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LEV TOLSTOJ

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 Le amministrative a Roma

 (Daniele Preziosi, il manifesto) Walter Tocci, citatissimo senatore Pd, dissenziente ed ex assessore a Roma, da tempo candidato del cuore della sinistra capitolina, sul suo blog ha rilanciato la proposta di <una lista civica di centrosinistra mettendo da parte il simbolo di partito; non una rinuncia, ma un investimento per la riscossa>. Per Tocci in questi giorni si ripete il vecchio copione. Il Pd romano si ripresenta alle elezioni senza un programma credibile. Affida alle primarie il compito improprio di sciogliere i nodi politici. <Seleziona i candidati nel recinto del partito, sempre più angusto. Sono gli stessi errori del 2013. È sconcertante ripeterli oggi>. Tocci chiede un congresso prima del voto e giudica esaurita la funzione del commissario del Pd romano Matteo Orfini. <Sarebbe il momento di tentare soluzioni nuove, di immaginare scenari inediti, di alzare lo sguardo intorno a noi. Ci vorrebbero umiltà e coraggio>. Ma il senatore chiarisce una volta per tutte che non si candiderà: <La mia candidatura non è mai esistita, è un’invenzione del chiacchiericcio politico-giornalistico>. La sua proposta piacerebbe a sinistra, innanzitutto a chi non si rassegna alla morte del centrosinistra. Piace persino a Stefano Fassina che da sempre, pur bocciando in blocco il Pd romano, fa un’eccezione per il compagno di tante battaglie. Fassina, che per oggi ha organizzato un incontro in ogni municipio della capitale, in questi giorni ha dovuto difendersi dall’accusa di voler rompere la coalizione ’a prescindere’. Ieri, con un tweet, ha mostrato di aprire uno spiraglio: <Se il Pd Roma raccogliesse la proposta di Tocci per lista civica di centrosinistra, pronto a ridiscutere tutto>. Ma la schiarita è durata lo spazio di un tweet. Al quale a stretto giro il commissario del Pd romano Matteo Orfini ha risposto con un no secco alla lista civica. «Il Pd è orgoglioso del suo simbolo. Soprattutto a Roma dove dopo un anno di rigenerazione c’è un Pd diverso da quello che non si accorgeva di mafia capitale. Con quel simbolo ci presenteremo alle elezioni». La decisione è presa, l’aveva anticipata anche il vicesegretario Lorenzo Guerini. «Le primarie saranno il luogo delle scelte che, come sempre, spetteranno ai nostri elettori e non ai caminetti. Se qualcuno vuole misurare opzioni e proposte differenti si candidi alle primarie e si confronti con loro», chiude il commissario. Che con l’occasione, per ribadire il concetto non solo a Tocci ma anche a Sinistra italiana, ingaggia un ruvido scambio di tweet con Vendola e i suoi che dall’assemblea di Sel lo accusano di aver rotto il centrosinistra: <Dunque caro @NichiVendola, tu puoi scegliere nel chiuso di una stanza un candidato, mentre uno che si candida alle primarie divide?>. La rispostaccia arriva dal giovane Marco Furfaro: <Parlò quello che nel chiuso di una stanza decise di dimissionare dal notaio il sindaco eletto dai cittadini romani>.

 

Le amministrative a Milano

(Pietro Paganini Corriere) Giugno è ormai vicino e la campagna elettorale per Milano è già in pieno svolgimento. Ciò che colpisce è la timidezza degli aspiranti sindaco e dei loro programmi: la destra, è in agonia politica e punta solo ad un candidato di bandiera. La sinistra dibatte, per ora, solo di strategia politica generale. Al momento sembra che solo Corrado Passera abbia fornito qualche spunto. I candidati dovrebbero invece, per una volta, provare ad elaborare e condividere la visione che hanno per la città del futuro. In altre parole, dovrebbero rispondere a domande strategiche su come immaginano Milano nei prossimi 20 anni, come vogliono trasformarla e come pensano di progettare una metropoli globale che possa diventare un punto di riferimento non solo per l’Italia ma per il resto del mondo. Non sono quesiti ambiziosi. Sono, al contrario, la dimostrazione che esiste il sogno, e con esso la volontà, di lasciare un segno nella storia, come fu, più di due secoli fa, per la borghesia che progettò la Milano contemporanea. Come allora, Milano è a un bivio: sfruttare l’opportunità che si è costruita – anche ma non solo con Expo – e diventare leader globale, o rinunciare all’occasione e ripiombare nella mediocrità che, negli ultimi decenni, ha riguardato tutta l’Italia.

