aspetti della vita sociale; o tanto meno negare che questi uomini potessero avere idee sessiste riguardo alle donne. Tali esempi hanno invece lo scopo di mostrare che un’adeguata comprensione del rapporto tra sindacati di mestiere e donne richiede un’analisi del contesto socioeconomico più complessa di quella fornita dalla Barrett, così come da altri sostenitori dello steso punto di vista. In altre parole, il fatto che 1) i sindacati di mestiere non siano di fatto riusciti ad escludere le donne dai rispettivi mestieri e 2) gli uomini della classe operaia, sopratutto nei sindacati non qualificati, abbiano spesso appoggiato le lavoratrici, suggerisce che la divisione sessuale del lavoro nel XIX secolo trovava sostegno in qualcosa di diverso dall’atteggiamento dei sindacati di mestiere. In effetti, le strategie di questi ultimi, come la legislazione protettiva, sono incomprensibile senza riconoscere che le donne sono giunte sul mercato del lavoro capitalista da una posizione già sfavorevole. Le strategie organizzative degli uomini della classe operaia sembrerebbero essere state una risposta – e non una causa – alla marginalizzazione delle donne nell’ambito del lavoro salariato (36).

In breve, i problemi che abbiamo identificato nell’interpretazione della Barrett si possono ricondurre ad una grave lacuna della sua analisi – l’assenza di basi materiali per lo sviluppo e la riproduzione del sistema familiare-domestico nel corso della storia, oltreché per la divisione sessuale del lavoro e l’oppressione femminile nel capitalismo. Non si vuole contestare l’ipotesi secondo la quale il sistema familiare-domestico possa servire gli interessi politici della borghesia, né che gli uomini della classe operaia (perlomeno quelli occupati in lavori qualificati) abbiano cercato di escludere le donne dai settori meglio pagati della produzione, né, ancora, che gli uomini nel complesso abbiano avuto un certo interesse a mantenere il controllo sulla vita delle donne per ragioni al contempo pratiche e d emotive. Si potrebbe anche affermare che gli interessi a breve termine degli uomini in una simile situazione hanno maggiore rilevanza di quella accordatagli dalla Barrett. A nostro avviso la questione essenziale rimane, nondimeno, quella di comprendere come gli uomini abbiano potuto conservare il sistema contro la volontà delle donne, considerata la forza opposta, «avulsa dal genere», rappresentata dall’accumulazione capitalista (37).

 

Nel seguito di questo saggio vorremmo suggerire un’altra possibilità d’interpretazione analitica e storica, che dia maggior peso alle esigenze della riproduzione biologica. Si tratta di una posizione in qualche modo un po’ eretica per le femministe socialiste [rivoluzionarie]. Buona parte di queste ultime, tra cui la Barrett, sono assai reticenti nell’ammettere che le differenze biologiche possano contribuire a determinare la posizione sociale delle donne. Una riluttanza nella quale è implicita la sana preoccupazione di non incamminarsi sulla via del determinismo biologico (38). Tanto per chiarire sin dall’inizio. Non intendiamo sostenere che i fatti biologici della riproduzione determinano in sé i rapporti sociali, nel capitalismo o in qualsiasi altra formazione sociale. Proponiamo, tuttavia, di prendere sul serio Timpanaro quando suggerisce che il rapporto tra il fattore naturale e quello sociale deve essere integrato all’analisi (39). Dal nostro punto di vista, una spiegazione materialista dell’oppressione femminile deve prendere in considerazione il modo attraverso il quale il sistema di classe della produzione capitalistica può assimilare i fatti biologici della riproduzione, ma anche la misura in cui le differenze biologiche possono determinare in questo contesto la partecipazione delle donne alla vita economica e politica, la loro capacità di organizzarsi per la difesa dei loro interessi e bisogni, e così via. Inoltre, si tratta di un problema da affrontare da un punto di vista storico. Dobbiamo riflettere sul modo in cui lo sviluppo storico del capitalismo ha potuto trasformare il rapporto tra naturale e sociale.

 

Ci proponiamo di analizzare lo sviluppo della divisione sessuale del lavoro capitalista e la formazione del sistema familiare-domestico nel contesto di una contraddizione tra le dinamiche capitalistiche di produzione e le esigenze della riproduzione biologica. Da un lato, come hanno sostenuto Marx ed Engels, l’accumulazione capitalista ha una netta tendenza ad attirare le donne verso il lavoro salariato e dunque porre le basi materiali della loro indipendenza rispetto agli uomini. Dall’altro, invece, le esigenze della riproduzione biologica hanno ostacolato il pieno sviluppo di tale tendenza nel corso della storia.

 

La contraddizione ci pare evidente. I fatti biologici della riproduzione – la gravidanza, il parto e l’allattamento – non son a priori compatibili con la produzione capitalista, una compatibilità si potrebbe ottenere solo a prezzo di investimenti importanti per i congedi di maternità, i servizi di cura e assistenza dei bambini e via dicendo. I capitalisti non sono inclini a simili spese, le quali aumentano i costi dl capitale variabile senza accrescere ugualmente la produttività del lavoro, riducendo quindi il tasso di profitto. Tuttavia, senza queste spese la riproduzione della forza lavoro inizia a porsi come un problema per l’insieme della classe operaia e, più in particolare, per le donne (40).

 

In seguito, esploreremo gli effetti prodotti da questa contraddizione sulla posizione delle donne nel capitalismo nel corso del XIX e del XX secolo. La nostra analisi si divide in tre parti. Nella prima, sosterremo che la divisione sessuale del lavoro ed il sistema familiare-domestico, quali si sono sviluppati in Inghilterra e negli Stati Uniti del XIX secolo, sono stati essenzialmente determinati dalle esigenze della biologia e della struttura di classe. Come fa notare la Barrett, se il capitale lascia il problema della riproduzione della forza lavoro alla classe operaia, non è per ciò necessario che tale riproduzione avvenga nel quadro di una gerarchia tra i sessi. Tanto meno è richiesto che le donne siano, più che gli uomini, responsabili dell’educazione dei bambini e del lavoro domestico. Ciò nonostante, vorremmo avanzare l’ipotesi che i fattori biologici della riproduzione, nella misura in cui determinano la divisione sessuale del lavoro e gli equilibri di potere fra uomini e donne, abbiano reso un tale stato di cose probabile, se non inevitabile.

 

Nella seconda parte, rifletteremo sulle conseguenze dello sviluppo capitalistico nel XX secolo. Sosterremo che il rapido sviluppo delle forze produttive ha costituito l prima tappa del superamento dei vincoli posti dalla riproduzione biologica, sebbene i rapporti di produzione capitalistici seguitino a limitare la marcia verso l’uguaglianza. La ragione di ciò non risiede nel fatto che le divisioni sessuali del lavoro sono «integrate» ai rapporti di produzione capitalistici, come sostenuto dalla Barrett. Il capitalismo tende in effetti a minare tali divisioni e a ristrutturare la forza lavoro. Ma la sua disposizione alle crisi periodiche, nonché a deteriorare le condizioni di vita della classe operaia, impedisce una rottura completa col sistema familiare-domestico e consolida la subordinazione delle donne.

 

In conclusione, tratteremo brevemente il ruolo dello stato e dell’ideologia nella creazione e riproduzione del’oppressione femminile. Una vota individuate le fondamenta materiali dell’oppressione femminile, sarà possibile costruire un quadro analitico dei ruoli rispettivi di stato e ideologia, accordando a ciascuno la propria autonomia ma riconoscendone la derivazione, in ultima istanza, dai rapporti materiali.

L’assegnazione delle donne alla riproduzione e la loro marginalizzazione nel lavoro salariato precedono la legislazione protettiva e le politiche dei sindacati di mestiere, piuttosto che esserne la conseguenza. Tutti gli studi dedicati al lavoro femminile nel XIX secolo indicano che la maggior parte delle donne si ritiravano dal lavoro a tempo pieno nella manifattura e il commercio dopo aver avuto il primo figlio. Molto prima della legislazione protettiva o dei contratti sindacali, le donne sposate organizzavano il proprio lavoro intorno alle loro responsabilità domestiche. Esse hanno assicurato, così come spesso i loro figli, contributi economici rilevanti alla loro famiglia. Tuttavia, nel momento in cui i loro figli e le loro figlie facevano il loro ingresso nel lavoro non qualificato, le donne con bambini dovevano guadagnarsi da vivere con impieghi compatibili con le responsabilità parentali e domestiche: lavorando a tempo parziale, a domicilio, stagionalmente o ancora prendendo degli inquilini, ecc (41). L’eccezione conferma la regola: laddove le donne potevano lavorare con i propri bambini a fianco, il loro tasso di partecipazione aumentava – a esempio, le madri italiane nei conservifici, le madri immigrate nelle fabbriche tessili del New England e nelle prime manifatture di cottone inglesi (42). Le donne sposate che trovavano impiego nelle manifatture, il più delle volte quella tessile o dell’abbigliamento, appartenevano a famiglie in cui il marito svolgeva generalmente un lavoro stagionale o a reddito molto basso (43). Anche nelle città industriali del tessile, dove le opportunità erano maggiori per le donne rispetto ai mariti – caso assai straordinario -, il tasso di partecipazione delle donne era basso: 17% a Roubaix nel 1872, di cui il 54% impiegate nelle manifatture; 26% a Preston nel 1851, delle quali due terzi nelle manifatture (44). Nel 1887, negli Stati Uniti, ben prima di qualsiasi legislazione importante, soltanto il quattro percento di tutte le donne impiegate nella manifattura erano sposate (45).

 

Questi fatti sollevano dei problemi. Innanzitutto, perché certi aspetti della riproduzione della classe operaia – in particolare il compito di crescere i bambini – sono rimasti esterni alla produzione capitalistica, così da sviluppare una divisione secondo la quale una sola persona nell’ambito domestico era principalmente responsabile per questo lavoro necessario? In secondo luogo, perché le donne, anziché gli uomini, sono state relegate al ruolo di lavoratrici domestiche?

 

Nell’economia preindustriale, la riproduzione poteva adattarsi alle esigenze della produzione, ancora organizzata dagli stessi lavoratori, artigiani o a domicilio (46). L’industrializzazione ha modificato fondamentalmente la situazione, togliendo ai lavoratori il controllo del processo di produzione. La sempre maggiore determinazione dei ritmi di lavoro da parte della produzione meccanizzata ha posto il problema del coordinamento lavoro produttore e riproduttore. In teoria, l’organizzazione della produzione non impedisce necessariamente la riconciliazione di questi due aspetti del lavoro. Ma, nei fatti, i rapporti di classe capitalistici – il controllo del tempo del lavoratore e l’estrazione costante di plusvalore che lo accompagna – hanno fatto sì che la sopravvivenza della classe operaia sia minacciata seriamente dalla crescita della produzione industriale. Il sistema familiare-domestico si è presentato come una maniera per risolvere tale crisi. Quando la Barrett afferma che questa soluzione particolare è stata determinata da un’ideologia della differenza tra i sessi, anteriore al capitalismo, presume che esistessero delle possibilità diverse dall’impiantare la riproduzione della forza lavoro nell’ambiente domestico – un’ipotesi che va ora discussa e giustificata.

 

Affinché la riproduzione quotidiana e intergenerazionale si possa effettuare al di fuori dell’ambiente domestico, è necessario rendere disponibili sul mercato diversi beni e servizi relativamente poco costosi – servizi di lavanderia e pulizia, pasti preparati, servizi di cura dei bambini e così via. Se i salari non sono abbastanza alti da procurare l’insieme di tali beni e servizi, il lavoro domestico deve essere fatto in aggiunta a quello salariato per colmare lo scarto. Vi sono studi che dimostrano come fossero necessari più salari al fine di soddisfare le esigenze di base della maggior parte delle famiglie della classe operaia nella prima metà del XIX secolo e anche nella seconda, malgrado un effettivo aumento delle retribuzioni (47). Così, un considerevole porzione dei compiti domestici doveva ancora essere effettuata in condizioni estremamente precarie, il che li rendeva un lavoro impegnativo e richiedente tempo (48). La giornata lavorativa era lunga nella produzione capitalistica al di fuori del’ambito domestico – da dodici a quattordici ore, talvolta di più. Date queste circostanze, una forma di divisione del lavoro – nella quale una persona prende in carico il lavoro domestico oltre a quello salariato, mentre l’altro guadagna un salario a tempo pieno – era preferibile ad un’altra – in cui due adulti passano lunghe giornate in una manifattura prima di rientrare a casa per compiervi il lavoro supplementare.

 

Il fattore determinante, tuttavia, l’incompatibilità della cura dei bambini e del lavoro al di fuori dell’ambiente domestico. In teoria, era possibile che una coppia di lavoratori pagasse per la cura dei bambini, ma, in pratica, la sopravvivenza dei bambini era minacciata quando i due genitori lavoravano. I salari erano generalmente bassi, e i fondi supplementari per la custodia dei bambini non potevano essere accumulati quando due adulti dovevano lavorare solamente per procurare i mezzi di sostentamento quotidiano della famiglia. In molti settori della classe operaia, le donne potevano economizzare per la cura dei bambini solo raramente. I bambini venivano lasciati a se stessi, sotto la sorveglianza di fratelli e sorelle più grandi, o di un vicino che poteva dar loro un’occhiata di tanto in tanto (49). Engels riporta che i bambini morivano due volte di più per incidenti domestici a Manchester, dove il lavoro in manifattura era frequente tra le donne, che a Liverpool, dove le madri potevano trovare altri impieghi (50). Le esigenze di cura dei bambini erano particolarmente difficili da riconciliare con le lunghe ed estenuanti ore di lavoro richieste dai datori di lavoro capitalisti.