I milanesi hanno la responsabilità di scegliere se vogliono amministrare la città per sopravvivere o se vogliono trasformarla in qualcosa di originale, un modello globale di libertà, innovazione e prosperità. Nella fase attuale del processo di globalizzazione le città stanno sostituendo gli Stati, e Milano può offrire un nuovo paradigma di sviluppo, per l’Italia e per l’Europa. Le condizioni ci sono, ma dobbiamo decidere se vogliamo amministrare Milano come un buon condominio, o se costruire un modello nuovo di città. Occorre quindi una classe dirigente proiettata al futuro e al continuo cambiamento, che operi al di là della normale amministrazione cittadina. Essa deve prima di tutto favorire la costituzione di un ecosistema che nobiliti la libera iniziativa e la creatività dei cittadini.

Milano non compare tra le prime 25 città più globalizzate. Nonostante il fascino di molti suoi settori produttivi non è attrattiva come invece lo sono le prime della classe (New York, Londra, Parigi eccetera). Eppure lo è Zurigo, che del capoluogo lombardo ha meno della metà degli abitanti; così come lo sono Amsterdam, Helsinki e Stoccolma. Cosa fare per risalire la classifica? La città metropolitana deve essere il punto di partenza. Essa è il presupposto per lo sviluppo dell’area che resta tra le più industrializzate d’Europa e a cui manca un’autorità sovracomunale per razionalizzare i servizi e sburocratizzare le procedure. Azzerare la burocrazia, velocizzare la giustizia e ridurre la pressione fiscale sono quindi le variabili fondamentali per rendere finalmente competitiva l’area metropolitana.

L’idea di creare una Free Zone (area giuridicamente indipendente dal punto di vista fiscale, economico e amministrativo) così come la proposta di istituire Milano Città Stato, sono strumenti efficaci oltre che apprezzabili in questa direzione. Chi, tra gli investitori grandi e piccoli, tra i creativi e gli innovatori di tutto il mondo che cercano condizioni di vita economica, sociale e culturale migliori – a cui il capoluogo lombardo aggiunge ima posizione geografica unica – non investirebbe in questa Milano? Per questo vogliamo sapere che il primo cittadino non si accontenterà di amministrare il Comune e la città metropolitana, ma guiderà Milano a diventare il modello che tutti vorranno replicare nel mondo.


Quale futuro per le aree disponibili a Milano?

(Giorgio Goggi, Centro Carlo Cattaneo) E’ il momento di chiedersi quale sia la strategia di localizzazione delle funzioni e dei servizi nella città di Milano e nell’area urbana milanese. Ci troviamo di fronte a un paradosso: in Milano abbiamo una quantità sempre maggiore di aree disponibili per la rigenerazione urbana e, al contempo, molte importanti funzioni pubbliche vengono destinate fuori città. Qualcuno dice che la “Città metropolitana” richieda una diversa strategia: se davvero vogliamo che la città metropolitana sia la città di tutti i milanesi il criterio di localizzazione dovrebbe essere ancora più rigoroso. Il criterio di localizzazione – a maggior ragione se si guarda ad un’area più vasta – deve essere in favore degli utenti: in luoghi che consentano al più vasto insieme di persone possibile di raggiungere nel modo agevole e diretto il servizio o la funzione cui si rivolgono. Quindi, non sparpagliare funzioni su tutta la città metropolitana, ma inserire nei nodi della rete di trasporto pubblico in primis, ma senza trascurare la rete stradale. Solo questo criterio consente la migliore accessibilità alla più vasta platea di utenti. Nell’area milanese, invece, sono state fatte e si stanno facendo scelte in netta controtendenza. Dato preoccupante, che in futuro potrebbe generare costi più elevati per l’erario, per le famiglie e le imprese ed amplificare la congestione degli spostamenti nell’area urbana.