 

La necessità di educare e sorvegliare i bambini più grandi non può tuttavia giustificare il confinamento delle donne in casa… ma il ruolo biologico da esse svolto nella riproduzione invece sì.

 

Molteplici testimoni del XIX secolo ritenevano il lavoro in fabbrica particolarmente malsano per le donne. Engels riporta che le operaie affrontavano di parti più difficili rispetto alle altre donne, e che gli aborti erano tra loro più comuni in rapporto alla media (51). La questione non è tanto lo sforzo fisico richiesto alle donne incinte, dato che le donne nelle società precapitaliste sapevano conciliare sforzo di lavoro e gravidanza, allattamento ecc. Laddove la conciliazione ha avuto luogo con successo le donne hanno conservato il controllo della loro partecipazione alla produzione: in questi casi sono state in gradi di organizzare il loro lavoro secondo le necessità della gravidanza – per esempio prendendo più tempo di riposo.

 

Se le conseguenze del lavoro nelle manifatture erano nefaste per le donne, esse sembrano essere state disastrose per i loro figli, a causa del fatto che le operaie non potevano allattare. L’allattamento al biberon non era un sostituto possibile per gran parte del XIX secolo. Le tecniche di sterilizzazione non erano conosciute, e dunque l’allattamento al biberon aumentava considerevolmente il tasso di mortalità infantile. L’unica altra opzione, la balia, non era generalmente possibile per la classe operaia, poiché i bambini dovevano essere inviati lontano, da donne povere che necessitavano di troppo e spesso non riuscivano comunque a nutrirli adeguatamente. Presso le balie ugualmente, il tasso di mortalità infantile era elevato (52).

 

Essendo l’allattamento dei bambini necessario per garantirne la sopravvivenza, e considerato che i datori di lavoro rifiutavano di accogliere le donne incinte e i loro neonati, aveva in qualche modo senso che la donna restasse a casa, se la famiglia poteva permetterselo, laddove il marito lavorava. Dato che le donne passavano gran parte della loro vita coniugale allattando bambini, come appunto nel caso del XIX secolo, la logica della divisione sessuale del lavoro, incarnata dal sistema familiare-domestico, si imponeva in modo schiacciante.

 

Al fine di partecipare pienamente alla produzione, le donne avrebbero avuto bisogno di un insieme di servizi di sostegno – in particolare un asilo nei luoghi di lavoro, pause per l’allattamento e congedi di maternità pagati. Ora, laddove le condizioni di lavoro erano già a malapena sostenibili, dove i datori di lavoro davano prova di sistematica ostilità rispetto ai sindacati, i sussidi di disoccupazione, le indennità per gli incidenti sul lavoro, i regolamenti di sicurezza ecc., non esistevano, simili servizi di supporto non potevano essere altro che un sogno utopico. La classe operaia, forte a sufficienza per difendere le proprie acquisizioni, non era in condizione di ottenere simili concessioni dal capitale. Nell’assenza di servizi necessari, e nonostante il movimento operaio avesse assunto una posizione meno ambigua riguardo al lavoro salariato femminile, l’uguaglianza salariale e l’accesso ai mestieri qualificati non avrebbero risolto il problema. Anche un’operaia qualificata sarebbe stata costretta ad interrompere il lavoro all’inizio della gravidanza. Inoltre, la maggior parte delle operaie, così come degli operai, non erano altamente specializzati ne ben remunerati. Non possiamo dunque presupporre che i redditi combinati di due lavoratori a tempo pieno, e a salario uguale, sarebbero stati sufficienti a pagare alternative al lavoro riproduttore della madre. Al fine di assicurare una forma non patriarcale di riproduzione della classe operaia, sarebbe stato necessario molto di più che l’eguaglianza salariale (53).

 

Difendere l’idea secondo la quale la divisione sessuale del lavoro ha delle basi materiali non significa affermare che l’ideologia precapitalista della famiglia patriarcale, e quella borghese delle «due sfere», non hanno avuto alcun ruolo nello stabilirsi del sistema familiare-domestico in seno alla classe operaia. Tanto meno significa negare il fatto che gli uomini avevano un interesse materiale ad imporre un’idea della famiglia in cui le donne e i bambini erano sotto il loro controllo, in cui ottenere rispetto e potere e con le loro necessità al primo posto. Ma gli uomini della classe operaia non disponevano dei mezzi necessari alla conservazione di tale forma di famiglia contro l’opposizione delle donne. Né si ritiene più soddisfacente la spiegazione secondo la quale la prevalenza dell’ideale familiare-domestico sarebbe frutto di una «falsa coscienza» all’interno della classe operaia. Ci sembra invece, date le condizioni storiche in cui è emerso il sistema, che le forze produttive e i rapporti di produzione capitalisti abbiano conferito alla riproduzione biologica una capacità di coercizione. Laddove le pressioni sul livello salariale della classe operaia erano forti, dove il basso sviluppo tecnologico delle forze produttive rendeva il lavoro domestico estenuante e dispendioso in termini di tempo, e dove il proletariato doveva lottare anche solo per sopravvivere, la necessità di mantenere e allattare dei figli limitava considerevolmente le modalità organizzative della riproduzione della classe operaia.

Naturalmente, ci si può domandare se le donne non avessero qualche altra scelta rispetto alle frequenti gravidanze e ai numerosi figli. I mezzi di contraccezione disponibili nel corso del XVIII e del XIX secolo, principalmente l’astinenza ed il coito interrotto, non erano certamente soddisfacenti. Richiedendo la cooperazione degli uomini, tali metodi erano difficili da praticare per le donne, almeno senza subire un’enorme pressione. Erano tuttavia efficaci nel permettere agli americani di dimezzare il tasso di natalità nel corso del XIX secolo (54). Ciò nonostante, sino agli anni Venti del XX secolo, le donne americane hanno continuato ad avere un gran numero di figli, ed il tasso di fertilità tra le famiglie immigrate e operaie è rimasto alto. Nel generazione di madri nate nel 1890, il 43,5% hanno avuto quattro o più figli, il 60% tre o più (55). Nel 1910, le donne sposate nate negli Stati Uniti avevano in media 3,4 figli, mentre quelle immigrate 4,2 (56). Il tasso di fertilità della classe operaia sembra essere rimasto elevato lungo tutto il XIX secolo in Francia così come in Inghilterra (57). Dopo il 1920, senza che i nuovi metodi contraccettivi fossero molto più diffusi, il tasso di fertilità diminuiva bruscamente. se si vuole comprendere perché le donne non hanno ridotto il numero di anni durante i quali mantenevano e allattavano i figli, va dunque presa in considerazione non solo l’inefficacia delle tecniche contraccettive, bensì anche l’integrazione dell’elevato tasso di fertilità in una strategia globale di sopravvivenza della classe operaia.

 

Alcuni studi sulla fertilità in rapporto alle trasformazioni economiche hanno mostrato che le famiglie numerose potevano esser giustificate presso le giovani coppie dalla probabilità maggiore di trovare lavoro, terra nel caso dell’economia rurale e, infine, anche a causa dell’utilità del lavoro dei bambini. i matrimoni precoci venivano così favoriti in modo da stabilire presto una famiglia, indipendentemente dai genitori. La forte domanda di lavoro minorile scoraggiava gli sforzi di contraccezione nei primi anni di matrimonio. L’insieme di tali fattori ha provocato degli elevati tassi di fertilità. Si tratta di un modello tipico dell’industria domestica (58). Questa spiegazione dell’elevato tasso di fertilità e delle famiglie numerose, in modalità proto-industriale, può essere trasposta ala classe operaia del XIX secolo. Le opportunità di lavoro salariato per gli uomini e le donne consentivano alle giovani coppie di formare assai rapidamente una famiglia. Ciò ha probabilmente avuto un’enorme incidenza sull’elevato taso di fertilità , tuttavia, è stato il valore del lavoro minorile, combinato agli alti tassi di mortalità infantile persistenti lungo tutto il XIX secolo, e anche all’inizio del XX (59). Se l’utilità del lavoro dei bambini più piccoli è diminuita alla fine del XIX secolo, sembrerebbe che il lavoro di quelli più grandi e degli adolescenti sia rimasto una fonte importante di reddito per le famiglie, sino a XX secolo inoltrato (60). Nell’assenza di sistemi di sicurezza sociale e pensionistici, il reddito fornito dagli adolescenti garantiva un sostegno essenziale al momento del ritiro, permettendo talvolta ai genitori di risparmiare o accumulare beni immobili (61). Poiché era necessario per la famiglia che sopravvivessero il maggior numero di figli, e dato che i tassi di mortalità infantile erano elevati, non era molto vantaggioso limitare il numero delle nascite.

La Barrett sostiene che i bassi salari percepiti dalle donne e la loro ripartizione ineguale in alcuni settori della forza lavoro non possono essere spiegati senza fare riferimento ad una forma di divisione sessuale del lavoro precapitalista, nonché ad una concomitante ideologia del lavoro femminile. Sin dall’inizio, gli uomini, in quanto datori di lavoro e colleghi, non hanno accettato le donne se non in impieghi corrispondenti al loro ruolo nella famiglia. «Professioni come le pulizie, i servizi domestici, la filatura, la tessitura, la cappelleria ecc. , erano assai diffuse tra le donne, laddove la loro partecipazione nelle fabbriche e nelle miniere fu di breve durata» (62). La concorrenza capitalistica e la legge dell’accumulazione, afferma la Barrett, hanno prodotto la divisione sessuale dl lavoro, e tra l’altro quella delle competenze, ma la divisione causata da questi processi fondamentali non era una nella quale le donne fossero meno specializzate degli uomini, ne una in cui alcune competenze fossero definite come maschili o femminili. Inoltre, secondo la Barrett, la stessa categoria di lavoro qualificato è ideologica. Il fatto che un mestiere particolare venga riconosciuto come «qualificato» e sia pagato di conseguenza dipende dalla capacità dei suoi membri nell’insistere su tale differenziale. Così il lavoro femminile, se non richiede necessariamente meno competenze, vine sempre pagato meno rispetto a quello maschile, perché le competenze femminile sono culturalmente svalorizzate. La Barrett conclude che «poiché i rapporti creati dal lavoro salariato così come la contraddizione tra lavoro e capitale […] sono “avulsi dal genere” e funzionano indipendentemente da esso» (63), la divisione sessuale del lavoro non può che essere spiegata nei termini di uno sviluppo storico, di cui l’ideologia precapitalista ha essenzialmente determinato il risultato: gli uomini si sono riservati alcune forme di lavoro ben remunerate e hanno accettato le donne solamente negli impieghi che riflettevano e rafforzavano la loro domesticità.

 

A nostro avviso, tuttavia, è possibile e preferibile spiegare le origini e la riproduzione della segregazione sessuale nella struttura professionale precisamente nei termini delle operazioni «avulse dal genere» del mercato del lavoro capitalistico, nel quale i capitalisti entrano in concorrenza per l’assunzione della mano d’opera meno costosa e i lavoratori cercano il lavoro meglio pagato. La segregazione sessuale degli impieghi ed i salari bassi delle donne sono strettamente legati. Entrambi trovano origine negli ostacoli incontrati dalle donne nel difendere i loro salari e le loro condizioni di lavoro. Esse sono svantaggiate sul mercato del lavoro a causa delle loro responsabilità familiari. Le competenze delle donne sono meno «valorizzate» non a causa di una svalorizzazione ideologica, bensì perché le donne sono meno frequentemente organizzate sindacalmente, meno mobili nella ricerca del lavoro e generalmente più vincolate dai compiti domestici.

 

La Barrett sostiene che «tutta la storia del lavoro delle donne, compresa la loro funzione di sostituto a buon mercato del lavoro degli uomini, si basa sul fatto che dopo l’esordio della produzione capitalistica, è stato possibile mantenere un differenziale salariale. Uno scarto che può essere posto in relazione con le valutazioni ideologiche della consumazione di cibo» (64). Già nella divisione del lavoro precapitalista, si presumeva che le donne necessitassero di meno cibo e dunque potessero vivere di salari inferiori, ma anche che fossero disposte a sacrificare i propri bisogni per quelli dei loro mariti e figli. tale ideologia del sacrificio femminile a permesso ai datori di lavoro di remunerare meno le donne.