Vengono quindi spontanee due domande: 1. Quale destino insediativo spetta alle aree attualmente disponibili? La gran parte di queste è pubblica ed un criterio di buona amministrazione vorrebbe che per le funzioni e le infrastrutture pubbliche essenziali fossero utilizzate innanzitutto le aree pubbliche. 2. Esiste una strategia urbanistica di localizzazione delle grandi funzioni in Milano? Dovrebbe riguardare ospedali, università, uffici pubblici. Ma anche altre funzioni sono carenti in città, come impianti sportivi amatoriali, strutture per il tempo libero e, ultima ma non per importanza, l’edilizia sociale.

Gran parte di queste aree (tranne Expo) oggi è destinata ad un mix funzionale generico a prevalenza residenziale. Sembra che la strategia urbanistica sia quella di rendere la città più abitata o più edificata. Tuttavia, la strategia non dovrebbe essere quella di rendere la città migliore per i cittadini? (Di conseguenza potrà essere anche più abitata). Questa strategia, invece, sottende l’ipotesi che la domanda immobiliare sia infinita. Prendiamo in considerazione la bozza di Accordo di Programma per gli scali ferroviari. Ci sono piccole differenze tra le destinazioni d’uso (riguardano le quote di l’edilizia sociale e lo scalo di San Cristoforo destinato tutto a verde) ma perché queste aree non sono ancor più differenziate? Perché non si è pensato ad un grande parco, per esempio destinandovi tutto lo scalo di Porta Romana? Perché non concentrare edificazione terziaria presso la stazione del passante a Farini? Così gli uffici pubblici, che l’Agenzia del Demanio voleva spostare ad Expo, sarebbero ben più accessibili a tutti gli abitanti dell’area urbana lombarda. Perché le Università non vengono concentrate sulle aree ex-ferroviarie vicine alle stazioni del passante, come prevedeva il Documento del Passante ferroviario del 1984 che allora riorientò strategicamente il Piano regolatore del 1980?

Veniamo al caso di Città Studi. I due importanti ospedali presenti in Città Studi (Istituto dei Tumori e Besta) sono stati destinati a Sesto San Giovanni, sulle aeree ex-Falk (su 200.000 mq). Verranno quindi insediati su aree di proprietà privata e, soprattutto, servite da un ramo secondario delle FS che non fa parte della rete passante. Peraltro, sarebbero distanti 500 m dalle stazioni della ferrovia e della metropolitana, non il massimo dell’accessibilità per gli utenti. Una localizzazione che creerà problemi a tutti gli utenti, soprattutto ai non milanesi. Quale logica urbanistica è sottesa a tutto questo? Purtroppo è la stessa che ha fatto spostare la seconda sede della Statale dalla stazione del passante di Porta Vittoria, ove era prevista dal Documento Direttore Passante, a Bicocca, guarda caso sullo stesso ramo secondario delle FS. Ora si propone (e sembra che tutti ne siano entusiasti) di spostare le facoltà scientifiche della Statale nell’area Expo (divenuta pubblica a caro prezzo).

Purtroppo l’area Expo: a) è meno accessibile di quanto si voglia far credere; b) è confinata e soggetta ad inquinamento da traffico; c) si trova fuori dall’ambito di tariffa urbana del trasporto pubblico; d) ma, soprattutto, richiederà ulteriori pesanti investimenti in trasporto pubblico nel caso in cui debba ospitare i 20.000 utenti della Statale. Eppure in Città Studi è disponibile e pubblica l’area dell’ex-macello e del mercato avicunicolo, di 173.035 mq, direttamente soprastante la stazione del passante ferroviario. Ora è destinata ad un generico Piano Attuativo. Perché l’Università non si estende su queste aree? Oppure perché non vi sono stati destinati gli ospedali? E’ da notare che queste aree sono in diretta continuità con quelle non utilizzate di Porta Vittoria, per il fallimento dello sviluppatore che le deteneva, oltre che per la mancata realizzazione della BEIC sull’area pubblica, l’insieme costituirebbe uno straordinario polo accessibile da tutta la regione. Anche l’intero Ortomercato, ora obsoleto, senza più raccordo ferroviario, inopportunamente rimasto in città (in tutto il mondo queste funzioni sono tenute fuori città) potrebbe diventare una grande risorsa pubblica per localizzazioni strategiche con elevata accessibilità