 

A nostro modo di vedere, l’ideologia concernente il minor costo di riproduzione delle donne hanno potuto incitare i datori di lavoro ad accordare loro una paga più bassa e, può darsi, scoraggiarle dal mobilitarsi per ottenere aumenti. Ma, a parità di condizioni, l’ideologia da sola non potrebbe aver costretto le donne ad accettare salari inferiori. Ovviamente, le condizioni non sono mai state di parità – la partecipazione intermittente delle donne al lavoro salariato, il carattere sempre complementare del loro reddito così come la vocazione ultima di spose e di madri le distingueva dagli uomini. Se teniamo a mente quali donne lavoravano e perché, possiamo comprendere come le donne siano state utilizzate come mano d’opera a buon mercato, in competizione con gli uomini. In generale, le lavoratrici dovevano far fronte ai bisogni di un certo numero di bambini, di solito erano vedove o mogli di uomini con reddito instabile. Queste donne rappresentavano un gruppo di lavoratrici disperate e vulnerabili. Il loro fardello domestico impediva loro di trovare tempo ed energia per organizzarsi; la loro bassa ostacolava i loro tentativi per trovare impieghi migliori (65).

 

L’altro gruppo di lavoratrici, ossia le giovani donne ancora residenti presso i loro genitori non dovevano affrontare gli stessi vincoli. Così, la storia della sindacalizzazione femminile mostra chiaramente che le giovani donne non sposate hanno formato l’ossatura dell’organizzazione sindacale (66). Laddove queste donne costituivano la maggior parte della forza lavoro, la probabilità di una lotta organizzata aumentavano. Vi erano ostacoli di natura culturale ad impedire alle donne di autodifendersi, tuttavia potevano essere aggirati. Ciò nonostante, dato che le giovani donne lavoravano solo per una breve durata prima di lasciare casa, esse erano nel complesso più facilmente sfruttabili e meno determinate a difendere le proprie competenze o ad acquisirne di altre meglio remunerate, lottando per inserirsi in industrie maschili.

 

Una giovane, consapevole di dovere probabilmente abbandonare il lavoro una volta sposata, e avendo altre opportunità nel cosiddetto «lavoro femminile», stabile se non ben pagato, poteva essere reticente ad impegnarsi nel tipo di lotte necessarie al fine di entrare e restare nel lavoro maschile qualificato. Molte figlie della classe operaia potevano preferire il cameratismo femminile della manifattura dell’abbigliamento all’ostilità della tipografia. Considerando il fatto che i salari delle donne erano estremamente bassi, anche per il lavoro in manifattura, le giovani lavoratrici avevano piuttosto la tendenza a optare per gli impieghi emergenti nel commercio al dettaglio e nel lavoro d’ufficio, i cui salari non potevano attirare gli uomini.

 

Dunque, alla base della segregazione sessuale degli impieghi risiedevano le difficoltà alle quali andavano incontro le donne nel negoziare i salari coi datori di lavoro. Difficoltà legate fondamentalmente alla divisione sessuale del lavoro nella famiglia, divisione determinata a sua volta dal ruolo delle donne nella riproduzione biologica. La funzione dell’ideologia in tale condizionamento è secondaria. La Barrett sostiene che le origini ideologiche della segregazione sessuale sono rese esplicite dal fatto che gli impieghi femminili riproducono le loro attività domestiche. Il che equivale a mettere il carro dinanzi ai buoi. Storicamente, la tipizzazione sessuata dei lavori è stata assai variabile. La tessitura e la filatura erano rispettivamente maschile e femminile nell’industria domestica, ma nelle manifatture la filatura si è trasformata in un mestiere strettamente maschile, mentre il lavoro di telaio, femminile. Due dei settori oggi più importanti del lavoro femminile – l’insegnamento ed il lavoro d’ufficio – erano, in origine, impieghi maschili. Al contrario, la medicina era in gran parte femminile, prima di diventare una professione esclusivamente maschile nel corso del XVIII secolo. La natura dei mestieri è peraltro mutata col passaggio di genere. La medicina è stata ridefinita come «scienza»; il segretario è divenuto una sorta di servitore, anziché un assistete amministrativo. Ma queste trasformazioni hanno fatto seguito, non preceduto, il passaggio da un genere all’altro.

 

In tutti i casi di feminilizzazione, la disponibilità della mano d’opera a basso costo delle donne così come l’incapacità o l’avversione degli uomini a difendere i propri impieghi sono state determinanti. Per esempio, nel 1840, negli Stati Uniti, il lavoro di istitutore era rappresentato da un 60% di uomini, ma nel 1860 la proporzione era passata al 14% (67). L ridefinizione di tale professione, nel senso di una sorta di sostituto della madre, si è verificata nel momento in cui un nuovo statuto veniva conferito al ruolo dell’educazione morale materna nello sviluppo dei bambini. Ma la principale motivazione della femminilizzazione dell’insegnamento era di natura economica. Come osservato da una contemporanea: «è vero che vi sono spiegazioni sentimentali fornite il più delle volte per le opportunità quasi esclusive offerte alle donne nelle scuole pubbliche; ma la vera ragione è l’economia […]. Se le donne non fossero state più economiche degli uomini, esse non avrebbero rimpiazzato i nove decimi degli istitutori nelle scuole pubbliche» (68).

 

La storia delle lavoratrici del tessile del New England è un altro utile esempio. La prima mano d’opera era composta da giovani donne non sposate, reclutate nelle fattorie, in un momento nel quale la mano d’opera maschile scarseggiava ed era costosa. Quando queste lavoratrici iniziarono a svolgere attività di militanza e sindacale, negli anni Trenta e Quaranta del XIX secolo, i datori di lavoro si rivolsero agli uomini irlandesi e alle loro famiglie al fine di rimpiazzare le donne. Tra gli immigrati, i datori di lavoro trovavano una massa di uomini e ragazzi pronti a lavorare per dei «salari da donne» (69). I bassi salari e le pessime condizioni di lavoro nell’industria, seguite agli sforzi di sindacalizzazione di queste donne, ebbero come risultato, in fin dei conti, di estrometterle dal settore. Contrariamente agli uomini irlandesi e ai loro figli, le donne americane avevano altre opzioni: fare ritorno alla fattoria di famiglia o integrare i nuovi settori allora emergenti. Durante la metà del XIX secolo, nel momento in cui gli immigrati maschi sostituivano le donne nelle manifatture del cotone, le donne soppiantavano gli uomini americani nell’insegnamento (70).

 

Molteplici impieghi considerati «lavoro femminile», in particolare le pulizie e la cucitura, sono stati attribuiti poiché potevano essere conciliati più facilmente alle responsabilità familiari rispetto al lavoro nella manifattura. Non sono rimasti «femminili» per il loro rapporto con la domesticità, bensì perché figuravano tra i mestieri meno pagati. Gli uomini fanno i lavori di pulizia laddove sono remunerati in modo competitivo. Gli impieghi femminili tendono a rimanere tali perché mal pagati; quando tali mestieri si accompagnano con un salario relativamente elevato inizia ad attrarre la mano d’opera maschile – ad esempio, il lavoro di infermiere o di libraio (71).

 

In breve, se la Barrett sostiene che un ideologia precapitalista della dipendenza femminile ha giocato un ruolo di primo piano nello sviluppo del sistema familiare-domestico, noi vogliamo invece suggerire che i fattori biologici della riproduzione hanno determinato la divisione sessuale del lavoro. Poiché la produzione nella manifattura, e più in generale la produzione capitalista, difficilmente potevano adattarsi alla gravidanza e all’allattamento, le donne sposate erano costrette a cercare impieghi marginali e meno pagati. Già negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento – il periodo decisivo in cui, a detta della Barrett, la lotta di classe ha modellato la divisione sessuale del lavoro – erano poche le donne sposate ad avere un lavoro diverso dalle forme più marginali di quello salariato.

 

Lo sviluppo del sistema familiare domestico dev’essere considerato nel suo contesto. Considerato il fatto che la divisione sessuale del lavoro e i differenziali salariali favorevoli agli uomini esistevano già, l’opzione più logica e in realtà la sola in grado di risolvere la crisi della riproduzione della classe operaia era appunto il sistema familiare domestico. Qualsiasi altra scelta avrebbe implicato strappare concessioni sostanziali alla classe capitalistica, la quale non si poteva permettere di farle. In ogni caso, con l’equilibrio di forze prevalente durante quel periodo, la classe operaia non era nella posizione di ottenere una simile vittoria.

 

Questa conclusione si è rivelata tragica per le donne, poiché ne ha assicurato la continua dipendenza e subordinazione. Nella misura in cui il sistema familiare domestico ha contribuito a collocare le donne nelle posizioni più precarie del mercato del lavoro, ha contemporaneamente accentuato lo squilibrio di forze tra i sessi, consentendo agli uomini di esercitare un controllo sulla sessualità delle donne, di trasferire su di esse gran parte del fardello del lavoro domestico e di formulare richieste emotive non reciproche.

Se il XIX secolo ha visto l’emergere del sistema familiare-domestico, il XX secolo, sopratutto dopo la Seconda guerra mondiale, è stato testimone di una tendenza pressoché opposta – la scomparsa della casalinga a tempo pieno. Si tratta di un fenomeno riconducibile ad un aspetto dello sviluppo capitalistico. La legge dell’accumulazione attira in effetti le donne sposate verso il lavoro salariato, creando una forte domanda per tali lavoratrici, poiché la produzione aumenta più rapidamente dell’offerta di mano d’opera (per esempio nel lavoro d’ufficio dopo la Seconda guerra mondiale). L’accresciuta produttività del capitale ha permesso un aumento di redditi della classe operaia senza la compromissione del taso di profitto. Lottando per un reddito sociale e privato, la classe operaia è riuscita ad impadronirsi di una porzione dell’alta produttività. Inoltre, lo stato sociale, le pensioni, le migliori condizioni sanitarie della popolazione ecc., hanno favorito un tasso di fertilità più basso presso le coppie sposate, al contempo diminuendo la mortalità infantile e aumentandone i fondi di previdenza, il che ha consentito ai genitori di fare meno affidamento sul lavoro dei figli.

 

Allo stesso tempo, nella sua ricerca di nuovi mercati, il capitale ha trasformato la riproduzione allargando il ventaglio dei beni e servizi disponibili, e necessari, al fine di assicurarsi un certo livello di vita. Offrendo a buon mercato le comodità per la produzione domestica e abbassando il tasso di fertilità, lo sviluppo capitalistico ha ridotto il tempo di lavoro necessario alla riproduzione, consentendo alle donne di svolgere due lavori (72). Le donne sono state portate così al lavoro salariato per rimpiazzare i loro figli adolescenti, in quanto produttrici di un reddito supplementare rispetto a quello dell’uomo (73). Questa trasformazione ha gettato le basi del riemergere del femminismo e di una messa in questione della famiglia tradizionale.

 

D’altra parte, l’integrazione delle donne su un piano di eguaglianza con gli uomini nel lavoro salariato è stata limitata dall’essere rimaste le responsabili della crescita dei figli. Negli Stati Uniti, ad esempio, solamente il 15% elle donne sposate con figli al di sotto dei sei anni lavorano a tempo pieno, quelle con figli in età scolare sono solo il 27%, in rapporto al 48% di quelle sposate senza figli (74). Il numero degli anni durante i quali le donne lavorano a tempo pieno è ancora determinato dal numero di figli che hanno. Laddove hanno meno figli, sono disponibili più a lungo per il lavoro, ma ameno che non abbiano bambini e dunque alcuna responsabilità familiare particolare, i loro redditi resteranno al disotto di quelli degli uomini. Sin quando le donne guadagneranno meno dei loro mariti, esse saranno meno in grado di imporre agli uomini l’uguaglianza delle responsabilità familiari, rafforzando in tal modo l’ineguaglianza del mercato del lavoro (75).

 

Nel XIX secolo, il confinamento delle donne nella sfera domestica era determinato biologicamente. Ma come possiamo renderne conto oggi, nel momento in cui le donne hanno meno figli e vi sono alternative alle cure materne?

 

Se lo sviluppo delle forze produttive capitalistiche mina il sistema familiare-domestico spingendo le donne verso il lavoro salariato, i rapporti di classe capitalisti tendono, al contrario, a rafforzare la divisione sessuale del lavoro. La regione non è, come sostiene la Barrett, che le divisioni tra i sessi sono «integrate» nei rapporti di produzione capitalisti. Piuttosto, il capitalismo è segnato da una tendenza sistematica a ridurre il livello di vita della classe operaia e a forzare i lavoratori a compiere il lavoro necessario alla riproduzione durante il «loro» tempo. La quantità di lavoro di riproduzione spettante agli operai dipende dal rapporto tra salari e prezzo dei servizi disponibili sul mercato. Rapporto in parte legato allo sviluppo delle forze produttive – l’aumento della produttività e la riduzione dei prezzi dei pasti pronti, degli elettrodomestici e dei servizi domestici come la lavanderia (76). Tuttavia, se il metodo capitalista di ridurre i costi di produzione è sufficiente per riprodurre la mano d’opera adulta, non permette comunque di fornire alle persone un’assistenza di qualità. Gli equivalenti delle cure familiari resi disponibili dal mercato sono costosi da produrre e dunque venduti a prezzi relativamente elevati (77).