Veniamo al punto maggiormente dolente, l’edilizia sociale. Il deficit di edilizia sociale a Milano è enorme, è dell’ordine di grandezza di 30.000 famiglie. Da tanto tempo, fin dall’abolizione del contributo Gescal, si sta pervicacemente tentando di sopperire all’edilizia sociale tramite l’imposizione di una ruolo di solidarietà all’edilizia privata, su aree private. (Complice anche la colpevole e fuorviante interpretazione di alcuni che considerano i quartieri di edilizia sociale come “ghetti”, cosa che sconta una profonda ignoranza della storia di Milano e della sua urbanistica). Si sono quindi inventate strane percentuali: il PGT si affida a 0,10/0,20 mq/mq, tra queste quella che un tempo si chiamava “sovvenzionata” e che interviene sul vero disagio sociale è confinata nello 0,2%. Nel caso degli scali ferroviari le percentuali sono un poco più elevate, ma sostanzialmente analoghe.

Ora dovrebbe essere chiaro che l’edilizia sociale, quella vera, non la “convenzionata” si fa su aree pubbliche e con finanziamenti pubblici diretti a questo scopo. E le aree pubbliche, come abbiamo visto, a Milano non mancano (le risorse vanno trovate anche ripristinando il versamento Gescal in forme più adeguate). Conviene ricordare che il vero scopo dell’Urbanistica è progettare la città: modificare la sua struttura coerentemente ad una strategia di assetto futuro, non solamente limitare o accrescere le quantità edilizie. Non ha nessun senso abbassare le volumetrie da 0,5 a 0,35 mq/mq quando poi si determina una città dalla struttura carente, che non consente ai cittadini di accedere agevolmente al lavoro e allo studio, aumentando i loro costi e disagi. Non a caso una volta i piani regolatori contenevano solo la parte pubblica, lasciando l’edificazione privata alle norme sul decoro edilizio. Dopo l’approvazione del PRG del 1980, nel 1984 il Comune approvò il Documento Direttore del Passante ferroviario, che orientò la grande strategia urbanistica di Milano per mezzo della collocazione delle grandi funzioni sulle reti. Oggi avremmo bisogno di un analogo atto di lungimiranza e di coraggio.

 

Italians

(Il Foglio) Come far sì che il mondo anglofono si appassioni a un altro libro sugli italiani? Introducendo i seri e documentati capitoli con stuzzicanti aneddoti, parole chiave (trasformismo, dietrologia, badante, lottizzazione, abusivismo, garantisti, sentenza suicida, mammismo) e divertenti luoghi comuni. Gli italiani mentono a genitori e poi a consorti, ai professori, al fisco e al confessore, imbrogliano perfino nei sondaggi elettorali e nelle ricerche statistiche, si sentono i migliori ma anche i peggiori del mondo, sostengono di avere una vita sessuale perfetta ma sono i più infelici dell’Unione europea, sono allo stesso tempo arroganti e insicuri, sognano il posto fisso e la pensione, non rispettano le leggi ma sono schiavi delle convenzioni, specie la bella figura. Infantilizzati da un cattolicesimo molto romano che più che forgiarli ne è stato forgiato – preferiscono padre Pio a Gesù e perfino a Maria e la chiesa è per loro come la monarchia per gli inglesi, stabilizzante e unificante – come tutti i bugiardi non credono in nulla e per loro la verità non è mai una sola.

In programmi televisivi considerati seri si dibatte per ore, non su fatti oggettivi (nessuno crede che esistano!) ma sulle verità di presunte vittime e presunti colpevoli, tutte di uguale valore. Perché ognuno ha la sua “verità”. Divisi in tutto e su tutto, Nord-Sud, Est- Ovest, destra-sinistra, hanno in comune sospetti e diffidenze a cui fanno da corollario complottismo e dietrologia, assai più diffusi e accettati che altrove. L’Italia è un Paese di vecchi e per vecchi. E’ un Paese in cui impera la gerontocrazia, e l’età media dei cattedratici è sessantatré anni. Perfino le rockstar, a ben guardare, sono sui settant’anni. Ma oltre a questo ritratto non proprio compiacente c’è un però. E allora, nel libro di Hooper, segue l’inevitabile elenco delle straordinarie bellezze e splendide città (anche le meno note), costruite da un popolo che oltre a Vivaldi e Verdi ha dato al mondo il linguaggio della musica, ma anche il fuso orario, il tele-grafo, il sismografo, la partita doppia e la batteria elettrica. Insomma, Italia e italiani non cessano di affascinare anche John Hooper, corrispondente dall’Italia per l’Economist e dal sud Europa per il Guardian e l’Observer.