 

Se si dovessero fornire cure di qualità ai bambini consentendo ai genitori di organizzare il proprio lavoro tenendo conto delle responsabilità familiari – con un orario flessibile, servizi di asilo nell’ambiente lavorativo, congedi parentali, servizi di doposcuola, ore pagate per il lavoro a casa -, il costo della mano d’opera aumenterebbe in misura considerevole. La quantità di lavoro necessario, che i lavoratori dovrebbero svolgere in aggiunta a quello salariato, dipende dunque così anche dalla lotta di classe, e più precisamente dalla capacità della classe operaia a esigere una garanzia finanziaria, da parte dei capitalisti, per la cura dei bambini (è, per inciso, delle persone anziane, degli ammalati, dei disabili ecc.), aumentando le prestazioni sociali, i salari, o entrambi. Fino a ora, anche nelle economie capitalistiche più avanzate, la classe operaia nono è riuscita a riportare simili vittorie.

 

Poiché le famiglie devono sostenere le persone a carico, e considerato che la maggior parte di esse, anche con due salari, non possono procurarsi i servizi equivalenti sul mercato, resta una quantità importante di lavoro da svolgere in casa. In un tale contesto, la divisione tradizionale del lavoro secondo il genere conserva tutta la sua forza. Si tratta, in parte, di un effetto dell’ideologia del genere (la relazione apparentemente naturale tra le donne e i bambini) e della socializzazione – ancora oggi, è più probabile che siano le donne a possedere le competenze necessarie. In aggiunta a questo lascito culturale e psicologico, l’attuale realtà economica impone alle donne il ruolo di madri. Le donne guadagnano meno degli uomini. Le ricorrenti crisi economiche accentuano le incertezze alle quali le lavoratrici devono far fronte già nei periodi di prosperità. Poiché l’offerta di impieghi stabili e ben pagati e sempre debole, le famiglie devono proteggere i propri impieghi meglio remunerati. Se qualcuno deve rimanere in casa ed organizzare il lavoro secondo le necessità dei figli, è nell’interesse comune della donna e del marito che sia lei, e non lui, a porre le responsabilità domestiche innanzi al lavoro salariato (78).

 

Tali condizioni, per cui gli uomini e le donne devono incessantemente negoziare la divisione del lavoro in ambito domestico, sono un portato della legge dell’accumulazione capitalista. In questo processo, gli uomini trovano motivazione per proteggere il loro ruolo familiare tradizionale, il quale, per quanto pesante possa essere, comporta importanti privilegi. Se gli uomini dovessero condividere in maniera uguale la cura dei figli e i compiti domestici, il loro tempo libero (già limitato) ne risulterebbe considerevolmente ridotto, poiché tale lavoro andrebbe effettuato in aggiunta alla giornata lavorativa normale. Inoltre, il sistema familiare-domestico mantiene una cultura sessista più generale, nella quale anche gli uomini della classe operaia godono di diritti interdetti alle donne, e che permettono loro di reclamare aiuto emotivo, rispetto, deferenza e rapporti sessuali. Dunque, non sorprende che, anche laddove la donna lavora, gli uomini non si facciano carico di più lavoro domestico. L’ideologia tradizionale («la vita domestica è responsabilità di lei») rafforza la posizione degli uomini e mina gli sforzi delle donne per guadagnare maggior tempo libero. Ma questa ideologia, è supportata dal semplice fatto che anche quando la donna lavora, il marito guadagna comunque più denaro e quindi lei non dispone dei mezzi per esercitare pressione oltre un certo limite. Se il matrimonio si rompe, sarà lei a trovarsi ella condizione finanziaria peggiore (79).

 

In fin dei conti, l’operare «avulso dal genere» dei rapporti di produzione capitalistici impone alla classe operaia il quadro all’interno del quale essa può organizzare la propria riproduzione. La decisione di avere figli, e quanti, così come la questione della loro educazione, delle loro necessità, non sono strettamente economiche e strumentali. Da un altro lato, non sono esclusivamente culturali e ideologiche. Le persone della classe operaia, di fronte alla necessità di costruire la loro vita e sviluppare una strategia per la sopravvivenza, prendono decisioni individuali e collettive che dipendono dai vincoli materiali stabiliti dalla classe capitalista.

 

La divisione sessuale del lavoro ha la sua logica. Ma l’insieme delle forze che spingono le donne verso il loro tradizionale ruolo domestico è ben più contingente oggi rispetto al XIX secolo. Una minoranza di donne ha già potuto sottrarsi al circolo vizioso in cui le responsabilità domestiche rafforzano i bassi salari e viceversa. Queste donne hanno raccolto i frutti del movimento femminista occupando posti di quadri o di direzione con redditi elevati, i quali hanno consentito loro di contestare i ruoli tradizionali in cui erano state costrette sino ad allora dalla paura di ritrovarsi sole. Da un altro punto di vista, possono competere con gli uomini, questo perché sono in grado di acquistare i servizi che altrimenti dovrebbero svolgere personalmente nell’ambito domestico. Esse hanno risolto il problema al livello individuale – ma la maggior parte delle donne non ha una simile possibilità. Per queste ultime, le avanzate dipendono da una lotta collettiva – vale a dire, dall’organizzazione sindacale delle donne tra di loro all’interno del movimento sindacale, al fine di trasformare le condizioni di vita quotidiane e il rapporto con gli uomini nella famiglia. Tali mutamenti implicano innanzitutto un ripensamento dell’organizzazione della riproduzione, estendendo ala collettività la responsabilità delle persone a carico, in particolare i bambini. La riduzione delle responsabilità familiari in seno alla famiglia dipende dunque dalla lotta di classe, e dalla capacità da parte del movimento femminista di mobilitarsi in questa lotta al fine di assicurasi che i servizi di cura, ecc. facciano parte delle rivendicazioni.

 

Battaglie di questo tipo possono rivelarsi difficili da vincere nei periodi di recessione. Se le recessioni spingono le donne a lavoro, aumentandone in tal modo il potenziale di autorganizzazione sindacale, allo stesso tempo accentuano le pressioni materiali che rafforzano la divisione sessuale del lavoro. Le donne sono fortemente penalizzate quando lavorano, specie se tentano, allo stesso tempo, di mantenere lo stesso livello di vita precedente della loro famiglia. I loro redditi sono necessari per acquistare gli stessi beni di prima, e dunque esse non possono permettersi gli equivalenti del loro lavoro domestico offerti dal mercato. I datori di lavoro non hanno alcuna ragione per fare concessioni come asili nido, poiché la mano d’opera femminile abbonda nel momento in cui un maggior numero di donne sposate sono costrette a cercare lavoro. I tagli ai servizi sociali accentuano le pressioni subite delle famiglie. La risposta capitalista alla contrazione dell’economia – attaccare il livello di vita della classe operaia – impone limiti rigidi alle possibilità di riorganizzazione della divisione del lavoro nella famiglia operaia, aggravando la dinamica che giustifica la divisione sessuale tradizionale. Più le donne hanno necessità di lavorare, più subiscono il fardello delle responsabilità domestiche, maggiori sono le difficoltà che incontrano nel mobilitarsi contro i padroni, e più le ineguaglianze tra loro e gli uomini crescono.

Inoltre, in un’economia in contrazione, le trasformazioni qualitative necessarie per risolvere il problema collettivamente, sollevando le famiglie dal peso delle persone a carico, non si possono compiere se non a spese del tasso di profitto dei capitalisti: esse incontrano dunque una resistenza sistematica d parte dei datori di lavoro. Da un altro lato, la sindacalizzazione femminista potrebbe modificare le rivendicazioni dei movimenti sociali e spostare sensibilmente il terreno della lotta di classe. Ciò nondimeno, è poco probabile che il movimento ottenga quanto richiede senza rivoluzione socialista.

Nel caso in cui il sistema capitalista dovesse sopravvivere alla crisi, una rinnovata prosperità potrebbe aprire la via a vittorie importanti. Un’economia in espansione offre maggior flessibilità alla classe capitalista nella sua risposta ai movimenti operai, ponendo così le condizioni di una lotta nella quale la classe operaia potrebbe essere in grado di superare il sistema familiare-domestico. Se il ritorno ciclico delle depressioni economiche può limitare tali avanzamenti, non possiamo scartare la possibilità di importanti trasformazioni nella riproduzione, ma anche uno sviluppo a lungo termine in direzione dell’equiparazione dei generi nel contesto del capitalismo.

La Barrett difende l’idea secondo la quale lo stato capitalista «appoggia» il sistema familiare-domestico distribuendo sussidi, elaborando leggi protettive e perseguendo le altre vie della regolazione statale. Lasciata a se stessa, l’economia privata tenderebbe ad impedire alla classe operaia – quantomeno alla maggior parte di essa – di formare una famiglia tradizionale, sostenuta dell’uomo con la donna che rimane in casa. Lo stato-provvidenza, nel fornire alla classe operaia i mezzi materiali per adottare la formazione familiare della classe media, ha consentito alla borghesia «di imporre la propria visione egemonica alla classe operaia» e ha contribuito «ad aggiungere un anello alla catena della dipendenza femminile» (80).

 

Secondo la Barrett, le politiche di sicurezza sociale partono dall’ipotesi che il sostegno della famiglia sia l’uomo, il quale sarebbe responsabile della moglie e dei figli, incoraggiando in tal modo le donne a dipendere economicamente dagli uomini, rafforzando al contempo l’ideale della famiglia borghese nella classe operaia. Per esempio, in Inghilterra, il sussidio di disoccupazione di una donna, al contrario a quello del marito che prende in carico la moglie ed i figli, copre solo lei. Le integrazioni del salario sono accessibile solo laddove il marito, e non la moglie, è impiegato a tempo pieno. Come sostiene Mary McIntosh «simili politiche scoraggiano le coppie dl dipendere troppo dal reddito della donna». Allo stesso modo, «le pensioni accordate alle vedove, come altri aiuti statali […] fanno sì che le donne no debbano essere finanziariamente indipendenti» (81).

 

Questo punto di vista circa lo stato-provvidenza, attualmente predominante nella ricerca marxista-femminista, ci sembra assai poco convincente. In primo luogo, la legislazione ed i programmi di assistenza sociale, secondo la Barrett ed altri alla base dl sistema familiare-domestico, sono stati sviluppati solo dopo la Seconda guerra mondiale. Ora, nella maggior parte delle famiglie della classe operaia, ben prima di questo periodo, la donna era già dipendente e confinata all’ambiente domestico. Unicamente nelle famiglie operaie estremamente povere e precarie le donne dovevano svolgere un lavoro salariato a tempo pieno.

 

In secondo luogo, la Barrett accorda troppa importanza alle politiche dello stato che rafforzerebbero la dipendenza delle donne verso gli uomini, ignorando la tendenza contraria dello stato-provvidenza a promuovere la presa in carico sociale dei bambini e di altri soggetti dipendenti, sottraendo cosi un tale fardello dalle spalle delle donne. La Barrett ha ragione nel notare che i sussidi sociali sono il più delle volte considerati come sostituti temporanei, o complementari, al reddito del marito. Si può ipotizzare che la madre resterà in casa a prendersi cura dei bambini e che le famiglie dipendono principalmente dal salario dell’uomo. Tuttavia, nel corso della sua rapida espansione negli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo, lo stato-provvidenza ha sviluppato dei servizi di cura per gli adulti a carico, e in misura minore, per i bambini al di fuori delle famiglie – con gli ospedali psichiatrici, le istituzioni per la convalescenza e i disabili; con i sistemi pensionistici, le case di riposo così come gli ospedali per le persone anziane; con i programmi di prima e doposcuola come Latch-Key e Headstarti negli Stati uniti.

 

Se compariamo la legislazione in materia di assistenza sociale prima e dopo la Seconda guerra mondiale, non possiamo affermare che la cura delle persone carico è strettamente affidata alle famiglie: al contrario, assistiamo ad un movimento, certo lento e reticente, orientato alla riduzione della responsabilità familiare. È ancor più importante sottolineare che il dopoguerra vi è un’estensione del sostegno statale alle madri non sposate – un aiuto giustificato evocando al responsabilità particolare delle donne verso i bambini, ma che tuttavia ha come conseguenza di rendere le donne assai meno dipendenti dagli uomini rispetto a quanto non fossero in precedenza.

 

In Inghilterra, per esempio, la riluttanza dello stato ad aiutare le famiglie per quanto riguarda le persone a carico è esplicita nelle politiche di assistenza sociale del periodo precedente la guerra. Il Poor Law Act del 1927 stabiliva così: «Il dovere del padre, del nonno, della madre, della nonna, del marito o del figlio della persona povera, anziana, non vedente, disabile, impossibilitata o incapace al lavoro, di farsi carico delle necessità di tali soggetti nella misura in cui se ne hanno i mezzi» (83). Tuttavia, a partire dal 1948, la dipendenza finanziaria per lo stato non esiste che fra marito e moglie, e tra genitori e figli minorenni. I figli non sono più obbligati legalmente a sostenere i genitori anziani, e i genitori non sono considerati responsabili dei figli disabili una volta questo divenuti adulti.

 

Così, lungi dl rafforzare la forma familiare tradizionale, dipendente dall’uomo, alcune delle prime politiche di assistenza sociale hanno rifiutato di riconoscere che l’uomo poteva avere persone a carico. Il National Insurance Act del 1911 garantiva un’assicurazione sanitaria e una contro la disoccupazione esclusivamente al lavoratore, non alla moglie e ai suoi figli. Oggi, in Inghilterra, i sussidi statali prevedono che l’uomo, ma nono la donna sposata, abbia delle persone a carico (84). Le politiche di prima della guerra hanno favorito l’indipendenza delle donne? O hanno solo contribuito ad impoverire ulteriormente le donne della classe operaia?