Seguendo il filo rosso dell’Italia di Machiavelli, del ballo in maschera e di Pirandello – autore realista – si ripercorre la storia soprattutto recente. Si scherza sulla nomenclatura clericale dei casi giudiziari (i “pentiti”) e compare pure la “sentenza suicida”, ma ahimè non c’è risposta al perché i processi si trascinino per anni. La fine della Prima Repubblica è analizzata senza faziosità, Craxi non è demonizzato e il “suo amico” Silvio Berlusconi, che eredita molti socialisti e attira parecchi intellettuali e giornalisti genuinamente liberisti, viene descritto come colui che formerà il primo governo del Dopoguerra senza democristiani. Berlusconi non sarà liberale come promesso, ma il suo vetero-capitalismo protezionista è quello che molti capitani d’industria preferiscono. Gli italiani diffidano del nuovo e dei lo-ro politici, ma non temono le ingerenze esterne. Atlantismo e Sovietismo del dopoguerra ed europeismo attuale sono effetto del crollo fascista o del retaggio di dominazioni centenarie? Il viscerale e generalizzato odio per la guerra è il risultato di traumi novecenteschi o risale al “Sacco di Roma?”. L’immobilismo che tarpa non solo i progetti ma addirittura i sogni potrebbe però essere solo superficiale e nascondere un fuoco, sotto le ceneri. Del resto, gli italiani sono capaci di cambiare in fretta.

 

Blockbuster

(Stefano Feltri, il Fatto Quotidiano) Vi ricordate quando il sabato sera andavamo a noleggiare un Dvd da Blockbuster? Non è passato poi molto tempo… All’apice della sua breve storia, nel 2005, la catena aveva 9.000 negozi e 80 mila dipendenti soltanto negli Stati Uniti. Oggi il servizio di video on demand di Netflix vale 50 miliardi di dollari e ha soltanto 2.139 lavoratori a tempo pieno, gli unici spazi che affitta sono server di Amazon. Facebook nel 2014 ha incassato 12,5 miliardi di dollari ma ha soltanto 9.000 dipendenti. Nel 1962 l’azienda americana che aveva più dipendenti di tutte era la General Motors, impiegava 564 mila persone. Nel 2012 era la catena di supermercati Walmart, che ne aveva 2.200.000. <I datori di lavoro su larga scala negli Stati Uniti sono soprattutto nel commercio, dove i salari sono bassi, il turnover elevato e la mobilità verso l’alto, minima> scrive il sociologo Jerry Davis nel suo saggio Capital Markets and Job creation in 21st century. Nel 1937 il premio Nobel Ronald Coase si chiedeva perché esistono le imprese. Risposta: <C’è un costo nell’utilizzo del sistema dei prezzi>. È più conveniente assumere qualcuno, dargli un salario decente, benefici e incentivi a migliorare, invece che affidarsi soltanto a un sistema di transazioni continue che richiede di sforzarsi sempre di sapere qual è il giusto prezzo per un prodotto o un servizio. Dagli anni Ottanta le grandi imprese hanno capito che se si spostava abbastanza verso Est la contrattazione, sfruttando i bassi salari indiani o cinesi, esternalizzare poteva essere comunque conveniente. La gig economy, quella di Uber e delle piattaforme- di lavoro a chiamata, permette di sapere con grande facilità il prezzo sempre aggiornato anche di quei servizi che non si possono svolgere da Bangalore. E il numero di aziende che hanno necessità di assumere i propri lavoratori si riduce drasticamente. Meglio tenere presente questo quadro se anche nel 2016 continuerà l’ossessione tutta italiana per le variazione dello zero virgola dei tassi di disoccupazione.

Scienza

Il test di Turing

(Giovanni Caprara, Corriere) Il matematico britannico Alan Turing dopo aver decifrato i messaggi criptati dai nazisti con la macchina Enigma, aiutando in maniera decisiva la vittoria degli alleati, nel 1950 aveva ideato una prova per misurare la capacità delle macchine elettroniche di dare segni di intelligenza. L’illustre scienziato (celebrato anche nel bellissimo film The Imitation Game) è stato uno dei padri dell’intelligenza artificiale, a cui si applicava studiando il cervello umano. Il vecchio test (chiamato “Test di Turing”) ha decretato la nascita di una nuova intelligenza artificiale, conquistata da un gruppo di ricercatori americani e raccontata sulla rivista Science. Touring metteva a confronto i risultati prodotti in maniera anonima da una macchina e da una persona. Se la differenza non si coglieva, questo indicava la raggiunta capacità d’intelligenza della stessa macchina. Ed è quello che è accaduto di recente alla New York University grazie ad un algoritmo, cioè un procedimento matematico, che caricato su un computer ha permesso all’elaboratore di riconoscere e riprodurre una serie di caratteri disegnati da una persona. Ma non solo. Si è andati oltre generandone di nuovi perfettamente omogenei a quelli indicati. Ora basta soltanto qualche esempio e la macchina ne coglie subito il contenuto e lo riproduce. I ricercatori hanno sottoposto alla macchina 1.600 tipi di caratteri scritti a mano in 50 sistemi di scrittura diversi, compreso il sanscrito e il tibetano. Quindi li hanno sottoposti ad una commissione di esperti chiedendo di distinguere fra quelli umani e quelli artificiali. E i giudici sono rimasti spiazzati, non cogliendo differenze. La macchina con il suo nuovo programma di apprendimento contenente l’algoritmo e battezzato Bayesian Program Learning, aveva vinto. La corsa verso l’intelligenza artificiale sta accelerando negli ultimi anni e sia in Europa che negli Stati Uniti sono in corso due grandi programmi di ricerca per capire il funzionamento del cervello umano, curarne eventuali anomalie, ma cercando anche di costruirne uno artificiale. Per il momento i supercomputer disponibili in grado di macinare miliardi e miliardi di operazioni al secondo (il più potente al mondo è il cinese Tianhe-2 con 33,8 petaflop al secondo, cioè quadrilioni di calcoli al secondo) lavorano con dei codici finalizzati ai compiti che devono risolvere. Dimostrano, quindi, delle capacità intelligenti mirate in modo specifico: disegnare una barca, un aeroplano o la molecola di un farmaco. Nello stesso modo funzionava il supercomputer Deep Blue che sbaragliò il campione di scacchi Garry Kasparov. Il nuovo algoritmo, invece, amplia in modo significativo le capacità di apprendimento della macchina, anche se bisognerà aspettare prima di vederlo utilizzato nella nostra quotidianità.

The latest from the BBC

(Dalla Rete) Suicide bombers in Britain are set to begin a three-day strike on Monday in a dispute over the number of virgins they are entitled to in the afterlife. Emergency talks with Al Qaeda have so far failed to produce an agreement. The unrest began last Tuesday when Al Qaeda announced that the number of virgins a suicide bomber would receive after his death would be cut next month from 72 to 54. A spokesman said increases in recent years in the number of suicide bombings has resulted in a shortage of virgins in the afterlife. The suicide bombers’ union, the British Organization of Occupational Martyrs (B.O.O.M.) responded with a statement saying the move was unacceptable to its members and called for a strike vote. General Secretary Abdul Abul Bul Amir told the press <Our members are literally working themselves to death in the cause of Jihad. We don’t ask for much in return but refuse to be treated like this is like a kick in the teeth>. Speaking from his shed in Tipton in the West Midlands, Al Qaeda chief executive Haisheet Mapants explained, <I sympathize with our workers concerns but Al Qaeda is simply not in a position to meet their demands. They are simply not accepting the realities of modern-day Jihad in a competitive marketplace. Thanks to Western depravity, there is now a chronic shortage of virgins in the afterlife. It’s a straight choice between reducing expenditures or laying people off. I don’t like cutting benefits but I’d hate to have to tell 3,000 of my staff that they won’t be able to blow themselves up>. Spokespersons for the union in the North East of England, Ireland, Wales, New Zealand and the entire Australian continent stated that the change would not hurt their membership as there are no virgins at all in their areas anyway. According to some industry sources, the recent drop in the number of suicide bombings has been attributed to the emergence of Scottish singing star, Susan Boyle: many jihadists now know what a virgin looks like and have reconsidered their benefit package>
 

Nihil sub sole novi

<Se qualcuno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?> (Agostino Depretis, discorso a Stradella dell’8 ottobre 1882)

lorenzo.borla@fastwebnet.it

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