 

Allo stesso modo, non ha senso sostenere che le pensioni accordate alle vedove incoraggiano le donne a dipendere dagli uomini più che a prepararsi ad essere indipendenti. Simili pensioni sono state richieste da donne anziane, o con figli , già incapaci di provvedere alle proprie necessità. Negli Stati Uniti, a cavallo del secolo, circa un uomo sposato su cinque moriva prima dei quarantacinque anni (85). Ora, nello stesso momento, la maggior parte delle donne sposate non avevano un lavoro pagato. prima del’istituzione delle pensioni, le donne non avevano una maggiore tendenza ad essere «indipendenti», ma le vedove erano certamente più povere, più precarie, e ancor più schiacciate dal peso della famiglia.

 

Malgrado l’evidente stato di bisogno di donne abbandonate con i propri figli, i governi britannico e americano si sono mostrati assai restii, sino alla Seconda guerra mondiale, nel fornire un sostegno sufficiente. In generale, gli oppositori facevano valere la necessità di prevenire gli abbandoni e costringere gli uomini ad assumersi le loro responsabilità. Al di là della retorica, ricordiamo che un sostegno totale sarebbe stato dispendioso, e i governi temevano senza dubbio che queste donne e i loro figli sarebbero divenuti un peso permanente per la comunità, anziché per gli uomini della loro famiglia – i fratelli, i padri, gli zii, ecc (86). Nel 1909, una commissione pubblica sulle Poor Laws riportava che «l’aiuto apportato è relativamente debole, ed è previsto che la madre guadagni un certo ammontare in complemento» (87). Negli Stati Uniti, le donne non sposate con figli ricevono dei magri sussidi statali, e talvolta neanche questi. Il programma Aid to Depenedent Children, lanciato sulla scia del New Deal nel 1934, forniva un sostegno ai bambini, ma non alle madri. In ogni caso le condizioni di idoneità erano tali che solo una minoranza di donne in stato di bisogno vi accedeva (88). Ancora una volta, queste politiche incoraggiavano le donne a non sposarsi? O non le avrebbero rese ancora più ansiose di trovare un altro uomo per sostenere la famiglia?

 

Dopo la seconda guerra mondiale, la tendenza sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna è stata viceversa quella di fornire un aiuto di stato minimo, consentendo alle giovani madri di restare a casa. I sussidi sono insufficienti, ma riducono comunque la dipendenza delle donne verso gli uomini (89).

 

Insomma, il punto di vista della Barrett circa il rapporto tra lo stato-provvidenza e la famiglia dà un peso eccessivo alle prospettive funzionaliste e alle teorie del complotto: contraddicendo la propria conclusione, ossia che lo è un «campo di lotta» (90). Laddove difendono l’idea che la borghesia aveva un interesse politico a modellare la famiglia della classe operaia a sua immagine, né la Barrett né i suoi principali riferimenti (91), pervengono a dimostrare che le riforme dello stato-previdenza trovavano la propria origine, o ancora un appoggio politico generalizzato, nei circoli capitalisti. L’affermazione ricorrente secondo la quale certe fazioni avanzate della borghesia avrebbero appoggiato lo stato-provvidenza al fine di meglio garantire la riproduzione della classe operaia (Hartmann), o per dividerla e renderla più conservatrice, ancor’oggi non è suffragata da prove. Si dovrebbe dimostrare che alcuni individui avrebbero difeso la necessità dell’intervento dello stato – la maggior parte delle «prove» vanno in tal senso -, ma che allo steso tempo avrebbero preso in considerazione qualcosa di più di un magro complemento, elargito con riluttanza ad una classe operaia docile. Alcuni capitalisti, di fronte all’eventualità di un movimento operaio rivoluzionario, erano disposti a fare delle concessioni in materia di assistenza sociale – il che non è sufficiente a dimostrare che essi promuovevano tali politiche per interesse economico o politico.

 

Lo stato-provvidenza costituisce uno dei principali terreni di lotta di classe, giocata in questo caso entro i limiti imposti dai rapporti di produzione capitalistici. Questi limiti potevano accettare riforme importanti, le quali tuttavia non dovono essere concepite quali strategie dall’alto per imporre la forma familiare borghese alla classe operaia. le politiche dello stato-provvidenza sono state delle concessioni ai movimenti operai ed ai riformisti della classe media. Da un altro lato, lo stato-provvidenza non può esser visto come espressione diretta delle necessità della classe operaia: significherebbe dimenticare i vincoli dei movimenti riformisti. Andrebbe oltre gli obiettivi di questo articolo rendere cono in dettaglio di come diverse forze sociali abbiano interagito per dare forma allo stato-provvidenza. Ma è necessario sottolineare come, malgrado le importanti vittorie riportate nelle società capitalistiche più avanzate, l’assistenza sociale sia sempre stata di difficile accesso e non abbia accordato alla classe operaia che il minimo vitale.

 

In quanto risultato di una lotta politica, i provvedimenti statali sono necessariamente stati il riflesso dell’equilibrio dei poteri, non solo tra le classi, ma anche tra gli uomini e le donne della classe operaia. Se le politiche dello stato mirano a consolidare, e non a rimpiazzare, il sistema familiare-domestico, ciò è dovuto, almeno in parte, al fatto che gli uomini sono stati meglio organizzati in seno alla classe operaia. Il punto di vista degli uomini, i loro bisogni e la loro valutazione delle priorità hanno dominato la lotta: i servizi di cura dei bambini, per esempio, sono lungi dall’essere all’ordine del giorno rispetto ai salari degli uomini. Ancor più fondamentale, possiamo sostenere che la classe capitalista ha sistematicamente resistito a qualsiasi estensione della responsabilità statale ai bambini e ad altre persone dipendenti. La classe al potere ha riconosciuto la necessità di provvedere ai bisogni dei poveri, anche solo al fine di preservare la propria legittimità, nonché il controllo sugli strati inferiori della società, ma sopratutto è stata particolarmente ansiosa di mantenere un incentivo al lavoro. I sussidi statali al disopra del minimo vitale in effetti minacciano di alleviare i disagi della disoccupazione, minando perciò la disciplina della mano d’opera. La protezione dell’accumulazione capitalistica richiede, dunque, una politica di assistenza sociale al contempo poco costosa (ossia che non riduca i profitti) e minimale (ovvero che non comprometta la necessità di lavorare) (92).

 

I riformisti appartenenti ala classe media, costantemente preoccupati di difendere il loro programma in termini di bisogni a lungo termine del sistema capitalistico, si sono espressi sovente come rappresentanti della classe capitalista, tuttavia non vanno confusi con i loro padroni. La visione riformista dello stato-provvidenza, spesso elitista e tecnocratica, è consistita nel’incoraggiare le famiglie operaie, tramite l’educazione e l’aiuto condizionato, a orientarsi verso il modello «uomo salariato/dona casalinga». Come i leder laburisti, i quali insistevano sul fatto di non rifiutare il diritto alla proprietà privata dei datori di lavoro domandando esclusivamente la giusta parte spettante ai lavoratori, i riformisti della classe media hanno affermato l’etica del lavoro e l’ideale del’autonomia borghese, sostenendo contemporaneamente il debito della comunità nei confronti degli individui in stato di necessità loro malgrado (93). La maggior parte della classe capitalista è rimasta sorda a simili proclami solenni – e tra le due guerre, in Inghilterra come negli Stati Uniti, le famiglie e le donne della classe operaia hanno continuato a portare il loro fardello senza l’aiuto dello stato.

A fronte di un tale spiegamento di forze, è comprensibile che sia emersa tra la classe operaia la rivendicazione di un reddito familiare e di politiche di assistenza sociale miranti a completare, più che a rimpiazzare, la presa in carico delle persone dipendenti da parte della famiglia. I servizi statali sono stati perennemente caratterizzati dalla grave mancanza di finanziamenti e personale, e dunque di bassa qualità, nonché burocratici e di difficile accesso per i loro clienti. Di conseguenza, i sentimenti della classe operaia verso questi aiuti di stato sono sempre stati alterni. Inoltre, dal momento che un sistema interamente sociale, assai costoso, sembra fuori portata, i programmi di sostituzione temporanea delle cure familiari offrono un obiettivo più realistico e pragmatico… il quale può guadagnarsi l’adesione degli alleati della classe media.

Non si vuole qui negare che l’orientamento delle rivendicazioni riformiste sia stato influenzato da pregiudizi ideologici più vasti. L’ideale borghese dell’autonomia individuale, e quello patriarcale del sostegno maschile della famiglia, hanno certamente contribuito a definire nella classe operaia la «vita buona». vogliamo sostenere, ciò nondimeno, che il potere di tali ideali non ha potuto agire che nel contesto di forze sociali e politiche marginalizzanti ogni altra prospettiva – più precisamente, in circostanze nelle quali erano necessarie lotte estremamente militanti e generalizzate al fine di strappare allo stato anche un flebile sostegno alla riproduzione della classe operaia. Posta di fronte a questo antagonismo sistematico, la classe operaia, e le sue donne, sono state costrette a scegliere – non tra programmi che riconoscevano la responsabilità della comunità riguardo le persone a carico e i semplici complementi al sistema di cure private e familiari, bensì tra uno stato-provvidenza che presupponeva la dipendenza della famiglia dagli uomini, e uno stato che non offriva sussidio alcuno.

Il nodo centrale dell’analisi della Barrett è il seguente:o sviluppo dell’oppressione femminile nel modo di produzione capitalista sarebbe, in definitiva, riconducibile all’ideologia. Detto semplicemente, l’ideologia del genere avrebbe plasmato i rapporti di produzione capitalistici. La Barrett lo afferma esplicitamente in molteplici passaggi della sua opera. Per esempio, riguardo la legislazione protettiva:

 

Per quanto concerne gli interessi delle lavoratrici, la legislazione protettiva ha rappresentato una sconfitta materiale e, ancora una volta, una sconfitta che non può essere spiegata esclusivamente dalla presunta logica dello sviluppo capitalistico. Essa rivela un pregiudizio, condiviso dl movimento operaio, sulla base del quale relegare le donne all’ambiente domestico e alla cura dei figli è naturale e auspicabile. In tal senso, il presente stato di cose è il prodotto di un’ideologia della divisione dei sessi, la quale è stata integrata alla divisione del lavoro capitalista, e non prodotta da quest’ultima (94).

Come abbiamo suggerito poco sopra, l’ideologia del genere è il Deus ex machina della Barrett, la sua via di fuga dallo spiacevole dilemma del pensiero femminista socialista, in bilico tra il riduzionismo marxista e l’idealismo delle teorie dualiste. Tuttavia, va risolta una serie di questioni per conferire un ruolo così importante all’ideologia senza cadere nell’idealismo. Qual è, per esempio, il rapporto tra questa ideologia e le altre? L’ideologia del genere è la sola ad essere così autonoma e determinante, o hanno tutte una simile forza? Come si produce e riproduce l’ideologia del genere, da cosa deriva la sua autonomia? Quale il suo fondamento materiale, sempre che ve ne sia uno?

 

La Barrett tenta di rispondere ad alcuni di questi interrogativi, ma, a nostro modo di vedere, con poco successo. l’autrice suggerisce infatti che l’identità di genere è creata «da un ideologia della vita familiare», più che all’interno delle famiglie concrete, e viene «continuamente ricreata e indossata, modificata o anche fondamentalmente alterata, attraverso un processo di rappresentazione ideologica» (95). Rimane il fatto che i modi di appropriazione del’identità di genere, i mezzi del suo consolidamento o della sua trasformazione durante la vita adulta, non trovano una formulazione teorica. La Barrett sostiene che l’ideologia dl genere è riprodotta culturalmente dalla produzione di stereotipi, da meccanismi di compensazione, di collusione e recupero (96). Tuttavia, non viene precisato il luogo esatto di tali meccanismi, le ragioni della loro comparsa e i loro effetti sullo sviluppo del’identità di genere.

 

In fin dei conti, la Barrett definisce il meccanismo di appropriazione dell’ideologia del genere come un’interiorizzazione relativamente passiva di un insieme di idee preesistenti gli uomini e alle donne, al livello della «cultura». L definizione sembra esser fondata quando la Barrett spiega l’adozione «dell’ideologia della famiglia» da parte della classe operaia. A sua detta, questa ideologia ha, in ultima analisi, poco a che fare con i reali rapporti sociali. «L’ideologia della famiglia» è in contraddizione con la struttura delle famiglie della classe operaia, in cui le donne garantiscono un reddito necessario; inoltre, «l’ideologia della famiglia» non serve alcun interesse individuale – vale a dire che tali idee non rispondono agli interessi di nessuno (97). In questa prospettiva, l’ideologia non può essere concepita se non come un fenomeno misterioso, potente e immutabile – un fenomeno che si impone agli individui, i quali a loro volta lo accettano passivamente, per ragioni che rimangono poco chiare.

 

Dal nostro punto di vista, l’ideologia e la coscienza sono dei processi nei quali gli individui si impegnano attivamente e creativamente. Il «rapporto immaginario degli individui con le loro condizioni di esistenza reali» è il prodotto della creatività umana (98). Vorremo inoltre difendere l’idea secondo la quale l’ideologia del genere, come ogni ideologia, è radicata e modellata nell’esperienza reale di uomini e donne nella pratica quotidiana. Condividiamo l’opinione della Barrett quando afferma che il rapporto tra esperienza e coscienza, tra rapporti sociali e ideologia, non si costruisce senza mediazioni. Sono proprio tali mediazioni a dover essere delucidate al fine di stimare l’autonomia relativa dell’ideologia. Tuttavia, simili considerazione vanno inserite in un quadro generale che stabilisca i livelli delle determinazioni – o i limiti «dell’autonomia» -, se si vuole evitare di attribuire all’ideologia un potere eccessivo. È possibile comprendere tali livelli di determinazione limitando il processo creativo della costruzione ideologica ad una data situazione storica. È nella storia che si sviluppano i rapporti sociali che circoscrivono in seguito le possibilità offerte alle donne e agli uomini di immaginare e organizzare la propria esistenza.

 

Per esempio, la natura determinata della divisione sessuale del lavoro e del sistema familiare-domestico nel XIX secolo e all’inizio del XX ha fatto in modo che gli elementi fondamentali «dell’ideologia della famiglia» di cui parla la Barrett – l’idea dell’uomo come sostegno della famiglia e della donna come soggetto dipendente e responsabile di figli – non fossero negoziabili. Queste idee hanno conservata tutta la loro forza proprio perché sostenute da una realtà sociale ineluttabile. Poiché il sistema familiare-domestico imponeva la sua logica implacabile agli individui, le donne e gli uomini hanno dovuto tener conto di tali rapporti sociali al momento di pensare se stesi e il mondo. Non è solo il caso della borghesia, bensì anche della classe operaia.

 

Tuttavia, il complesso di idee costituenti l’ideologia del genere, in processo di costante definizione e ridefinizione nel corso del XIX secolo, nono può trovare la propria spiegazione esclusivamente nei rapporti sociali necessari. Lo si vede facilmente nel caso dell’ideologia borghese del genere nel XIX secolo. Numerose opere di valore sono state recentemente dedicate alla storia delle donne appartenenti alla classe media da parte di storiche femministe, opere nelle quali si sostiene che l’ideologia borghese della domesticità non veniva semplicemente imposta loro, ma in gran parte plasmata da loro stesse. Così, le donne hanno creato, a partire da circostanze subite, una visione del mondo in grado di giustificare la loro esperienza e rispondere alle loro necessità. Nel suo interessante studio sulle origini dell’ideologia sessuale vittoriana, Nancy Cott suggerisce ad esempio che l’idea della donna «priva di passione», diffusa dalla religione evangelica, è divenuta essenziale nella trasformazione dell’immagine della donna, da essere sessuale ad essere morale, ed è stata anche ben accolta e amplificata dalle donne stesse poiché offriva una visione più favorevole del loro carattere e del loro ruolo sociale (99). La donna «priva di passione» non era chiaramente che un elemento singolo di un insieme di idee, raggruppate sotto il più ampio ombrello dell’ideologia della domesticità, utili nel XIX secolo alla legittimazione di alcune campagne sociali delle donne della classe media. Tali idee, più che semplici riflessi della realtà sociale, sono giunte a trasformare quest’ultima ampliando le sfere di influenza e attività delle donne. In questo senso, la creazione dell’ideologia del genere è un atto sociale e politico continuo (100).

 

Ciò nonostante, questa formidabile creatività ha sempre poggiato su una divisione sessuale del lavoro all’apparenza ineluttabile. Nel orso del XIX secolo, tanto le femministe che le antifemministe hanno accettato la nozione delle «due sfere»; le rivendicazioni femministe a favore di un maggior potere sociale e familiare si basavano in parte sul ruolo domestico e materno della donna. Le femministe del XIX secolo non potevano sfuggire all’apparente necessità dell domesticità. Solamente col XX secolo le femministe iniziano a mettere in discussione la divisione sessuale del lavoro – in particolare la cura dei figli ed il lavoro domestico. Ma è anche solo in questo secolo che si verifica una possibilità reale di trasformazione.

Abbiamo difeso l’idea secondo la quale i rapporti di classe nella produzione capitalistica, coniugati ai fattori biologici della riproduzione, hanno innescato un potente processo che ha condotto al sistema familiare-domestico, assicurando così la subordinazione costante delle donne e la loro vulnerabilità eccessiva allo sfruttamento capitalista. Evidenziando come l’oppressione femminile in regime capitalistico derivi dal confronto tra imperativi dell’accumulazione capitalista, da una parte, e le strutture della riproduzione umana, dall’altra, la nostra analisi si è concentrata sull’organizzazione di un movimento per le donne della classe operaia. Perché se lo sviluppo del capitalismo nel XIX secolo ha posto le basi per un rovesciamento del sistema familiare-domestico aprendo la via verso altri sistemi, l’implementazione di questi ultimi richiede una lotta politica. I rapporti di classe capitalisti, motivati dalla ricerca del profitto, continueranno ad esercitare pressioni per privatizzare la riproduzione ed imporre alle famiglie della classe operaia il peso delle persone a carico. Questa tendenza, e l’incapacità, fino ad oggi, della classe operaia a porvi freno, sono sufficienti a spiegare la persistenza della divisione sessuale del lavoro e l’ineguaglianza dei sessi.

 

Le divisioni sessuali non sono dunque del tutto integrate alla divisione del lavoro capitalistica o ai rapporti di produzione, come prodotti dall’equilibrio delle forze in un dato momento storico. La situazione storica è essenzialmente definita dallo sviluppo delle forze produttive, dall’organizzazione della classe operaia, l’organizzazione delle donne fra di loro e lo stato dell’economia. Qualsiasi trasformazione nella condizione delle donne della classe operaia, richiede una più ampia responsabilità collettiva verso le persone dipendenti – sopratutto i bambini. Poiché il sistema attuale va a beneficio degli uomini, quantomeno nel breve termine, il cambiamento dipende dalla capacità da parte del movimento femminista di orientare la lotta di classe operaia in tal senso. Ci sembra dunque che Marx ed Engels abbiano correttamente identificato la tendenza del capitalismo all’equiparazione dei sessi. Beninteso, l’uguaglianza dei sessi nel contesto del capitalismo non equivale alla liberazione delle donne, la quale necessiterebbe di un superamento del capitalismo. Piuttosto, lo intendiamo come un sistema dinamico, che trasforma la vita quotidiana e crea le condizioni per nuove forme di lotta e di coscienza. L’esito della vicenda storica del capitalismo, e della nostra, sarà determinato da una lotta politica che dovrà comprendere queste tendenze contraddittorie.

 

Note

1 Michèle Barrett, Women’s Oppression Today, Londra, Verso e NLB, 1980.

2 Ibid., p. 249.

3 Ibid., p. 254-255.

4 Loc. cit.

5 Loc. cit.

6 Ibid., p. 217.

7 Ibid., p. 222-223.

8 Ibid., p. 226.

9 Sfortunatamente, la Barret e la McIntosh non lo fanno anche nella loro recente collaborazione, The Anti-social Family, Londra, NLB, 1982.

10 Heidi Hartmann, «The Unhappy Marriage of Marxism and Feminism: Towards a More Progressive Union», Capital and Class, estate 1979; «Capitalism, Patriarchy and Job Segregation by Sex», in Capitalist Patriarchy and the Case for Socialist Feminism, sotto la direzione di Zillah R. Eisenstein, New York, 1979. Si vedano anche Sally Alexander, «Women’s Work in 19th-century London», in The Rights and Wrongs of Women, sotto la direzione di Juliet Mitchell e Ann Oakley, Harmondsworth, 1976; Alice Kessler-Harris, «Where Are the Organized Women Workers?», in A Heritage of Her Own, sotto la direzione di Nancy F. Cott ed Elizabeth Pleck, New York, 1979.

11 Judith A. Baer, The Chains of Protection, Westport, Connecticut, 1978, p. 30-32; Elizabeth Faulkner Baker, Protective Labor Legislation, New York, 1925.

12 Baer, p. 30.

13 Lo stato di New York è un caso tipico. New York mandava i suoi primi ispettori di fabbrica nel 1886. Nel 1911, un comitato investigativo di stato giudicava del tutto insufficiente l’applicazione della legislazione protettiva. Tuttavia, le conclusioni del comitato sortivano scarso effetto. Nel 1921-22, il Dipartimento del lavoro di New York non poteva contare che su quarantatré ispettori, per 35.000 fabbriche. Anche quando questi riuscivano a scovare i fabbricanti trasgressori, le sanzioni erano minime. Dal 1915 al 1923, si stima che tra il 50% ed il 70% dei casi portati di fronte alla corte di New York non comportavano alcuna sanzione, e laddove veniva comminata era troppo limitata per avere un qualsiasi effetto. Baer, The Chains of Protection, p. 285, 289, 296, 297, 304, 312-333, 314, 315, 339.

14 Per una sintesi sulla legislazione nella manifattura del XIX secolo , si veda B. L. Hutchins e A. Harrison, A History of Factory Legislation, Londras, 1903.

15 Hutchins et Harrison, A History of Factory Legislation; J. T. Ward, The Factory Movement, 1830-1855, Londra, 1962.

16 Hutchins et Harrison, A History of Factory Legislation, p. 110. Norbert C. Soldon, Women in British Trade Unions, 1874-1976, Dublin, 1978, fornisce delle statistiche le quali mostrano che la popolazione femminile nell’industria del tessile è aumentata nel corso del XIX secolo, da 131 donne per 100 uomini nel 1861, a 148 per 100 nel 1871, e a 164 per 100 nel 1881.

17 Hutchins e Harrison, p. 197-198, 174, 193. Si veda anche Barbara Drake, Women and Trade Unions, Trade Union Series, n° 6, Londres, Labour Research Department, 1920. Il Mines Regulation Act del 1842, che proscriveva il lavoro femminile nelle miniere, ha effettivamente tolto impieghi alle donne. Ma queste occupazioni si limitavano a compiti non qualificati e mal remunerati come il trasporto del carbone in superficie. Le donne non venivano mai incaricate di tagliare la pietra, lavoro qualificato riservato agli uomini. Si veda Jane Humphries, «Protective Legislation, the Capitalist State, and Working-Class Men: The Case of the 1842 Mines Regulation Act», Feminist Review, p. 10. È difficile misurare l’effetto dell’interdizione del lavoro notturno sul’accesso al lavoro delle donne. Tale interdizione non sembrerebbe aver sloggiato le donne dalla tipografia in Gran Bretagna, poiché la maggior parte delle donne erano assunte per la preparazione dei periodici, in tipografie nelle quali il lavoro notturno non era consuetudine. J. R. Ramsay MacDonald, Women In the Printing Trades, Londra, 1904, p. 75.

18 Hutchins et Harrison, A History of Protective Legislation.

19 Per esempio, nel 1818, gli Operative Cotton Spinners [Operai filatori di cotone] di Manchester indirizzavano una petizione al parlamento per una giornata lavorativa universale di dieci ore e mezza, con nove ore effettive di lavoro. Hutchins et Harrison, p. 43-44. Nel 1831, nel momento in cui i comitati operai iniziavano a prendere in considerazione un’alleanza con Oatsler e altri riformisti della classe media per condurre la campagna di regolazione del lavoro minorile, i sindacati di mestiere del Lancashire promuovevano, da parte loro, un progetto di legge mirante a ridurre il tempo di lavoro per tutte le classi di lavoratori, in tutti i mestieri. Sidney et Beatrice Webb, History of Trade Unionism, Londra, 1950, p. 123. Nei loro raduni e manifestazioni, gli operai esigevano a più riprese un progetto di legge che limitasse il lavoro degli adulti direttamente o indirettamente. Si veda Hutchins e Harrison, History of Protective Legislation. Si veda anche l’interessante spiegazione fornita da Cecil Driver, in Tory Radical: The Life of Richard Oastler, New York, 1946.

20 Driver, Tory Radical.

21 J. T. Ward sostiene che il progetto di legge del governo venne votato che per ostacolare un altro progetto di legge, il quale avrebbe effettivamente ridotto la giornata di lavoro di adulti e minori a dieci ore. J. T. Ward, The Factory Movement : 1830-1855, p. 115. Si veda anche il suo articolo «The Factory Movement», dans Popular Movements, 1830-1850, sotto la direzione di J. T. Ward, Londra, 1970, p. 68.

22 Hutchins et Harrison, p. 60-61. Dal 1833 al 1855, lo Short Time Movement ha periodicamente tentato di ottenere una restrizione della forza motrice, col fine ultimo di far rispettare il Factory Acts e limitare il lavoro adulto. Alcuni di questi tentativi non ebbero successo. Ward, «The Factory Movement», p. 68; Hutchins et Harrison, History of Protective Legislation, p. 52, 104, 108-109, 110-112.

23 L’opera di Ward e di Hutchins e Harrisontutti tutti e due i successi del movimento ad una serie di fattori – la forza della sua campagna organizzata, il conflitto fra Tory e Whig, il rallentamento del commercio nel 1847, i quali avrebbero temporaneamente indebolito l’opposizione dei padroni dell’industria tessile. Nel momento in cui il commercio si ristabiliva, i fabbricanti iniziavano ad aggirare le leggi attraverso sistemi di mediazione e mobilitandosi per la sua revoca. Di conseguenza, il progetto di legge veniva emendato nel 1855, per consentire giornate di dieci ore e mezza all’interno di un dato periodo di lavoro, il che era difficilmente eludibile. La giornata di dieci ore e mezza è rimasta in vigore nell’industria tessile sino al 1874, anno nel quale venne ridotta a dieci. Si veda Ward, History of the Factory Movement : 1830-1855.

24 Michèle Barrett e Mary McIntosh, «The Family Wage: Some Problems for Socialists and Feminists», Capital and Class, n° 11, 1980.

25 Per esempio, nel 1829, l’Associazione dei sindacati dei meccanici di Philadelphia – primo corpo centralizzato della mano d’opera negli Stati Uniti – invitava Francis Wright a pronunciare l’allocuzione del 4 luglio. Il discorso, concernente l’uguaglianza delle donne, venne ristampato dall’associazione e redistribuito tra i suoi operai. Negli anni Trenta dl XIX secolo, in particolare, mote riviste operaie adottavano una posizione progressista sul lavoro e i diritti delle donne – tra le altre il National Laborer of Philadelphia, il New York Daily Sentinel e il Working Man’s Advocate. Un partito laburista, l’Associazione dei lavoratori di New Castle esigeva persino l’emancipazione delle donne negli anni Trenta. Philip Foner, Women and the American Labor Movement, New York, 1980, p. 51-52.

26 Lo stesso argomento può essere applicato alle spiegazioni dualiste. Se la Barrett sottolinea il ruolo dell’ideologia nelle reazioni maschili al lavoro femminile, la Hartmann, per esempio, insiste sugli interessi materiali degli uomini. La Hartmann sostiene che la decisione dei sindacati di mestiere «di escludere le donne invece di mobilitarle si spiega […] con i rapporti patriarcali esistenti tra uomini e donne: gli uomini vogliono assicurarsi che le donne continuino ad eseguire i compiti che le attendevano a casa». Hartmann, «Capitalism, Patriarchy and Job Segregation by Sex», in Capitalist Patriarchy and the Case of Socialist Feminism, p. 219.

27 W. H. Fraser, «Trade Unionism», in Popular Movements : 1830-1850. I sindacati hanno spesso fatto ricorso a criteri di parentela o regione per limitare l’accesso ai rispettivi mestieri. Le conferenze nazionali dei filatori di cotone nell’isola di Man nel 1929 e a Manchester nel 1830, per esempio, stabilirono che i filatori potevano prendere come apprendisti solo i membri delle proprie famiglie o i parenti poveri di proprietari di mulini. I filatori di Glasgow avevano tentato, a loro volta, di prevenire la mobilità di mestiere escludendo tutti i filatori che non avevano fatto il loro apprendistato a Glasgow. Fraser, «Trade-Unionism», p. 97.

28 Barbara Taylor, Eve and the New Jerusalem, New York, 1983. La Barrett porta questo caso come esempio, al fine di dimostrare come i sindacati di mestiere maschili si mobilitavano per escludere le donne dal lavoro qualificato ben pagato. È interessante notare come essa ometta due delle più importanti conclusione del lavoro di ricerca di Taylor: ossia, il fallimento del tentativo compiuto dal sindacato dei sarti, e in quindi il risultato di questo scacco, ovvero la scioglimento del sindacato e la degradazione del mestiere.

29 Citato in Barbara Taylor, Eve and the New Jerusalem, p. 106.

30 Barbara Drake, Women in Trade Unions, p. 31-38.

31 Ibid., p. 4-6.

32 Foner, Women and the American Labor Movement, p. 155. I sindacati dei tipografi, dell’edilizia, della lavorazione del ferro e del calzaturiero appoggiarono con donazioni finanziarie.

33 Nel 1834, il sindacato dei calzolai appoggiava quello delle calzolaie in sciopero per ottenere salari migliori, raccogliendo fondi e boicottando i fabbricanti che non supportavano la vertenza. Foner, ibid., p. 47. Nel 1859-60, calzolai e calzolaie organizzavano di concerto il celebre sciopero di 20.000 lavoratori a Lynn. Foner, p. 90.

34 Drake, Women in Trade Unions, p. 5.

35 Foner, Women in the American Labor Movement, p. 185-212.

36 Per un interessante studio circa tali strategie (e le condizioni che hanno condotto alla loro adozione), si veda Ava Baron, «Women and the Making of the American Working Class», Review of Radical Political Economics, vol. 14, n° 3, autunno 1982.

37 Dovrebbe essere chiaro che l’oppressione delle donne della classe operaia pone il problema teorico centrale; contrariamente alla subordinazione delle donne nella società feudale o nella borghesia, tale oppressione nono può essere associata direttamente al controllo della proprietà da parte degli uomini.

38 Barrett, p. 250.

39 Sebastiano Timpanaro, Sul materialismo, Milano, 1997; ma si veda anche Barrett, p. 74.

40 Per una discussione più ampia di questo punto e del suo rapporto con l’affermazione di Marx secondo la quale la remunerazione della forza lavoro deve corrispondere al costo della sua riproduzione, si veda Johanna Brenner, «Women’s Self-Organization: A Marxist Justification», Against the Current, vol. 1, n° 1, autunno 1980, p. 25-27.

41 Si vedano, tra i tanti, Alice Kessler-Harris, Women Have Always Worked, New York, 1981, p. 73; Robert Smuts, Women and Work in America, New York, 1971, p. 2-3, 23, 56; Louise A. Tilly e Joan W. Scott, Women, Work and Family, New York, 1978, p. 123-129; Carol Gronemann, «She Earns as a Child, She Pays as a Man», in Class, Sex, and the Woman Worker, sotto la direzione di Milton Cantor e Bruce Laurie, Westport, Connecticut, 1977, p. 89-98; Barbara Mayer Wertheimer, We Were There, New York, 1977, p. 209-213; Theresa M. McBridge, «Women’s Work and Industrialization», dans Becoming Visible: Women in European History, sotto la direzione di Renate Bridenthal e Claudia Koonz, Boston, 1977, p. 285-287; Mary Lynn McDougall, «Working-Class Women During the Industrial Revolution», in Becoming Visible, p. 267-268, 273; Tamara K. Harevan, Family Time and Industrial Time: The Relationship between the Family and Work in a New England Industrial Community, New York, 1982, p. 198; Mary P. Ryan, Womanhood in America: From Colonial Times to the Present, seconda edizione, New York, 1979, p. 125.

42 Virginia Yans-McGalughlan, «Italian Women and Work», in Class Sex and the Woman Worker, p. 109-111; Smuts, p. 57.

43 Tilly et Scott, p. 129-131 ; Elizabeth Pleck, «A Mother’s Wages», dans A Heritage of Her Own, sotto la direzione di Nancy F. Cott e Elizabeth H. Pleck, New York, 1979, p. 382-382. I salari elevati sembrano attirare le donne verso il mercato del lavoro. La Pleck nota inoltre, riguardo all’inizio del XX secolo, che le donne italiane che avevano sposato uomini con bassi salari avevano forti possibilità di lavorare in città nelle quali le paghe per le donne (nell’industria dell’abbigliamento) erano relativamente elevate (p. 382).

44 Tilly et Scott, p. 87-88.

45 Smuts, p. 19.

46 Il nostro obiettivo non consiste nel difendere l’ipotesi di un passato precapitalista idillico per le donne, ma solamente nello spiegare la divisione del lavoro attenuata che prevaleva tra uomini e donne nelle società precapitalistiche. Le famiglie feudali e proto industriali potevano essere costrette dalla classe dominante a lavorare intensivamente, al punto da mettere a rischio la salute dell’intera famiglia. Ma simili pressioni non potevano essere esercitate che indirettamente, tramite il livello di plusvalore preteso, che i produttori potevano fornire con una certa flessibilità. Di conseguenza, salvo nelle condizioni più estreme, le donne potevano organizzare le proprie ore di lavoro in modo da tenere conto delle necessità dei figli, in particolare con pause per l’allattamento durante il lavoro nei campi.

47 Susan Estabrook Kennedy, If All We Did Was Weep At Home: A History of White Working-Class Women in America, Bloomington, 1979, p. 52; Kessler-Harris, p. 71; Susan M. Strasser, «An Enlarged Human Existence? Technology and Household Work in Nineteenth-Century America», in Women and Household Labour, sotto la direzione di Sarah Fenstermaker Berk, Londra e Beverly Hills, 1980, p. 44-45. La percentuale del salario settimanale spesa per il cibo da un coltivatore del Massachusetts, secondo Strasser, corrispondeva all’85% nel 1830, e la 76% nel 1860. Per il rapporto tra reddito e beni di prima necessità in Inghilterra e Francia, si veda Tilly et Scott, p. 137-138.

48 A proposito delle condizioni della famiglia, che non erano migliorate per quanto riguarda numerose donne ancora negli anni Venti del Novecento, si vedano Kessler-Harris, p. 44-45; Ryan, p. 129; McDougall, p. 274; Strasser, passim; Leslie Woodcock Tentler, Wage-Earning Women, New York e Oxford, 1979, p. 149.

49 Riguardo alle disposizioni per la custodia dei bambini, si vedano Kennedy, p. 167; Ryan, p. 128; Harevan, p. 204-207; Tentler, p. 153-160.

50 Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, Roma, Editori Riuniti, 1978, p. 199; McDougall, p. 274, riporta che negli anni Settanta dell’Ottocento, le madri che lavoravano a Bredford, in Inghilterra, perdevano in media il 68% dei loro bambini.

51 Engels, p. 220.

52 Tilly et Scott, p. 132-133. Ann Oakley, Women’s Work, New York, 1976, p. 48-49, sostiene che il fatto di inviare il proprio figlio presso una nutrice nono era particolarmente pericoloso, il che sembrerebbe contraddire Tilly e Scott. Tuttavia, le differenze di classe possono spiegare tali incongruenze, poiché le cifre della Oakley riguardano la Gran Bretagna, dove, contrariamente alla Francia, il ricorso alle nutrici non era frequente nella classe operaia.

53 Jane Humphries sostiene che il reddito familiare era una rivendicazione necessaria per gli uomini, la quali, in fin dei conti, serviva gli interessi complessivi dellla classe operaia. («Class Struggle and the Persistence of the Working Class Family», Cambridge Journal of Economics, vol. 1, n° 3, settembre 1977). Precisiamo comunque il nostro disaccordo con la seconda parte del ragionamento.

54 Daniel Scott Smith, «Family Limitations, Sexual Control and Domestic Feminism in Victorian America», in A Heritage of Her Own, p. 226.

55 Perspectives on American Fertility, US Bureau of the Census, Current Population Reports, Special Studies, Series P-23, n° 70, p. 11.

56 Ryan, op. cit., p. 130.

57 Tilly e Scott, p. 99-102 ; Ellen Ross, «Fierce Questions and Taunts: Married Life in Working-Class London, 1870-1914», Feminist Studies, vol. 8, n° 3, autunno 1982, p. 578.

58 D. Levine, Family Formation in an Age of Nascent Capitalism, New York, 1977. Si veda inoltre Hans Medick, «The Proto-Industrial Family Economy: the Structural Function of Household and Family during the Transition from Peasant Society to Industrial Capitalism», Social History, n° 3 (ottobre 1976), p. 291-315.

59 Ryan, op. cit., p. 129 ; Levine, op. cit., p. 68-71 ; Tilly e Scott, op. cit., p. 91.

60 Hareven, op. cit., p. 189-191 ; Ryan, op. cit., p. 124-126. Dublin riporta che a Lowell, nel 1860, il figlio o la figlia media lavoravano un minimo di otto anni nel momento in cui si vivevano ancora in casa. Data la dimensione media delle famiglie, queste potevano contare per diciassette anni sul reddito dei figli come complemento di quello genitoriale. Thomas Dublin, «Women, Work, and the Family : Female Operatives in the Lowell Mills, 1830-1860», Feminist Studies, vol. 3, n° 1-2, autunno 1975, p. 36. Tra gli adolescenti figli di lavoratori non qualificati, risiedenti ancora dai genitori, a Chicago, nel 1920, circa l’80% lavorava; tra gli adolescenti di 16-17 anni a Chicago e a e New York nel 1920, il 70% non andavano più a scuola. Durante i primi decenni del XX secolo, la gran parte delle famiglie della classe operaia erano costrette a ritirare illegalmente i propri figli da scuola. Il sistema scolastico, che non voleva assumersi il costo di un numero crescente di scolari, chiudeva gli occhi sull’assenteismo, tanto più che le leggi sul lavoro minorile non venivano rispettate. È solamente negli anni Trenta del XX secolo che gli adolescenti della classe operaia hanno iniziato ad essere più assidui a scuola. Miriam Cohen, «Italian-American Women in New York City, 1900-1950 : Work and School», in Class, Sex and the Woman Worker, p. 128-133 ; Tentler, p. 93-95, 100-101; Winifred D. Wandersee, Women’s Work and Family Values, 1920–1940, Cambridge, Massachussets, 1981, p. 60-62. Per quanto riguarda la Francia e la Gran Bretagna, si veda Tilly et Scott, p. 178-181.

61 Cohen, op. cit., p. 125; Ross, op. cit., p. 576.

62 Barrett, p. 181.

63 Ibid., p. 99.

64 Ibid., p. 182-183.

65 Smuts, op. cit., p. 51; Tentler, op. cit., p. 143-146.

66 Alice Kessler-Harris, «Organizing the Unorganizable», in Class, Sex, and the Woman Worker, nota 2, p. 161. Per delle statistiche contemporanee, si veda Kate Purcell, «Militancy and Acquiescence Amongst Women Workers», in Fit Work for Women, sotto la direzione di Sandra Burman, New York, 1979, p. 112-133, 128-129.

67 Margery Davie, «Woman’s Place Is at the Typewriter: The Feminization of the Clerical Labor Force», in Capitalist Patriarchy and the Case for Socialist Feminism, sotto la direzione di Zillah Eisenstein, New York, 1979, p. 251.

68 Ibid.

69 Dublin, op. cit., p. 34-35.

70 Alice Kessler-Harris, Women Have Always Worked, p. 65.

71 I fattori culturali e ideologici possono influenzare la ripartizione tra uomini e donne in certi impieghi. Ad esempio, i datori di lavoro concepiscono spesso le loro assunzioni in funzione dei rapporti di potere e autorità prevalenti nella società. Lazonick sostiene che i fabbricanti preferivano gli uomini per la filatura, poiché questi potevano, più delle donne, imporre la disciplina ai bambini che lavoravano sotto la loro guida. La mano d’opera a buon mercato delle donne era preferibile per le attività col telaio meccanico, in cui era richiesto un solo operatore. W. Lazonick, «The Subjection of Labour to Capital : The Rise of the Capitalist System», Review of Radical Political Economy, vol. 10, n° 1, primavera 1978, p. 8-9. In generale, sono stati evidentemente favoriti nei posti di supervisione e direzione, sopratutto laddove la forza lavoro era composta da uomini. Venivano inoltre preferiti per i posti di cameriere nei ristoranti di fascia alta, poiché il potere simbolico conferito al cliente era superiore quando a servirlo c’era un uomo, ecc. Infine, gli uomini potevano rifiutare i «lavori da donne», anche quando il salario era comparabile, e le donne potevano evitare i «lavori da uomini» per timore di apparire poco femminili. Malgrado tutto, vi sono ben poche prove in appoggio dell’ipotesi secondo la quale i fattori ideologici sono la causa primaria della segregazione sessuale.

72 Molte femministe hanno affermato che la comparsa di nuove tecnologie domestiche non sono sufficienti a spiegare il lavoro femminile al di fuori dell’ambiente domestico. In proposito citano studi sull’organizzazione del tempo, studi che mostrano che i numero totale di ore settimanali dedicate alla casa e alla cura dei figli da parte delle casalinghe è rimasto fisso dopo gli anni Venti del Novecento. Ma ciò è vero solo per le casalinghe a tempo pieno; va aggiunto che questo tempo non era più organizzato allo stesso modo. Il tempo dedicato alla cura dei bambini è aumentato, laddove quello impiegato per la preparazione dei past e per la pulizia della cucina è diminuito. Il tempo necessario per il bucato e la casa in generale non si è ridotto, perché le esigenze igieniche sono aumentate… il che significa che una donna può diminuire il proprio fardello a prezzo di un abbassamento di tali esigenze. Con lavatrici e asciugatrici, le ore di lavanderia si possono ripartire lungo un’intera settimana; le nostre nonne vi spendevano una giornata intera. La flessibilità è oggi maggiore nell’organizzazione del lavoro domestico, e l’energia fisica spesavi minore.(Si veda Susan Strasser, Never Done : A History of American Housework, New York, 1982, per una descrizione dei diversi compiti domestici nel XIX secolo e all’inizio del XX secolo.

73 Si è sostenuto che le donne si sono viste costrette a ritornare al lavoro a causa delle sanzioni elevate imposte agli adolescenti che lasciavano troppo presto la scuola per guadagnare un salario. Negli Stati Uniti, nel 1920, solo il 30% dei ragazzi di 16 e 19 anni frequentavano la scuola; nel 1970, solamente il 35% aveva un lavoro salariato. Bonnie Fox, «Women’s Double Work Day: Twentieth-Century Changes in the Reproduction of Daily Life», in Hidden in the Household, sotto la direzione di Bonnie Fox, Toronto, 1980, p. 200-202.

74 «A tempo pieno» significa 35, o anche più, ore settimanali, per 50-52 settimane. La categoria delle donne sposate senza figli include esclusivamente quelle il cui marito ha meno di 55 anni. Nel 1978, il 565 delle donne sposate con figli di meno di sei anni lavoravano: 15% a tempo pieno, 41% a tempo parziale (20% a tempo pieno per una parte dell’anno, 21% a tempo parziale per una parte o per la totalità dell’anno). Tra le donne sposate con figli in età scolare, il 65% lavorava, 27% a tempo pieno e 38% a tempo parziale (13% a tempo pieno per una parte dell’anno, 25% a tempo parziale per una parte o per la totalità dell’anno). Tra le donne sposate senza figli, il 77% lavorava, 43% a tempo pieno, 34% a tempo parziale (19% a tempo pieno per una parte dell’anno, 15% a tempo parziale per una parte dell’anno o per la totalità dell’anno). Marital & Family Characteristics of the Labor Force, US Bureau of Labor Statistics, Special Labor Report n° 237, marzo 1979, gennaio 1981. Il lavoro a tempo parziale per le donne sposate sembra essere ancor più frequente in Europa. Si vedano, per esempio, Alice M. Yohalem, Women Returning to Work: Polices and Progress in Five Countries, Gotowa, N.J., 1980, p. 114.

75 Il divorzio, la separazione e i genitori non sposati hanno l’effetto di moltiplicare le famiglie nelle quali il salario dalla donna è il principale sostentamento. Ma la coppia eterosessuali con figli rimane l’unità familiare più comune. Anche con l’attuale tasso di divorzio, la metà dei matrimoni perdura. Inoltre, l’elevato tasso di divorzio è affiancato d un tasso di secondi matrimoni alto. Cinque uomini divorziati su sei e tre donne divorziate su quattro si risposano, e di solito assi rapidamente: circa la meta dei secondi matrimoni hanno luogo tre mesi dopo il divorzio. Nel 1978, il 78% dei bambini negli Stati Uniti facevano parte di una famiglia con due genitori. Andrew Cherlin, Marriage, Divorce, Remarriage, Cambridge, Massachussetts et Londra, 1981, p. 29-30.

76 Maxine Molyneux, quando confronta la vita dei lavoratori migranti con quella delle famiglie tradizionali della classe operaia, suggerisce che la produzione domestica consente un livello di vita più elevato per i lavoratori rispetto al ricorso al mercato («Beyond the Domestic Labour Debate», New Left Review, n° 116, luglio-agosto 1979, p. 10-11). Si tratta di un’osservazione importante, ma che dimentica due questioni. Innanzitutto, in certi casi, il mercato può garantire un più elevato livello di vita, poiché consente di pagare per sfuggire al lavoro domestico – ne è testimone il modo di vita dei salariati urbani della classe media. E poi, il caso dei lavoratori migranti non risolve il problema della riproduzione intergenerazionale nel contesto del capitalismo, dato che la generazione seguente di lavoratori è prodotta al di fuori del sistema capitalistico.

77 Proprio come la definizione di mezzi di sussistenza della classe operaia, l’idea stessa di cure di qualità per i bambini è in parte biologica, in parte «morale e storica». Ciò che si intende per cure adeguate in un’epoca può benissimo essere insufficiente per un’altra. Inoltre, i «bisogni» della formazione della personalità, dello sviluppo intellettuale e così via, variano considerevolmente da una società all’altra e da un’epoca all’altra. Una società che voglia trarre pieno beneficio dalle capacità dei propri cittadini concepirà la cura dei più piccoli in maniera estremamente differente da quella capitalistica. D’altra parte, il capitalismo avanzato richiede probabilmente più lavoro ed un periodo più estese dedicato all’educazione dei bambini rispetto ad una società precapitalistica. Il postulato attuale secondo il quale un rapporto più stretto tra la madre ed il bambino è necessario allo sviluppo di una personalità sana, o ancora che un lungo periodo di dipendenza del piccolo dalla madre sia preferibile, è certamente determinato socialmente o storicamente, nono biologicamente. Resta il fatto che lo sviluppo del bambino è senza dubbio in pericolo quando il suo tempo di dipendenza ed il tempo di investimento degli adulti (ma non necessariamente dei genitori biologici) scendono al di sotto di un limite determinato, quanto ad esso, biologicamente.

78 Il tasso di assenteismo dal lavoro delle donne sposate è considerevolmente più elevato di quello delle donne non sposate e degli uomini sposati. (Tra la popolazione nera, le donne non sposate così come quelle sposate, hanno tassi di assenteismo molto più elevati di quelli degli uomini sposati, probabilmente perché le donne nere non sposate hanno più probabilità di avere figli di quelle bianche). Daniel E. Taylor, «Absences from Work Among Full-Time Employees», Monthly Labor Review, marzo 1981, p. 69.

79 Uno studio americano del 1973, che si è interessato alle persone divorziate risposatesi nel 1968, ha mostrato che laddove il reddito della famiglia si accordava alle necessità (numero di persone, età dei bambini ecc.), gli uomini divorziati guadagnavano il 17% sul loro reddito, mentre le donne divorziate perdevano il 7%. Cherlin, p. 82.

80 Barrett, p. 229.

81 Mary McIntosh, «The Welfare State and the Needs of the Dependent Family», in Fit Work for Women, p. 164-165.

82 Elizabeth Wilson, Women and the Welfare State, Londres, 1977. Hilary Land, «Who Cares for the Family?», Journal of Social Policy, vol. 7, n° 3, 1978; Mary McIntosh, op. cit., per il caso dell’Inghilterra.

83 McIntosh, p. 167.

84 Ibid., p. 166.

85 Smuts, op. cit. p. 51-54.

86 Blanche D. Coll, Perspectives on Public Welfare, U.S. Department of Health, Education and Welfare, Washington, D.C., U.S. Government Printing Office, 1969, p. 13-15, 54.

87 Barret, p. 232.

88 W. Norton Grubb et Marvin Lazerson, Broken Promises: How Americans Fail Their Children, New York, 1982, p. 190-191, 200 ; riguardo la regola della «madre atta al lavoro», del basso livello di pagamento e delle restrizioni all’accesso: Coll, p. 77-81.

89 Negli Stati Uniti, ancora oggi, sono poche le famiglie complete a ricevere sussidi. Grubb et Lazerson, p. 199.

90 Barrett, p. 246.

91 Ibid., p. 222-223. Per un resoconto più sfumato di talle posizione, che riconosce la tendenza opposta del capitalismo a minare il sistema familiare-domestico tradizionale, si veda Irene Breugel, «What Keeps the Family Going?», International Socialism, Series 2, n° 1 (luglio 1978).

92 Grubb et Lazerson, p. 190; Coll, p. 15; Frances Fox Piven e Richard Cloward, Regulating the Poor: The Function of Public Welfare, New York, 1971, capitoli 1 e 4.

93 Se non concordiamo con la sua interpretazione globale, accettiamo tuttavia la descrizione di Zaretsky dell’ideologia riformista della classe media. Eli Zaretsky, «The Place of the Family in the Origins of the Welfare State», in Rethinking the Family: Some Feminist Questions, sotto la direzione di Barrie Thorne, con Marilyn Yalom, New York, 1982, p. 188-224.

94 Barrett, p. 137-138.

95 Ibid., p. 206.

96 Ibid., p. 205, 108.

97 Ibid., p. 205, 213-225.

98 La citazione proviene chiaramente da Althusser: «Idéologie et Appareils Idéologiques d’État»,in Positions, Parigi, Éditions sociales, 1976, p. 101.

99 Nancy Cott, «Passionlessness: An Interpretation of Victorian Sexual Ideology, 1790-1850», Signs: A Journal of Women in Culture and Society, n° 4, 1979, p. 210-236. si vedano inoltre The Bonds of Womanhood, New Haven, 1977; Linda Gordon, «Voluntary Motherhood: The Beginnings of Feminist Birth Control Ideology in the U.S.», in Clio’s Consciousness Raised, sotto la direzione di Mary Hartman e Lois Banner, New York, 1974, e Woman’s Body, Woman’s Right, New York, 1976; Mary P. Ryan, Cradle of the Middle Class, Cambridge, 1981; e l’opera magistrale di Kathryn Kish Skla, Catherine Beecher : A Study in American Domesticity, New York, 1976.

100 Significherebbe andare oltre gli obiettivi del presente articolo valutare l’eventuale contributo della psicanalisi alla comprensione della soggettività di genere, notiamo tuttavia che viene sottovalutato dalla Barrett.

http://revueperiode.net/repenser-loppression-des-femmes/#footnote_99_1848

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